Il dialogo tra arte contemporanea e arte classica si arricchisce di un nuovo tassello: la Sibilla cumana di Domenico Zampieri, detto il Domenichino, dipinto databile al 1622 e prestigioso prestito della Galleria Borghese di Roma ai Musei civici di Palazzo Farnese a Piacenza, con cui dialogano otto sculture sibilline in marmo travertino rosso persiano e ferro dell’artista piacentino Christian Zucconi.
Il dialogo, curato dal Direttore dei Musei piacentini Antonio Iommelli, e visibile nella Cappella Ducale dei Musei, prende spunto dalla presenza di alcune sibille affrescate in diverse chiese piacentine. Va detto subito che questo confronto è davvero emozionante: l’effetto sul visitatore, grazie a un suggestivo allestimento, va oltre l’effimero per richiamare una significativa sensazione di ambiguità e mistero.

Iniziamo dalle occorrenze legate al mito della Sibilla già presenti a Piacenza. La Cattedrale della città, la Chiesa di Santa Maria di Campagna e la Basilica di Sant’Antonino rappresentano tre contesti storici, architettonici e artistici di assoluto rilievo e le raffigurazioni della profetessa sono firmate, rispettivamente, dal Guercino, dal Pordenone e dal Malosso. Su preciso intendimento del curatore, questo confronto dunque rappresenta un ulteriore elemento rafforzativo di un legame ormai millenario tra la città e la sacerdotessa simbolo di oracolo oscuro. “Sibille. Voci oltre il tempo, oltre la pietra” è dunque un interessante evento espositivo che viaggia anche sul legame tra territoriale e universale.

La Sibilla Cumana del Domenichino già rappresenta una declinazione non canonica della profetessa: in questo dipinto, infatti, la Sibilla appare con una viola che avrebbe la funzione di accompagnare le sue parole oracolari. La presenza di parecchie foglie di alloro alle sue spalle costituisce l’elemento di certificazione che si tratti proprio della sibilla di Delfo, notoriamente consumatrice di alloro prima di pronunciare il vaticinio. Va sottolineato come, nel registro del patrimonio opere presenti alla Galleria Borghese di Roma, la Sibilla cumana del Domenichino ha la scheda firmata proprio dal Direttore del Museo piacentino Antonio Iommelli, come detto curatore di questo dialogo.

Quella della Sibilla non è di sicuro una figura di secondo piano nella mitologia classica: legata alla potente città di Cuma, la prima colonia greca d’Occidente oggi corrispondente più o meno a Pozzuoli, la Sibilla è profetessa legata ad Apollo oltre che residente all’ingresso dell’oltretomba (corrispondente all’attuale Lago Averno).
A fronte di questo contesto di significativo spessore artistico, storico e mitologico, l’intervento scultoreo plurimo di Christian Zucconi si rivela un allestimento di buona qualità tecnica oltre che multidisciplinare. Oltre alle otto sculture, infatti, la dimensione uditiva della visita è impreziosita da “Versi sibillini” e musicali sempre di Zucconi, con voci e tessuto sonoro di Greta Di Lorenzo e percussioni di Gian Luca Capelli. La fruizione della mostra si rivela dunque un’esperienza realmente intessuta di mito e mistero, di corpi e ombre, di luci ed echi sonori che sembrano permearsi di pietra.

La Sibilla del mattino e La Sibilla della sera, entrambe del 2020, costruiscono tra loro un dialogo nel dialogo: sono, infatti, quasi lo yin e lo yang, l’una accovacciata su una sola gamba in posa naturale, l’altra accovacciata a testa in giù, con la medesima simmetria simbolica della gamba mutilata che diventa una sorta di diffusore sonoro.
La Madonna dell’assenza, per stessa ammissione di Zucconi la sua prima scultura datata 2019, si presenta come una figura deforme, quasi distrutta ma nello stesso tempo nell’atto di rinascere dal vuoto, senza il supporto interno ma concepita come un unico blocco scultoreo. Il Canto del fuoco, 2021, si ispira direttamente al XXVI canto dell’Inferno dantesco, in cui, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, sono puniti coloro che hanno agito con ingegno (Ulisse in primis). L’artista rilegge la vicenda di Ulisse e Diomede unendoli in un abbraccio eterno mediato dall’onnipresente profetessa che eleva così la nobiltà dello sforzo conoscitivo.

Per chi scrive sono queste le quattro opere che meglio incarnano uno degli obiettivi di Christian Zucconi (che, ricordiamo, è nato nel 1978): le sue opere, infatti, sono davvero un’efficace rappresentazione della locuzione latina exterior velat, interior revelat. L’osservatore deve andare oltre il visibile per inoltrarsi nella contemporaneità e attualità del mito sibillino.
Il corpo diventa uno strumento del tempo, e si rivela nel suo fulgido e poroso travertino rosso dopo aver attraversato un corridoio buio che conduce il fruitore davanti a questa rappresentazione del sacro e del profano davvero di qualità. E’ il concetto di soglia che caratterizza l’avvicinamento al mistero.



