C’è un laboratorio nel comune di Villa Literno, in provincia di Caserta, dove dei batteri lavorano instancabilmente per produrre qualcosa di straordinario: un materiale che potrebbe ridisegnare il modo in cui pensiamo a tessuti, accessori e design. Si chiama Scokin, ed è molto più di un semplice biomateriale: si tratta di un foglio di nanocellulosa batterica pura prodotta attraverso un processo di fermentazione: batteri non patogeni, selezionati tra più di 300 specie, crescono in apposite vasche di coltura e, tessendo fibre tra i 50 e i 100 nanometri, producono un biofilm elastico, resistente e modellabile. Un po’ come fanno i bachi da seta, ma in versione microbica e controllata in laboratorio. La struttura fibrillare che ne risulta — il cosiddetto “fiore” di Scokin — è organizzata tridimensionalmente dai batteri stessi, dando vita a una trama fitta e altamente performante. Il prodotto finale è una cellulosa al 99,8% di purezza, senza additivi chimici e senza abbattere un solo albero.
Cinque anni di ricerca e un ecosistema tutto campano
Scokin non è nato in una notte. Dietro alla produzione del biomateriale, cinque anni di intensa attività di ricerca e sviluppo portata avanti da BIOlogic, il laboratorio della società Knowledge for Business, con sede a Napoli. Il coordinatore del laboratorio, Marco Abbro, è l’inventore della tecnologia sviluppata. “Abbiamo iniziato – spiega ad Artuu Francesca Cocco, responsabile del business development – lavorando su un progetto di ricerca. Successivamente si è presentata la possibilità — e l’interesse — di sviluppare concretamente questo materiale. Quando parliamo di nanocellulosa batterica, insistiamo molto su un punto: è un materiale del futuro.
La cellulosa è il materiale più diffuso al mondo: la troviamo nelle piante, nella carta, nel cotone. È alla base di moltissimi prodotti. La differenza è che oggi la cellulosa viene ottenuta abbattendo alberi e con processi industriali che consumano acqua ed energia. Noi invece abbiamo sviluppato un processo sostenibile: non abbattiamo nulla e non utilizziamo grandi quantità d’acqua. Sono i batteri a produrre la cellulosa per noi”. Il progetto ha il supporto del Ministero del Made in Italy e della Regione Campania, e ha coinvolto una rete di eccellenze scientifiche del territorio: il Centro di Ricerca Interdipartimentale sui Biomateriali della Federico II, il DICMAPI, il DiArc, diversi istituti del CNR e la Scuola di Design industriale dell’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Il risultato è un brevetto internazionale e un know-how costruito a partire da un’altra scoperta proprietaria del 2017 sulla nanocellulosa batterica, ora evoluta e affinata fino a un livello applicativo.
Il segreto: il condizionamento metabolico
Ciò che rende Scokin particolarmente interessante è il processo a monte. I batteri vengono sottoposti a un percorso di condizionamento metabolico ed evolutivo: in pratica, modificano la loro funzione biologica in risposta all’ambiente di coltura, che può essere ottimizzato con scarti delle filiere frutticole — mele, kiwi, arance, uva, albicocche. Questo significa che il processo produttivo non è solo bio-based, ma può integrarsi con logiche di riuso del sistema agroalimentare, trasformando i rifiuti di un settore in materia prima per un altro.
La promessa di Scokin non è solo estetica o narrativa: dati e caratteristiche lo rendono competitivo rispetto ai materiali tradizionali. Innanzitutto, ètree free: nessuna pianta viene abbattuta per produrlo, a differenza della cellulosa convenzionale che richiede un ricorso intenso all’industria del legno. È anche animal free, essendo un’alternativa alla pelle e alle fibre animali senza alcun coinvolgimento di animali nel processo produttivo. Sul fronte chimico, il processo richiede un impiego molto ridotto di sostanze chimiche rispetto alle lavorazioni tradizionali, abbassando significativamente l’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita del materiale. Ma il dato forse più sorprendente riguarda l’acqua: per produrre un metro quadro di nanocellulosa batterica si utilizza il 99% di acqua in meno rispetto alla produzione equivalente di cotone. In un settore, quello tessile, notoriamente tra i più idrovori al mondo, questo è un dato che merita attenzione.

Il debutto: dalla ricerca al palcoscenico
Scokin sta entrando, attraverso progetti e collaborazioni, nel mercato come linea di materiali per moda, design e arredo, con un esordio di grande impatto simbolico: gli accessori e i gioielli della “Salomé” prodotta dal Teatro San Carlo di Napoli nella scorsa stagione, con il design di Daniela Ciancio. Un ponte tra scienza e cultura, tra laboratorio e palcoscenico, che dice molto sull’ambizione del progetto.
“Nel 2023 – sottolinea Cocco – in occasione di EDI Global Forum, iniziativa promossa dalla Fondazione Morra Greco, abbiamo realizzato una sperimentazione insieme all’artista Antonella Raio e alla docente Carla Langella, con il suo gruppo di studenti del corso di Design per le comunità della Federico II di Napoli. Il progetto esplorava il rapporto tra ambiente e città, tra natura e spazio urbano. Sono stati creati anelli in ottone installati attorno ad alcuni alberi ‘adottati’ dai cittadini. All’interno degli anelli era inserito un foglio in biocellulosa con un QR code: inquadrandolo si apriva un videoracconto dedicato a quell’albero”.
Il contesto in cui si inserisce Scokin non potrebbe essere più favorevole: l’industria della moda è sotto pressione crescente, sia dal punto di vista gestionale che dal punto di vista della reputazione, per ridurre l’impatto ambientale e i materiali alternativi alle pelli animali e alle fibre sintetiche stanno vivendo un momento di grande interesse da parte di brand, designer e consumatori. Scokin risponde a questa domanda con una soluzione tra performance e sostenibilità e che porta con sé una storia di ricerca scientifica solida, radicata nel territorio e aperta alla collaborazione


