Arriva, a Book City Milano, una rassegna di scrittori “in mostra”, vale a dire un’esposizione da Montrasio Arte, galleria emerita di via di Porta Tenaglia, dei quadri di firme note delle patrie lettere, illustri scrittori che a partire dagli inizi del ‘900 hanno anche firmato in calce alla tela. Schizzi, bozzetti e olii, tempere e collages, inchiostri e smalti: chi di mestiere si è reso celebre con romanzi, racconti e poesie, spesso immortali, ha anche lasciato segni, e segnatamente disegni di un talento artistico visivo che magari non ha seminato medesime eredità di gloria imperitura, ma che senz’altro, in molti casi fra quelli esposti (fino al 5 dicembre), sono testimonianze ancora rappresentative di spiriti del tempo e di sensibilità stratificate tra correnti e stili dell’arte contemporanea.
L’idea, soprattutto, pare buona, originale e meritoria: quella di selezionare, setacciando tra archivi (personali e altrui), le opere mai del tutto ben viste o celebrate dei maggiori esponenti della scrittura nazionale. Una intuizione di Paolo Bianchi, giornalista, scrittore – lui non dipinge, ma forse un giorno si scopriranno anche opere sue, come capita oggi con le passioni, se non proprio segrete quantomeno poco note al pubblico, degli autori in esposizione –, fondatore della scuola di scrittura Colombre (nome ispirato, guarda caso, da un racconto di Dino Buzzati, uno degli autori artisti in mostra, uno che non poteva certo mancare). Al Bianchi sono associati in co-curatela, Elisabetta Longari e Mario Amodeo.

I curatori hanno chiamato la loro mostra interdisciplinare e contaminata, in cui arte e scrittura si scompongono alchemicamente tra scrittura e arte, “L’intelligenza della mano”, alludendo alla doppia funzione creativa e spirituale dell’arto che impugna la penna, ma anche il pennello. E tra coloro che non hanno potuto eludere il richiamo dell’espressione visiva, a compimento e integrazione dell’espressione metaforica della parola scritta, in bella mostra da Montrasio, Alberto Savinio (forse il più pertinente artista di cavalletto, oltre che di calamo, così peritamente conforme alla maniera geniale del fratello), ma anche il trepido Pasolini, che omaggia con soffusa indefinitezza il profilo del volto di Maria Callas. Accluso in catalogo un pensiero scritto dedicato alla casta diva, che con poco casta passione corteggiava arditamente il poeta pittore. Irrelata però, con la giustificazione dell’impossibilità, come cerca di spiegarle, per iscritto, l’autore del ritratto. Ragguardevoli ed esemplari i fiori e i frutti tipici di Filippo de Pisis, il “marchesino pittore”, o le scene che raccontano la “classicità”, delicatamente espressionista mutuata da de Chirico. Echeggiano le atmosfere paesaggistiche di Treccani e Mafai le vedute di Leo Longanesi, con quegli impasti di colore caldo non scontornato. Altro scrittore prestato alla pittura, che però ha onorato il debito con l’arte, e con gli interessi, è senza dubbio Carlo Levi, che dal confino calabro lucano ha lasciato impresse su tela mirabili scene di realismo lirico, tra Francis Bacon e Renato Guttuso.

Ma a volere ravvisare una sorta di ispirazione comune, quasi di tendenza scolastica, tra gli scrittori del Novecento italiano con la passione sacra della pittura e del disegno, allora conviene parlare di una certa qual spiccata inclinazione all’illustrazione, per non dire alla maniera del tratto fumettistico, specialmente tra i più smaccatamente satireggianti, o comico realistici: Fellini, Dario Fo, Trilussa, Mino Maccari, Tonino Guerra, Cesare Zavattini, lo stesso Buzzati – anche se in questi è inevitabile leggere nelle illustrazioni la stessa atmosfera thriller vagamente inquietante, a tratti perfino angosciante, che si legge leggendolo, propriamente.
Quanto alla componente femminile della rassegna, qui si trova invece la maggiore propensione all’astrattismo e al concettuale. Ne sono testimoni Marosia Castaldi, con i suoi “senza titolo” liberamente decifrabili e leggibili a infiniti registri, Milena Milani e i cartoncini a tecnica mista, Antonia Pozzi, che fotografa rondini appollaiate come note sul pentagramma dei cavi elettrici sospesi, Fausta Squatriti, raffinata esegeta dell’arte e poetessa ancora più raffinata, di cui sono esposti lavori astratti di armoniosa, laboriosa naturalezza. Con la sola eccezione del Gallo di Colette Rosselli, una bella prova di verismo pittorico che ricorda addirittura il primo Pelizza, alle donne scrittrici e artiste va il primato dell’arte non figurativa, a quanto pare.
È infine da citare il più curioso esempio “contrario” alla definizione curatoriale della mostra: Emilio Tadini, il quale, dal canto suo, preferiva di gran lunga presentarsi come pittore, anche se non furono in pochi a preferirlo come scrittore. Ma sta proprio nell’equivoco della reversibilità osmotica tra arte e scrittura, per così dire, lo spunto originale, del tutto commendevole, dell’iniziativa.





