“Senza Bandiere” da Marignana Arte: Opiemme riflette su guerra e identità

“Predatori del mondo intero: quando alle loro ruberie vennero meno le terre, si misero a frugare il mare. Se il nemico è ricco, eccoli avidi; se è povero, diventano arroganti. Né Oriente né Occidente potranno mai saziarli […]”

Queste parole di Publio Cornelio Tacito – riportate ne “La vita di Agricola”, testo risalente al 98 d.C. – risultano più attuali che mai nel descrivere la situazione geopolitica odierna, introducendo il concept della mostra Senza Bandiere V.3.0. Divide et Impera, realizzata dal collettivo Opiemme presso la sede principale della galleria Marignana Arte, visitabile dal 31 gennaio al 18 aprile.

Il titolo scelto dal collettivo Opiemme, formatosi nel 1998 a Torino e da sempre impegnato a coniugare il mondo dell’arte con quello della poesia visiva e di strada, è di per sé emblematico; se da un lato l’essere “Senza Bandiere” rimanda alla volontà di superare i confini e le divisioni che squarciano il mondo, dall’altro allude ad un senso di smarrimento, alla perdita di punti di riferimento reali e tangibili. Questo contesto è facilmente spiegabile, oggigiorno, riferendosi ai conflitti che attanagliano il pianeta su più fronti, costringendo a ritracciare e ripensare i confini che da tempo e con fatica si sognava di abbattere. Ecco che qui entra in gioco la logica del “Divide et impera”, l’altra faccia della medaglia, basata sulla logica del potere come meccanismo che governa la costruzione di barriere

Opiemme, Mi gran ti, 2016, acrilici e collage su cartine d’epoca su tela, 30 x 30 cm

Un invito dunque, quello degli artisti, ad una riflessione su temi urgenti quali la convivenza, la responsabilità collettiva e la necessità di costruire un’umanità empatica e in dialogo, in contrasto con l’ergersi dei muri che ne costituiscono la più grande minaccia.

Servendosi di mappe geografiche, carte nautiche, pagine di libri e vecchi giornali di riuso gli artisti si addentrano nell’esplorare tematiche tanto complesse quanto attuali e necessarie, come quella delle migrazioni, dei diritti umani, della sostenibilità ambientale e del rapporto fra uomo e tecnologia, permettendo all’arte e alla parola di prendere posizione contro l’assuefazione ai massacri del nostro tempo, nel tentativo di rimettere in moto il pensiero critico dello spettatore.

In merito, l’opera “Bandiere” (2026) è di fatto un’installazione di libri che si staglia in orizzontale per oltre due metri sulla parete d’ingresso della galleria: l’aria mossa dalla porta scorrevole fa si che le pagine vengano mosse e trasformate in tante piccole bandiere al vento. Il libro come oggetto di recupero è linfa per gli artisti del collettivo, è materia viva, è sapere, ma è anche la sua negazione: la censura che impone ulteriori confini culturali nel mondo, oggi più che mai.

Opiemme, Bandiere, 2026, installazione di libri, 150 x 250 x ca 20 cm

“Welcome” (2016), realizzata in acrilico e spray su di una carta nautica, segna quelle che sono le rotte migratorie che dal Nordafrica conducono alle coste siciliane, accompagnate dalla scritta sarcastica “Welcome to Italy, dove non c’è futuro”, mentre una farfalla disegnata con uno stencil ha le ali decorate dalle parole di “Dualismo”, poesia di Arrigo Boito che recita nella prima strofa “Son luce e ombra; angelica farfalla o verme immondo, sono un caduto chèrubo dannato a errar sul mondo, o un demone che sale affaticando l’ale, verso un lontano ciel […]”, come a voler accompagnare il tortuoso viaggio dei migranti in cerca di un futuro migliore, anche dove sembra non esserci.

Il tema del progresso tecnologico è centrale nell’opera “Finché schermo non ci separi” (2023), dove anche una semplice frase, pronunciata comunemente in un contesto di unione, in questo caso smaschera i paradossi della tecnologia: ciò che permette di essere connessi anche a migliaia di chilometri di distanza sta rendendo l’umanità sempre più sola, costringendola a creare alter ego digitali che la rendono incapace di abitare il mondo come prima.

Opiemme, The dark we were, 2018, acquerello e spray su cartina scolastica, 105 x 139 cm

“Humankind today has a border” (2015) suona come una constatazione, ma è anche un monito. Il collettivo, attraverso le opere esposte che coprono un arco temporale lungo quindici anni, prende in esame le frontiere tracciate dalla politica e, attraverso la parola, propone in alternativa una geografia umana, mettendo in discussione il concetto stesso di confine. È ancora una volta la parola ad avere il potere di valicare anche le barriere più alte, entrando in contrasto con la narrazione dominante e generando il caos, una perdita di orientamento fisico volta a ritrovarne uno umano. 

A modo suo dunque l’arte si fa resistenza, gesto politico e poetico insieme, per cercare di mettere in luce l’importanza di mantenere uno sguardo libero sul mondo, senza permettere a delle linee tracciate su carta di definire in che misura possiamo ancora essere umani.

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Laura Ferrone
Laura Ferrone
Nata a Treviso nel 2001, è laureata in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali (Storia dell’arte) all’Università Ca’Foscari di Venezia. Ha frequentato un master in Curatela di mostre d’arte contemporanea a Venezia e ora collabora con artisti e curatori organizzando eventi sul territorio. La passione per l’arte, la natura e la scrittura l’hanno da sempre accompagnata e tutt’oggi la spingono a voler conoscere meglio il panorama artistico contemporaneo, in particolar modo quello legato al suo territorio d’origine.

2 Commenti

  1. Bellissimo articolo: a volte non si pensa che l’arte può essere un potente mezzo di comunicazione! Grazie Dott.ssa Ferrone.

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