Non è necessario credere per avvertire la forza di uno spazio sacro. A volte basta la luce che attraversa una vetrata, il silenzio imposto da un dipinto o un muro che sembra proteggere il visitatore dal rumore esterno. Nel Novecento alcuni artisti e architetti hanno trasformato la cappella in un’opera totale, nella quale pittura, colore, materia e paesaggio non accompagnano il raccoglimento: lo producono.
Non tutti questi luoghi appartengono a una confessione religiosa. Alcuni sono consacrati, altri nascono come spazi laici di contemplazione. Ciò che li unisce è l’idea che l’arte possa ancora costruire un’esperienza vicina al sacro.

Foto mostrata: Christian Heeb.
1. Rothko Chapel, Houston
Entrare nella Rothko Chapel significa abbandonare per qualche minuto la necessità di capire. Al suo interno si trovano quattordici grandi dipinti realizzati da Mark Rothko tra il 1964 e il 1967: superfici scure nelle quali il nero si apre lentamente a variazioni di viola, marrone e rosso.
Commissionata da Dominique e John de Menil e inaugurata nel 1971, la cappella è uno spazio interreligioso aperto a tutti. Rothko collaborò alla progettazione dell’edificio, immaginando una struttura ottagonale illuminata dall’alto. I quadri non raccontano episodi biblici e non propongono simboli riconoscibili: chiedono tempo, attenzione e disponibilità al silenzio. All’esterno si trova Broken Obelisk di Barnett Newman, dedicato a Martin Luther King Jr.

2. Chapelle du Rosaire, Vence
Tra il 1947 e il 1951 Henri Matisse, ormai anziano e con una mobilità fortemente ridotta, lavorò alla Chapelle du Rosaire di Vence, sulla Costa Azzurra. Non si limitò a dipingere alcune opere: progettò l’architettura, le vetrate, gli arredi, le ceramiche, gli oggetti liturgici e persino i paramenti sacerdotali.
Sulle pareti bianche, i disegni neri dedicati alla Vergine, a san Domenico e alla Via Crucis possiedono la semplicità estrema raggiunta da Matisse nell’ultima parte della sua vita. Le vetrate, invece, fanno entrare nella cappella gialli, verdi e blu ispirati al Mediterraneo. Consacrato il 25 giugno 1951, l’edificio dimostra come pochi segni possano trasformare la luce in materia pittorica.

3. Chapelle Saint-Pierre, Villefranche-sur-Mer
Per anni la cappella di Saint-Pierre, affacciata sul porto di Villefranche-sur-Mer, era stata utilizzata dai pescatori come deposito per reti e attrezzature. Tra il 1956 e il 1957 Jean Cocteau ne decorò le pareti, riportando l’edificio alla sua funzione originaria e trasformandolo in una delle sue opere più intime.
Le immagini raccontano episodi della vita di san Pietro, ma lasciano entrare anche il mondo contemporaneo della costa: pescatori, reti, barche, volti e gesti quotidiani. Cocteau non separa il racconto religioso dalla vita del porto. Il risultato è una cappella nella quale il Mediterraneo sembra continuare oltre le pareti, attraverso linee leggere e colori attenuati.

4. Cappella del Barolo, La Morra
Quella conosciuta come Cappella del Barolo non è mai stata consacrata. Costruita nel 1914 nelle vigne di Brunate, nelle Langhe, serviva probabilmente come riparo per chi lavorava nei campi. Alla fine degli anni Novanta la famiglia Ceretto affidò la sua trasformazione a Sol LeWitt e David Tremlett.
LeWitt ricoprì l’esterno con campiture geometriche dai colori accesi; Tremlett lavorò invece sull’interno, costruendo un’atmosfera più raccolta attraverso toni terrosi e morbide forme realizzate a pastello. Terminato nel 1999, l’intervento non trasforma l’edificio in una chiesa, ma in un punto d’incontro tra arte contemporanea, paesaggio e cultura del vino. È forse la più gioiosa tra queste cappelle: un piccolo edificio che emerge dalle vigne come una scultura pop.

5. Austin di Ellsworth Kelly, Texas
Non è formalmente una cappella, anche se tutto in Austin, l’ultima grande opera di Ellsworth Kelly, invita a considerarla tale. Inaugurata nel 2018 negli spazi del Blanton Museum of Art, è l’unica struttura architettonica indipendente progettata dall’artista americano.
Kelly la immaginò come un edificio in pietra ispirato alle chiese romaniche europee. Tre serie di vetrate colorate modificano continuamente la luce, mentre all’interno trovano posto pannelli in marmo bianco e nero e un alto totem in legno di sequoia. Non esistono altari né simboli religiosi: il culto, se così si può dire, è dedicato alla forma e al colore.

6. Notre-Dame-du-Haut, Ronchamp
Con il suo tetto curvo e pesante, le pareti irregolari e le piccole aperture colorate, la cappella di Notre-Dame-du-Haut sembra più una scultura abitabile che una chiesa. Progettata da Le Corbusier e consacrata nel 1955, sorge sulla collina di Bourlémont, nel luogo di un precedente santuario distrutto durante la Seconda guerra mondiale.
Qui l’architetto abbandonò gran parte del rigore geometrico che aveva caratterizzato il suo lavoro. La luce entra attraverso finestre di forme e profondità differenti, disegnando macchie di colore sulle pareti. L’edificio continua a essere una cappella cattolica e un luogo di pellegrinaggio, ma dal 2016 è anche parte del sito UNESCO dedicato alle opere architettoniche di Le Corbusier.

7. Chiesa della Luce, Ibaraki
Nella Chiesa della Luce, progettata da Tadao Ando nel 1989 a Ibaraki, vicino a Osaka, quasi tutto è ridotto all’essenziale: cemento, legno, buio e un’apertura a forma di croce.
Ando non colloca la croce davanti alla parete. La sottrae alla parete stessa, lasciando che la luce esterna entri attraverso due tagli nel cemento. Il simbolo religioso diventa così un fenomeno fisico, variabile secondo l’ora e le condizioni atmosferiche. Le panche furono ricavate dal legno delle impalcature utilizzate durante la costruzione, rafforzando l’austerità dell’ambiente. È ancora una chiesa attiva e le visite devono rispettarne le funzioni religiose. Sito della Ibaraki Kasugaoka Church
Questi sette luoghi raccontano una trasformazione decisiva: nel corso del Novecento il sacro ha progressivamente smesso di dipendere soltanto dall’immagine religiosa. Può emergere da un campo nero, da una parete di cemento, da una vetrata astratta o da una piccola costruzione colorata in mezzo alle vigne. L’arte non sostituisce necessariamente la fede, ma costruisce le condizioni per fermarsi, guardare e ascoltare ciò che normalmente rimane coperto dal rumore.



