Se n’è andato Michele Dolz. Artista, sacerdote e scrittore, una vita a indagare il mistero dell’esistenza

Raccontare della morte improvvisa di un amico è difficile, perché si ha il cuore gonfio di tristezza e i pensieri vanno alle tante cose dette e fatte ma anche a quelle che avremmo voluto ancora dire e fare. E Michele Dolz, scomparso improvvisamente ieri a Milano, sì, era un amico, un caro amico, e con lui, nel pur poco tempo che abbiamo avuto a disposizione, abbiamo parlato e ragionato di tante cose, di pittura, di arte, di libri, di mostre, di noi stessi, delle difficoltà e dei cambiamenti che nel tempo erano avvenuti nelle nostre vite e nelle nostre sensibilità, nel nostro intimo, nel nostro animo.

Michele Dolz, Ritratto di Giorgio Scano

Michele Dolz era un sacerdote. Era un sacerdote, ed era anche un pittore, un bravissimo pittore, ma era anche un intellettuale, un intellettuale vero e genuino, scrittore e teorico, appassionato di temi teologici ma anche di teoria dell’arte, di scritti sulla pittura, di racconti sulla, e della, pittura. Così, semplicemente, un paio d’anni fa gli avevo chiesto se volesse scrivere su Artuu, e lui si era dato, generosamente come generosamente sapeva dare e fare nella sua vita, a cercare temi che gli fossero congeniali, un libro, una mostra, un viaggio, un’opera che avessero risvegliato in lui qualcosa, uno spunto, un’idea, un’emozione. E il suo modo di scrivere era sì profondo, colto, articolato, ma anche così diretto e genuino da lasciare a volte senza fiato, chiedendoci che grazia avesse ricevuta, per saper leggere così bene e restituire così bene ciò che si nasconde dietro le opere, dietro le vite, a volte un po’ troppo stereotipate e semplificate a beneficio del pubblico, dei grandi artisti del passato o degli artisti a noi contemporanei. C’è dell’ironia, ma anche un po’ di amarezza, nel pensare che a giorni avremmo pubblicato la classifica degli articoli più letti su Artuu nel 2025, e al primo posto c’era proprio un suo articolo, un articolo sulla mostra di Casorati a Palazzo Reale, che lui aveva saputo raccontare così bene e con così tanta delicatezza e pathos non solo da ottenere un numero davvero notevole di visualizzazioni, ma anche molti commenti, molti dei quali erano del tenore di quello di un lettore, che lo definiva “un articolo che va dritto al cuore dell’arte misteriosa di Casorati”. C’è dell’ironia ma anche un po’ di amarezza perché (sono piccole cose, lo so, quelle piccolezze che ti restano dentro quando muore un amico), pur avendolo sentito pochissimi giorni fa, alla vigilia di Natale, per il consueto scambio di auguri e per chiacchierare a ruota libera di tutto, avevo pensato di lasciargli questa sorpresa, di aver conquistato il podio dell’articolo più letto dell’anno, quando avremmo pubblicato la classifica, proprio l’ultimo dell’anno: per commentarla con lui, che senz’altro l’avrebbe presa con la sua ironia sottile, gentile, delicata. E invece, come mi ha appena detto un altro carissimo amico, Davide Coltro, tra i migliori artisti digitali italiani, dovrò dirglielo e conversare con lui in altro modo – con la preghiera, per chi ne è abituato, o con i dialoghi silenziosi e intimi che si fanno con gli amici che purtroppo hanno lasciato questo mondo per andare in un mondo più alto.

Mochele Dolz sapeva scrivere di artisti e di mostre con degli incipit che erano a volte fulminanti (altroché far scrivere gli articoli da ChatGpt, mi dicevo a volte, negli ultimi tempi, leggendolo: quale algoritmo mai, pur bravo, pur sapiente, saprebbe iniziare un articolo così?): “Esco dalla visita alla mostra di Felice Casorati a Palazzo Reale di Milano. È d’obbligo, non so bene perché, un caffè da Giacomo sotto il porticato. E seduto al tavolino cerco di prendere qualche appunto, cerco di capire – meglio – che cosa mi ammalia ogni volta che vedo questo artista. Camminando per le sale, con la sciatica a manetta, pensavo è il migliore, è il migliore, e lo paragonavo con i suoi compagni di strada, Emilio Sobrero gli assomiglia un po’ ma è troppo vero, idem per De Chirico, Funi, Marussig, Oppi e compagnia. Lui è più vecchio, e più primitivo, più fantasioso, più classico, più musicale, più sobrio, più architettonico, più spaziale, più. (…) Il caffè di Giacomo è molto forte e buono e anche molto caro. Si mescola al subbuglio che ho dentro. Ecco, ecco, ora lo vedo. C’è tristezza, vera tristezza genuina, una rarità, quella tristezza senza motivo che non piange né rimpiange. Bisogna aver provato questa tristezza, averla amata per esser una persona sensibile. E per essere artista profondo. Sono molti anni che non sopporto più l’arte ridanciana, ultima propaggine borghese del pop, che era una cosa seria…”.

Questo, questo era e sapeva essere Michele Dolz, quando scriveva: si metteva in gioco, come si usa dire, metteva se stesso, metteva la sua storia, il suo animo e le sue emozioni in ogni riga che scriveva, in ogni parola che diceva. A Tracey Emin, dopo aver visto la sua mostra a Palazzo Strozzi, pensò bene di scrivere una lettera. Una lettera aperta, s’intende: non aveva ambizioni di conoscere, di farsi conoscere forzatamente, non aveva ambizioni mondane, verrebbe da dire, eppure aveva tanti amici, amici artisti e amici non artisti, amici di fede e amici di vita, e anche amici d’arte, e tanti, eppure cercava, dietro ogni opera, dietro ogni segno, dietro ogni storia pubblica, di conoscere, di approfondire, di capire: per questo voleva ancora conoscere, essere amico, e se la cosa poi doveva accadere accadeva, di ogni artista di cui si fosse innamorato; e a Tracey Emin, dunque, un’artista tosta, non certo da arte edulcorata o da parrocchia, come si direbbe, aveva scritto una lettera aperta, che iniziava così: “Cara Tracey, sul treno di ritorno da Firenze, dopo aver visto la tua mostra, provo a ordinare le idee e a scrivertele. Ti seguo da una vita, conosco tutta la tua opera, ho letto, ho ascoltato le interviste, ti ho mandato perfino un messaggio che non avrai neanche visto. Ti dicevo che volevo esserti amico… Amico lo sono, unilateralmente, e i tuoi lavori mi fanno star male da quanto mi piacciono. Il nudo, classico dell’arte occidentale, non ha mai visto una riduzione alla pura emozione come fai tu, lasciando il pennello tracciare righe o macchiare spazi con nervosi scatti. So cosa vuol dire, sono anch’io artista, conosco il dire senza dire il comunicare in silenzio il nascondersi dietro una smisurata brutalità appena accennata. C’è da impazzire, nel farlo e nel vederlo…”. E su Mark Rothko, per recensire la grande retrospettiva alla Fondazione Vuitton di Parigi? Ecco come iniziava il suo racconto-indagine su uno dei grandi maestri dell’informale americano: “Era il 25 febbraio 1970 quando il suo assistente lo trovò morto nello studio, le vene tagliate, immerso in una gran pozza di sangue rosso, rosso sangue. Quel rosso l’aveva cercato come il Santo Graal della sua pittura, ed era lì, sgorgato dal suo stesso corpo. Mark Rothko aveva finito la sua indagine”.

Questo, dunque, era Michele Dolz; e le sue parole, i suoi scritti, oggi che non c’è più lui a chiamarci, a dirci “andiamo a pranzo”, a cercare e trovare una piccola trattoria dove stare una, due ore a chiacchierare, fittamente, di arte e di vita, ebbene, oggi quelle parole e quegli articoli parlano per lui. Ci sono gli articoli, i tanti che ha scritto, e anche i libri: tanti, teologici, e artistici, anche biografici, e spesso le due dimensioni, nella pratica e nel pensiero di Michele Dolz, credo si intersecassero indissolubilmente (e alcuni suoi libri, come Lo splendore delle cose. Appunti di arte e di spirito, o Il Dio bambino, o Il volto del Padre, ne sono la testimonianza più diretta, essendo la sua ricerca insieme quella del teologo, del fedele e dello storico dell’arte). Sempre da queste colonne, come si diceva quando i giornali ancora erano cartacei, Dolz aveva scritto, a proposito dell’installazione di Pino Pinelli Disseminazione sacra nella chiesa milanese di Sant’Angela Merici, composta da diciotto placche o “mattoni” di ceramica a terzo fuoco velata in oro zecchino. “Le opere di Pinelli sono, appunto, disseminazioni, elementi simbolici elementari sparsi come dal gesto del seminatore”, scriveva Dolz. “E sono bellissimi. Ora, ci si può chiedere che cosa c’entrino in una chiesa questi elementi astratti. La risposta è che a volte sembra che non vediamo le cose. Le chiese, da quelle romaniche a quelle dei revival stilistici del primo Novecento, sono piene di elementi che “non c’entrano”, apparentemente. Dai mostri nei capitelli medievali fino alle grottesche rinascimentali, fino a tanti moduli decorativi. L’ornato, il decoro, ingentiliscono e creano la cornice perché l’immagine sacra emerga e non stia semplicemente lì. Questi “semi” di Pinelli non necessitano di giustificazione, la preziosità degli elementi, insieme alla loro semplicità è più che sufficiente. Forse è passata l’epoca delle chiese brutte, spoglie, pauperistiche. Moda del secondo Novecento che contrasta – perdendo – con tutta la tradizione dell’architettura sacra”. E chi non gli darebbe ragione?

Ma stiamo lasciando per ultima una cosa, una cosa importante, fondamentale. Accade, a volte, quando, come avveniva molto più di frequente un tempo rispetto ad oggi, un intellettuale, scrittore o teorico che fosse, era anche artista; o viceversa, era artista eppure scriveva, anche. Michele Dolz, non c’è dubbio, era artista. Era artista totale, composito, serissimo, arrovellato, assorbito con tutto il suo essere nella profondità della sua ricerca. Dipingeva, Dolz: dipingeva con uno stile suo, inconfondibile, con l’energia e la tensione e la passione e a tratti anche un po’ di disperazione, forse, a volte, di chi aveva molto guardato, molto studiato, molto sofferto, e si era immerso mani e piedi nella forma e nel colore, nei quadri dei maestri e in quelli che lui voleva fare, e avrebbe fatto. I suoi erano – sono –, quadri densi, materici, realizzati con miscugli e mescolii di materiali diversi, che quasi sempre Dolz univa all’olio per renderlo più grumoso e più denso, perché la pittura stessa, l’agire della mano e della stessa mente sul colore, fosse sforzo vitale, energia, lotta con la materia, con il caos, con il tempo, con l’indistinto, con ciò che ribolle nel fondo della materia e nel fondo della memoria e del tempo e soprattutto nel fondo del fondo del nostro animo, per farne, infine, con sforzo forse immane, emergere la forma, il senso – in breve, la luce.

E allora, allora ecco, ecco che emergono paesaggi, pesci, animali, nature morte, forme sfuggenti che richiamano qualcosa alla nostra memoria: orizzonti intuiti appena dietro la grumosità del colore, mari, monti, paesaggi appena intuiti e già trasformati dalla nostra stessa vista, come se a parlare della sua pittura non fosse il colore né la forma, ma il tempo, il tempo della sua e della nostra memoria interiore, il tempo, che tutto modifica e trasfigura; il tempo, che deposita strati, che sfuma i contorni, che consuma e insieme salva. È lui, in fondo, e più di ogni altra cosa, il vero soggetto della pittura di Dolz. Non il paesaggio in sé, non l’oggetto, non l’animale o la figura che affiora, ma quel lento lavorio invisibile che agisce sotto la superficie, che sposta il senso, che altera la forma senza mai cancellarla del tutto. La pittura di Dolz si colloca in una zona di confine: tra iconico e astratto, tra riconoscibilità e dissoluzione. Le forme sembrano talvolta emergere dall’acqua solo per essere subito risucchiate, come ricordi che affiorano e scompaiono, come emozioni destinate a consumarsi o a riaffacciarsi, trasformate, dopo un lungo tempo di latenza. Il paesaggio diventa allora il luogo di questa apparizione fragile, sempre provvisoria. Anche la materia pittorica vive questa tensione. Da un lato, una stesura corposa, sabbiosa, tattile, che ancora l’immagine alla fisicità del supporto; dall’altro, passaggi più leggeri, quasi liquidi, che sembrano negare il peso stesso del colore, evocando un mondo fluido, instabile, in continuo mutamento. Macchie, gocce, segni di matrice informale tracciano percorsi che attraversano zone d’ombra e improvvise accensioni luminose, come se la pittura seguisse un movimento circolare tra oscurità e rivelazione. “I paesaggi di Dolz non sono abitati dall’uomo, ma lo presuppongono”, ha scritto Elena Pontiggia a proposito del suo lavoro pittorico. “Vedendoli si capisce che l’uomo li ha misurati, li ha percorsi, li ha coltivati col suo lavoro, seminandoli, arandoli e raccogliendone i frutti. Le linee che nei suoi quadri attraversano il terreno (e che infondono un sottile ritmo in una stesura materica capace di riannodare un dialogo con l’informale) sono i segni della presenza umana. Dolz dipinge paesaggi senza tempo: forse i suoi campi sono stati coltivati dai nostri bisnonni contadini, forse dai contadini di Ulisse. Non sono paesaggi veri, ma archetipi della terra e del cielo che la lambisce”.

Altri suoi cicli di lavoro erano invece un recupero di antiche fotografie ottocentesche, immagini rintracciate tra bancarelle, librerie in disuso, archivi dimenticati, botteghe di trovarobe: materiali lontani da qualsiasi circuito ufficiale o da un’idea patinata della fotografia. Si trattava perlopiù di ritratti anonimi, uomini e donne vissuti in un’epoca imprecisata di un passato non troppo lontano, colti in pose semplici, dirette, privi di ogni compiacimento. Dolz lavorava su queste fotografie intervenendo con la pittura, con delicatezza: una macchia, una pennellata, talvolta minimi segni cromatici che si sovrapponevano all’immagine originaria, senza cancellarla. Le singole figure, accostate tra loro, finivano così per comporre una sorta di mosaico, in cui il dato fotografico e l’intervento pittorico convivevano. I volti, le espressioni, i toni sobri e indefiniti delle immagini mantenevano una forte presenza, pur trasformati dal gesto dell’artista. “Qui, nelle sue opere, non c’è una polvere che non si muove più”, ha scritto ancora Elena Pontiggia, “ma una vita di cui non sappiamo nulla. Ma intuiamo l’essenziale: che quella vita continua ancora”.

Avrebbe avuto ancora molto da darci, molto da studiare, da ricercare e da percorrere, Michele Dolz, nel suo percorso su questa terra. Ma colui al quale ha dedicato tutta la sua esistenza l’ha chiamato a sé, senza preavviso. Se n’è andato in silenzio, senza avvertire nessuno. Ci lascia le sue parole, i suoi scritti, i suoi paesaggi e le sue nature morte dense di materia, di colore, di emozione e di memoria, con la certezza che, dietro a quei colori, a quella materia, a quelle parole, la vita, sì, continua ancora. Quale altra migliore testimonianza poteva lasciarci di una vita spesa interamente a interrogare il mistero, con la convinzione che nulla davvero finisce, ma tutto si trasforma e continua, qui o altrove?

I funerali si svolgeranno mercoledì 31 dicembre alle ore 14.45 nella chiesa di san Gioachimo di Milano.

3 Commenti

  1. Alessandro soltanto chi conosce la sofferenza profonda,chi ha camminato sul crinale della disperazione e l’ha poi tramutata in forza può scrivere, come hai scritto tu di Michele Dolz, mirando all’essenza, al suo esserci nel mondo per e nell’arte che vive nello sguardo di chi guarderà le sue opere e leggerà i suoi scritti. Michele vive ancora qui e adesso nelle tue parole e ogni volta che leggeremo questo piccolo saggio di educazione sentimentale… grazie!

  2. grazie per il bel ricordo di don Michele, amico e consigliere da molti anni, mi aiutò con i suoi suggerimenti quando iniziammo a Firenze la Scuola di arte sacra. Il patrimonio spirituale e artistico che lascia merita attenzione e cura.

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