L’essenziale è invisibile agli occhi nell’arte di Shilpa Gupta. Tutta la pratica della grande artista indiana (Mumbai, 1976) potrebbe essere descritta citando la celebre quote del Piccolo Principe: mai gridata, sempre consapevole, sempre poetica. Ne parliamo con Bruna Roccasalva, che cura la personale di Shilpa Gupta alla GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano: One Palm Closer to the Sky, dal 15 settembre al 6 gennaio, rappresenta la nuova edizione, l’ottava per la precisione, del programma “Furla Serie” che Fondazione Furla felicemente realizza nel museo civico meneghino.
One Palm Closer to the Sky presenta una serie di nuove produzioni (lo sono 9 delle 10 opere esposte) che ragionano su alcuni dei nuclei fondamentali del lavoro di Gupta: l’interesse per il linguaggio, il coinvolgimento attivo del pubblico, la rielaborazione di oggetti d’uso comune. «Shilpa Gupta ha la capacità di insegnarci a guardare in modo nuovo al mondo – ci dice Roccasalva –: ogni suo lavoro vive nell’osmosi tra arte e vita. Per Gupta il significato dell’opera si costruisce sempre insieme a chi la incontra. Quando l’ho coinvolta per questo progetto, che si nutre della sfida di portare l’arte contemporanea in un museo ottocentesco, è rimasta all’inizio molto sorpresa e subito ne ha apprezzato lo spirito, convinta com’è che il contemporaneo debba esplorare nuovi spazi e nuovi pubblici».

.
Installation view della mostra promossa da Fondazione Furla e GAM –
Galleria d’Arte Moderna di Milano
Ph. Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Furla
Si comincia dagli esterni del museo. L’installazione in ferro di quasi 7 metri di altezza che si erge nel cortile davanti al museo è la chiave di lettura di tutto ciò che verrà: Hope, questo il titolo dell’opera, riflette sul senso di speranza che, dopo generazioni di lotte per la libertà, continua a resistere pur sembrando oggi vacillare di fronte alla crescente affermazione di derive autoritarie su scala globale.
L’esposizione procede poi al piano terra, scandita in 5 sale. La sala più bella è quella che non abbiamo potuto fotografare né riprendere: un’installazione sonora site-specific fatta di pietre, specchi, arredi e bicchieri di recupero che “risuonano” letteralmente nell’ambiente, riproducendo quelle poche note che fanno subito capire la canzone evocata. È Bella ciao, suggestiva ascoltata così, al buio, materializzata dal rumore di oggetti di uso comune.
E se nella stanza accanto è il neon Truth che, di colore rosso, si riflette nello specchio aprendo a riflessioni su che cosa oggi sia la verità nell’epoca delle fake news, è nella sala centrale che la mostra diventa davvero interattiva: anche qui con un’installazione site-specific che la stessa artista ci ha confessato non pensava possibile, considerata la delicatezza del luogo e gli affreschi alle pareti. È stata creata una sorta di camera bianca, apparentemente vuota, dove emergono, se ci si avvicina, delle figure in rilievo: sono scene di proteste avvenute in diverse parti del mondo. «Sono anni che le disegno: ne ho una collezione – ci ha detto Shilpa Gupta –: qui ho pensato di usare il frottage per permettere ai visitatori di disegnare loro stessi queste scene». Bisogna dunque prendere uno dei fogli bianchi distribuiti in sala, dotarsi di gessetto, appoggiare il foglio sulla parete dove si scorgono le sagome in rilievo e colorare: ogni visitatore crea così il proprio disegno. «I corpi di coloro che vengono arrestati non ci sono: appaiono solo i carnefici – aggiunge l’artista –, ma proprio la loro assenza rende la violenza ancora più forte».

.
Installation view della mostra promossa da Fondazione Furla e GAM –
Galleria d’Arte Moderna di Milano
Ph. Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Furla
Poco distante, Stand, Speak, Here è un orologio-bilancia: si sale su dei semplici mattoni e si è invitati a cantare una nenia che “attiva” il moto dei secondi, quasi che il tempo, in fondo, fosse qualcosa di soggettivo.
Nella sala successiva si trova una delle opere più iconiche dell’artista indiana: SoundOnMySkin presenta un display simile a quello che troviamo nelle stazioni e negli aeroporti, solo che qui non ci sono informazioni, ma lettere che compongono frasi (talvolta con errori voluti). Che cos’è oggi la comunicazione – sembra volerci dire Gupta – se non un insieme di significati che ci destabilizza anziché rassicurarci? Tutto è apparentemente semplice e pulito nell’arte di Shilpa Gupta, eppure ogni cosa (specie quelle poco visibili) ha un suo peso specifico.
Lo ritroviamo anche nella sala finale, dove è esposta una serie a cui lavora dal 2012: Stars on Flags of the World presenta 9 tele su cui sono ricamate le stelle presenti sulle bandiere di diverse nazioni. Qui, nella GAM di Milano che nasce negli anni della formazione dell’Italia come nazione, Shilpa Gupta rappresenta bandiere non più monumentali e classiche, ma provvisorie. Come provvisori e fluidi appaiono oggi i confini degli Stati.




