Shu Takahashi all’Aquila: la storia di un artista che trasformò il colore in spazio

Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava. È racchiusa in questa formula, traduzione dell’espressione giapponese Nanakorobi Yaoki, l’idea di resilienza che dà il titolo alla manifestazione culturale inserita nel programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Il secondo appuntamento del progetto è dedicato a Shu Takahashi, artista capace di costruire, per oltre mezzo secolo, un ponte visivo e intellettuale tra Giappone ed Europa.

La mostra, intitolata Shu Takahashi. Un artista giapponese nella collezione di Giorgio de Marchis. Un mondo fluttuante tra Oriente e Occidente, è visitabile fino al 4 settembre 2026 negli spazi della Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, in Corso Vittorio Emanuele II all’Aquila. Curata da Anna Imponente, in collaborazione con Ari Takahashi, nasce dall’ideazione e dalla direzione artistica della Fondazione, guidata da Diana Di Berardino, con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia e dell’Istituto Giapponese di Cultura a Roma.

Al centro del progetto non c’è soltanto la produzione artistica di Takahashi, ma anche il rapporto umano e intellettuale che lo legò a Giorgio de Marchis, storico dell’arte, già soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e successivamente direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo. Un’amicizia che diventa chiave di lettura per comprendere una ricerca nata nel confronto tra due tradizioni visive, due geografie e due modi di pensare lo spazio.

Takahashi, vissuto per circa quarant’anni in Italia, appartiene a quella generazione di artisti giapponesi che nel secondo dopoguerra guardò alle avanguardie europee senza rinunciare alla propria matrice culturale. Nelle sue opere la forma astratta non è mai semplice esercizio compositivo. È piuttosto una presenza fisica, quasi scultorea, costruita attraverso campiture levigate, colori intensi, superfici curve e geometrie che sembrano galleggiare nello spazio.

Il percorso espositivo, curato nell’allestimento da Marcello Deroma e Carlo Mangolini, si sviluppa in tutti gli ambienti della Fondazione e intreccia differenti livelli narrativi. Le opere, provenienti dalla collezione della Fondazione e da importanti raccolte pubbliche e private italiane e giapponesi, sono accompagnate da materiali documentari, fotografie, videoproiezioni, ritratti, interviste e pensieri dell’artista.

Tra i lavori più significativi figura Incontro, monumentale opera del 1992 proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Qui le superfici policrome assumono una consistenza autonoma: il colore non riempie semplicemente la forma, ma la costruisce, la rende corpo, presenza e tensione.

Particolare rilievo assumono anche le ricostruzioni video, realizzate da Ari Takahashi, di tre interventi nei quali emerge il rapporto dell’artista con l’architettura e con la dimensione pubblica dell’arte. Nel 1969 Takahashi progettò gli interni del night club romano Mon Ami, trasformando lo spazio attraverso forme organiche, gommapiuma e colori accesi. Nel 1973 intervenne sul Battistero di San Giovanni a Volterra, dichiarando la volontà di sottrarre l’arte alle nicchie protette e ai salotti per riportarla nei luoghi della vita quotidiana.

Nel 2017, infine, lavorò agli interni del tempio buddista Renge-In Tanjo-Ji, a Tamana, nella prefettura di Kumamoto. Le opere monumentali, pensate in dialogo con le sculture dei Cinque Buddha, reinterpretano la cosmologia buddista attraverso materiali tradizionali come la foglia d’oro e d’argento, uniti a tecniche e sensibilità contemporanee.

È in questa continua oscillazione che si trova la forza del lavoro di Takahashi: tra rigore e leggerezza, profondità e superficie, materia e sospensione. Anna Imponente descrive la sua arte come un sistema di “semplificazioni estreme”, capace di unire l’eleganza della lacca, la precisione degli incastri e la sensazione che le forme possano liberarsi dalla gravità.

La mostra restituisce così l’immagine di un artista che non ha mai inteso Oriente e Occidente come categorie opposte, ma come territori permeabili. Nelle sue opere modernità e tradizione non si annullano, ma convivono in un flusso continuo, trasformando il quadro in una soglia attraverso la quale osservare il mondo.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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