Dentro la Piramide 38° Parallelo, il tetraedro cavo in acciaio corten dell’artista Mauro Staccioli, anche quest’anno si è celebrato il Rito della Luce. Il rituale, che si svolge durante il solstizio d’estate, è un invito a varcare la soglia dell’oscurità per intraprendere un percorso di rinascita e giungere a quella che Antonio Presti chiama la “visione dell’invisibile”.
Il fascino di quest’opera, risalente al 2010, si rinnova ciclicamente ogni anno. Arroccata su una leggera altura del territorio di Motta d’Affermo è affacciata su di un paesaggio mozzafiato che si estende fino al mare, essa costituisce un vero e proprio avamposto culturale legato all’arte e alla spiritualità.

“Il fatto che entri la luce al tramonto è stata una botta di culo!”, afferma Antonio Presti con una buona dose di schiettezza e di humour. L’intuizione di fare entrare la luce dentro la piramide fu infatti un’idea sua, non di Staccioli, l’artista, a quanto pare, non voleva neanche creare il tunnel per accedere dentro la piramide, pensava che il percorso dal buio pesto fino alla luce fosse troppo new age (in effetti un po’ lo è!). Alla fine Staccioli si rifiuta di firmare questa parte del progetto e la cosa si risolve con una sorta di co-progettazione tra lui e Presti.

Da più di quarant’anni, dal lontano 1982, il grande mecenate siciliano coinvolge senza soluzione di continuità artisti contemporanei e internazionali, invitandoli a realizzare le loro opere lungo gli argini del fiume Tusa e nei comuni limitrofi (Tusa, Castel di Lucio, Mistretta, Motta d’Affermo, Pettineo e Reitano). La prima è stata “La materia poteva non esserci”, forse l’opera più toccante di Pietro Consagra, da allora sono stati coinvolti instancabilmente territori, artisti, operatori culturali, cittadini e istituzioni. Se accompagnata da una visione, l’arte contemporanea è un formidabile strumento di rigenerazione, può rafforzare l’identità dei luoghi facendosi politica (con la “P” maiuscola). Ognuna delle opere che Presti ha donato al territorio è potenzialmente un attrattore culturale ed un volano di promozione internazionale, nonché di rigenerazione. A patto, però, che venga curata, perché altrimenti tutto si ferma. Su questo punto il mecenate siciliano è irremovibile.

Mentre sono giunta a questo punto nello scrivere codesto articolo mi prendo una pausa. Le parole di Antonio Presti mi ronzano ancora nella testa. Ma ecco che come un missile una notizia squarcia la bolla dentro la quale sono racchiusa: è crollata a Roma un’opera di Mario Ceroli proprio a causa dell’incuria e del degrado. Goal, l’imponente scultura in legno realizzata in occasione dei Mondiali di calcio del 1990, è crollata sotto il peso delle sue stanche membra. Il caso vuole che Ceroli sia anche autore della “Bocca della verità” realizzata per l’Art Hotel Atelier sul Mare di Presti, oggi spostato a Villa Margi. La strana coincidenza risuona come un monito.

Bisogna saper “ringraziare l’ingratitudine”, “l’artista non deve morire mai nella memoria”, queste frasi incisive e lapidarie, che Antonio Presti ripete sempre come dei mantra, acquistano adesso un senso più profondo. Ogni dono, infatti, è un impegno per chi lo riceve e il difficile sta non tanto nell’accoglierlo, quanto nel mantenerlo, nel prendersene cura. Dopo aver catalizzato tante energie, la speranza è che coloro che oggi celebrano e inaugurano le opere d’arte, domani manifestino anche la volontà di prendersi cura di questi “doni”. “La Finestra è sacra!” esclama Presti, far spostare la previsione urbanistica dei lidi per tutelare la scultura ideata da Tano Festa e con essa il suo paesaggio è uno dei suoi prossimi obiettivi.
Tra le tantissime opere della Fiumara d’Arte, una in particolare andrebbe restaurata al più presto secondo lui. Si tratta della Stanza di Barca d’Oro dell’artista giapponese Hidetoshi Nagasawa, situata nel comune di Mistretta. L’obiettivo è quello di aprire in anticipo l’opera, che è stata chiusa lo stesso giorno in cui è stata inaugurata. Secondo l’artista, infatti, doveva rimanere chiusa per 100 anni ed essere percepita “solo attraverso l’energia mentale della memoria”. In effetti, come afferma Baudelaire, “provocare il ricordo” è la vera “funzione dell’arte”.
“In futuro il rito della luce avrà due sedi, se restauriamo e riapriamo Stanza di barca d’oro potrebbe essere bellissimo!” afferma il mecenate. È infatti sua intenzione creare un’alternanza nel Rito della Luce tra la Piramide e la Barca d’oro, che considera come la prosecuzione della “visione dell’invisibile”, creando così un circuito artistico a corrente alternata. A patto che vi sia cura, ovviamente.

Prima di salire alla piramide visitiamo Villa Margi e le opere del nuovo Atelier sul mare. Sognare è faticoso, ci vuole coraggio. Tra la folla c’è qualcuno che ricorda la lirica Uomo del mio tempo di Salvatore Quasimodo. “Che senso ha sognare oggi? Non demoralizziamoci, troviamo sempre il senso!” afferma Presti rivolgendosi alla folla assiepata sotto il sole, poi aggiunge, “oggi lavoriamo in un momento triste per la contemporaneità, sta prevalendo il nulla, spegniamo i telefonini e accendiamo le coscienze”.
Come un grande padre Antonio Presti si aggira tra la folla, si occupa di tutti e in particolare degli artisti: li rifocilla, li scuote quando si impigriscono, li motiva, li anima quando necessario. Conosce bene la fatica di sognare, sa che viviamo tempi duri. Prima del pranzo si raccomanda di fare attenzione a non mangiare troppo e di non bere vino prima dell’esibizione. Dopo pranzo finalmente saliamo alla Piramide, la giornata è assolata, ma lui è il primo ad arrivare.

Inizia un grande happening collettivo che riflette in parte il disordine dei tempi. Alcune performance sono interessanti, nell’insieme si conferma un potente rito collettivo che ancora costituisce un riferimento importante, in mezzo a tanta precarietà. Il “popolo della luce” vi partecipa con dedizione. Tra tamburi, attori, danzatrici e musicisti, tra mantra e campane tibetane, mentre ancora nulla si è compiuto e tutto è possibile mi addentro nel tunnel e lo percorro con ansia claustrofobica. Il mio rito iniziatico si sta per compiere, entro finalmente dentro lo spazio cavo della piramide, una striscia di luce l’attraversa, qui il grande rito collettivo raggiunge il suo culmine. La performance è diventata corale, Antonio Presti è in mezzo ai suoi artisti, appare tra la folla come un “nume tutelare”, una sorta di genius loci.

A pensarci bene mi riporta alla mente il Genio di Palermo, ma la cosa che lo accumuna maggiormente al nume palermitano è che c’è sempre qualche serpente ingrato che succhia dalla sua “minna”. Dopo 40 anni di lotte contro la “dittatura dell’ignoranza” egli ripete che “non c’è vittimismo, rabbia, livore, nè rancore” nelle sue parole, “c’è solo bellezza”. In questa prospettiva l’istinto per la bellezza, che egli chiama “visione dell’invisibile”, è guidato da forze spirituali ed etiche, ancor prima che estetiche.
Antonio Presti oggi ha settant’anni, la stanchezza comincia a farsi sentire, ma lui va avanti, pensa al futuro ed ha tanti progetti. “Rinasci sempre dalle tue ceneri”, gli dico. “Sì, ma con sofferenza” risponde lui.


