Silvia Mei: “Vi racconto la mia Sardegna. Tra riti, miti, antiche leggende”

Ci sono terre che non si abitano mai del tutto e che, proprio per questo, non smettono di abitarci. Territori che non si esauriscono in un paesaggio o in un’appartenenza anagrafica, ma che riaffiorano per riflesso, per attrito, per sogno o per mancanza, sotto forma di lingua sommersa, di gesto ripetuto, di visione insistente. La Sardegna, per Silvia Mei, non è tanto una provenienza geografica quanto una grammatica primitiva e psichica, un sottofondo tellurico che continua a emergere – anche nei momenti in cui sembra scomparire – attraverso le maschere deformate, i volti ibridi, i corpi androgini e animaleschi che popolano le sue opere.

Silvia Mei, Un unico filo,olio, acrilico e tecnica mista su carta, cm66,5x 83,5, 2015

Pittrice istintiva e viscerale, capace di combinare materia e spirito, ironia e ferocia, Silvia Mei lavora su una soglia emotiva in cui la figura si fa teatro dell’inconscio, spazio instabile dove identità, memoria e psiche si ricombinano in forme imprevedibili e perturbanti. Eppure, sotto quella superficie increspata, agitata da gesti grezzi e da accumuli materici, si avverte come un respiro arcaico, un battito antico che non è mai del tutto individuale, ma porta con sé echi di riti, sussurri di leggende, trame di un’appartenenza che si trasmette per vie oblique, per trasalimenti.

È lì che si annida l’isola. Non nel folklore o nella citazione esplicita, ma in una genealogia emozionale che risale l’infanzia, attraversa il corpo, e si affaccia – con la forza nuda del desiderio e del trauma – sulle superfici della pittura. In questa conversazione, parte di un ciclo dedicato ai “luoghi dell’anima” degli artisti contemporanei, abbiamo cercato con Silvia Mei quel filo sottile che unisce la geografia alla biografia, la materia all’archetipo, la Sardegna reale a quella invisibile, che si insinua nei gesti e nei pigmenti e, come certe presenze antiche, non se ne va mai davvero.

Silvia, oggi vivi in Lombardia, ma sei originaria della Sardegna, e spesso ci torni, soprattutto d’estate. Ci racconti qualcosa della tua terra natale? Dove sei cresciuta, in che casa, in che paesaggio, con che atmosfera?

Sono cresciuta in un paesino del sud del campidano dove tra le vie spunta ancora qualche casetta dai mattoni di fango cotte dal sole. È circondato da un paesaggio rurale, dai campi di carciofi, di pomodori e da ampie distese di grano e campagne gialle che fanno pendant con l’azzurro del cielo. Fa pochissimi abitanti ed è uno di quei posti dove se non ti crei tu la situazione rischi di annoiarti. L’ energia è sempre stata silente e remota infatti è un territorio che fu già abitato in epoca neolitica difatti basta una breve pedalata per ritrovarsi al complesso dei nuraghi di Monte Idda o al Casteddu de Fanaris. Luoghi che ho visitato con mio padre che è un grande appassionato di archeologia. È anche d’obbligo dire che, però, da qualche anno a questa parte, l’atmosfera del Paese si è rinnovata grazie agli splendidi murales di Tellas, icona attuale del muralismo, nonché mio stimato coscritto e compaesano.

Quando pensi alla parola “casa”, cosa ti viene in mente? Una persona, un luogo preciso, un odore, un rumore?

Non ho un’ idea definita di casa. Mi vengono in mente tante cose, a partire dagli affetti, alla mia terra, ma anche alla casa dove vivo attualmente in Lombardia, agli amici, allo studio… Sono i luoghi e le persone con cui sto e sono stata bene.

Ci sono dei “luoghi dell’anima” in Sardegna a cui torni sempre? Anche solo con la mente?

Cala Pira, di lei mi piace anche il suo nome un po’ buffo. Se posso ci torno anche d’inverno. È una piccola baia molto accogliente, circondata dal profumo di ginepri secolari e dall’acqua turchese che fa da sfondo all’isola di Serpentara. Adoro il fatto che in cima alle rocce granitiche vi sia arroccata una torre d’avvistamento del 500 che sembra il tipico castello di sabbia fatto dai bimbi col secchiello!

Silvia Mei, Un unico filo,olio, acrilico e tecnica mista su carta, cm66,5x 83,5,2015

Cosa ami della Sardegna, oggi, da adulta e da artista? È cambiato il tuo sguardo rispetto a quando ci vivevi stabilmente? E che rapporto hai conservato con il territorio e con la gente del posto? Ti senti ancora “sarda” nel profondo o hai costruito un’identità più ibrida, meticcia?

Della Sardegna, oltre al sole, al mare, alla sua luce intensa e a tutto il resto del nostro immenso patrimonio ambientale ho sempre amato il profumo del mare, della salsedine, delle erbe di montagna e degli arbusti di tutta la macchia mediterranea. Così come amo i suoi colori caratteristici, la sua storia unica e millenaria, i suoi riti e le sue tradizioni culturali. In particolare sono innamorata dei costumi tradizionali (quello di Orgosolo è il mio preferito) sapientemente ricamati, i gioielli in filigrana fatti a mano, fino ad arrivare al favoloso pane coccoi o pai “pintau” cerimoniale e ai dolci, tutti finemente decorati. Quasi come se tutto nella vita fosse un’opera d’arte, perfino un tozzo di pane. Devo dire che ho sempre saputo di vivere in un luogo speciale, ora, forse, ne apprezzo di più l’essenza isolana, e mi arrabbio ancora di più quando viene sfregiata, bruciata, deturpata o usata ingiustamente per motivi poco nobili. È come se mi toccassero mia madre e, tra speculazioni e abusi, non tollero più che venga usata come una colonia. Mi sento sarda, lo sono del tutto, ma, ovviamente, con una spruzzata di Lombardia.

Quando torni in Sardegna, che vita fai, qual è la tua giornata-tipo?

Non sono una che riesce ad avere una giornata tipo perché, soprattutto in Sardegna, le mie giornate non sono mai uguali. Faccio tante cose, di solito mi sveglio presto e questa è l’unica costante perché ho sempre troppo poco tempo a disposizione. Ultimamente, ad esempio, sto cercando di risistemare la casa di mia nonna, ridipingo i mobili, imbianco e faccio un po’ di lavoretti. Di recente ho iniziato una collaborazione molto stimolante con Ciredz (anche lui grandissimo street artist contemporaneo) nel suo laboratorio di serigrafia di Cagliari dove spero di poterci tornare presto per sperimentare ancora qualcosa di nuovo. Ovviamente fra tutti questi impegni, cerco anche di stare con i miei cari, andare al mare, farmi qualche scampagnata, rivedermi con gli amici o dipingere qualcosa di estremamente brutto.

Nei tuoi lavori si intravedono echi di maschere, leggende, animali simbolici, ermafroditi, personaggi che paiono usciti da antiche fiabe o storie locali… Quanto di tutto questo arriva dalla cultura sarda, e quanto invece nasce altrove e si intreccia con essa?

Non riesco a dare una risposta definita, è un immaginario che ho sempre avuto in testa e che mi si ripropone quando dipingo. Di sicuro, anche se presumo, a livello inconscio, qualche influenza dalle maschere prettamente antropomorfe c’è stata. I Mamuthones ad esempio mi incantavano già da bambina, anche se ne avevo paura trovavo il loro spettacolo perturbante. Ad affascinarmi è sempre il lato animalesco, ma soprattutto l’estremizzazione del profilo ancestrale che normalmente ripudiamo e che oramai addomestichiamo da millenni. La mia curiosità per il folclore e le maschere degli altri Paesi nasce di conseguenza, non saprei quantificarne l’influenza che ne ho subito, ma la contaminazione tra esse viene da sé. È difficile che non siano accattivanti e, per via degli svariati scopi cerimoniali o artistici, incarnano innumerevoli personaggi che poi probabilmente riemergono nei miei lavori. Inoltre, come dicevo prima, spesso ci sono anche degli elementi, degli archetipi, dei simboli o delle raffigurazioni che ritornano, si ripetono tra loro. Vi è dunque un sottile ma solido fil rouge antropologico che si intrecciava già tra le varie culture. Quello che ne traspare è che siamo sempre stati connessi, che gli uomini seppur nelle loro immense diversità hanno sempre avuto un forte legame con la spiritualità in dialogo con le forze naturali e soprannaturali, con i riti di passaggio decantati alla terra, al cielo, ai cicli stagionali, al bestiame e alla natura o alla lotta tra il bene e il male.

Ad esempio, mi vengono in mente le maschere del Canton Appenzel che, purché differenti, come quelle sarde indossano dei grandi campanacci che risuonano da lontano, anche se, ora, purtroppo, di quei significati così potenti si è perso tanto. Restano memorie collettive, figure identitarie ma fluide, che donano uno sguardo nuovo della realtà, ibridi che vanno oltre la razionalità umana, retaggi di culti arcaici incarnati da animali, spiriti, ermafroditi e divinità che quando riportate in scena tornano a vivere.

Per questo trovo molto interessante anche l’aspetto sociologico. Roberto de la Torre ad esempio è tra i miei fotografi documentaristi preferiti ed è anche grazie ai suoi reportage che mi domando quanto cambino gli atteggiamenti e la libertà di esprimersi rispetto alla normale vita quotidiana di chi interpreta queste maschere. È curioso vedere come le persone entrino totalmente nel personaggio liberandosi da ogni convenzione sociale quando la indossano e quanto si inibiscano poi nel toglierla.

Le tue figure sfuggono alle categorie di genere, sono fluide, ambigue, a volte animalesche. Vedi in questa mescolanza qualcosa di profondamente “mediterraneo”? O addirittura arcaico?

La fluidità dei miei personaggi è tale perché è così che mi sento di essere. E penso sia la più corretta rappresentazione della realtà, siamo indefiniti perché siamo vari e non ha senso autocatalogarci. Per questo mi rappresento sia in forme maschili, femminili, androgine o zoomorfe, per me è fondamentale che arrivi chiaro il messaggio che siamo individui indipendentemente da quello che è il nostro genere, dal nostro aspetto e da quale sia il nostro orientamento sessuale. Quello che ci caratterizza come tali è, oltre a quello che facciamo o non, il nostro pensiero, le nostre azioni e le nostre intenzioni che, sì, sono legate a qualcosa di profondamente arcaico. Nei miei dipinti parlo principalmente di questo.

Silvia Mei, Cani, 100x150cm, acrilico su tela, 2020

Hai mai sentito le storie raccontate dalle donne anziane, magari in casa o per strada? Ti hanno influenzata? Ti capita di pensarci mentre lavori?

Sì, ho sentito racconti di rituali di preghiere pagane da mia mamma e dalla mia nonna materna. Lei era una donna molto buona, altruista, difatti, non è un caso che fosse una guaritrice. Pregava sempre per tutti, ma per ogni male recitava una preghiera diversa e in maniera estremamente intima e riservata con la persona che si affidava a lei per ottenere la guarigione. Ricordo che da piccola aiutò anche me quando le medicine non funzionarono. Le storie delle guarigioni avvenute grazie alle cosidette “Meigadoras” sono basate maggiormente su sa Mexia e s’ogu. Quindi venivano, e tutt’ora vengono fatte, sempre solo quando, escluse altre cause, si pensa che quel male sia stato causato dalla malevolenza o dal malaugurio di qualcuno, sono i cosidetti “frastimmus”. Per cui per purificare si recitano “Is brebus” a memoria, quelli che conosco io sono in sardo antico, caratterizzato anche da alcune parole in latino. In una famiglia può esserci esclusivamente una guaritrice donna che, mossa da sentimenti di empatia e compassione, deve anche essere abbastanza sensibile ed empatica da poter assorbire i mali e la negatività altrui tramite le dovute preghiere. È poi fondamentale non ricevere nulla in cambio perché vale esclusivamente come atto di carità. Non penso che mi abbiano influenzata, piuttosto, magari in qualche occasione mi hanno ispirata.

C’è una leggenda sarda, una storia, una figura ancestrale che senti particolarmente vicina o che vorresti un giorno dipingere apertamente?

Sarebbe bello di questi tempi ricollegarmi alla figura dell’Accabadora per parlare di un tema delicato quanto importante come la legge fine vita. Trovo deplorevole che chi è già sofferente si debba scontrare con ulteriori ostacoli. È ingiusto e riprovevole che per esercitare un proprio diritto, in momenti così delicati, si debba espatriare o che si debba lottare (oltre che con la malattia) anche con la burocrazia. Per poter ottenere una morte dignitosa l’eutanasia e il suicidio assistito dovrebbero essere accessibili e non limitanti. In Sardegna, fino agli anni Cinquanta, quando una persona giungeva al capezzale, i parenti del morente o del malato chiamavano l’Accabadora, una figura femminile che ricopriva un atto pietoso, un ruolo  altamente rispettabile che con dignità poneva fine ad ogni sofferenza. Ne parlò, in una maniera straordinaria anche Michela Murgia nel suo bellissimo romanzo.

Il tuo modo di lavorare – materico, istintivo, viscerale – ricorda quasi un atto rituale. Ti riconosci in questa idea? C’è qualcosa di sciamanico, di arcaico nel tuo processo creativo?

Sì è una sorta di rito privato. E sì, mi piace anche pensarlo come atto sciamanico, catartico e purificatore. Alcuni dei miei personaggi più rappresentativi sono composti da vecchi cimeli, da parti organiche, come capelli, peli, pezzi di pelle, terra, fiori pestati o essiccati, oppure, piume, peli di cervo, insetti e altri ritrovamenti interessanti a cui scelgo di dare una nuova simbologia e un nuovo significato.

I tuoi volti sembrano maschere che si sciolgono, si deformano, implodono. È un modo per rappresentare la complessità dell’animo umano, o ha un’origine diversa?

Certamente, non vogliono replicare la carne ma appunto la più complessa parte nascosta del Sé. Cosa che è quasi impossibile fare, sono dei tentativi… Ma ovviamente nell’infinito calderone della psiche umana, dei sentimenti, vi sono anche emozioni di ribrezzo, di repulsione, di imbarazzo che mi piace rievocare. Sia perché esistono sia perché ho sempre avuto un debole per l’ estetica del brutto.

Hai mai pensato a un progetto interamente dedicato alla Sardegna, magari ispirato a un rito, a un paesaggio, a una storia dell’isola?

Certo, se dovessi riuscirci, mi piacerebbe molto. Ad esempio ora sto per iniziare un progetto dedicato alla “Discesa dei Candelieri” indetto dal comune di Sassari per valorizzare la storica festa della città. Un evento popolare religioso, molto suggestivo, che dura da almeno cinque secoli nato dai devoti della Madonna dell’ Assunta e che dal 2013 è stato dichiarato Patrimonio Culturale immateriale dell’ Unesco.

La tua è una pittura dell’inconscio, dell’invisibile. Ma in certi momenti diventa anche una pittura politica, nel senso più ampio: una dichiarazione di libertà. Ti riconosci in questo?

Sì, assolutamente. Mi perdo e indago tanto nel mio io, è inevitabile, così come lo è anche espormi su altri fronti, forse meno individuali, ma che comunque mi appartengono. Fanno parte del mio pensiero, e il pensiero è anche inevitabilmente politico.

Ti senti parte di una generazione di artisti sardi? C’è una sensibilità comune che secondo te unisce chi è nato in quell’isola, anche se vive altrove?

Con me si sono formati tanti altri artisti, nonché miei cari amici, non so dire se effettivamente c’è una sensibilità che ci unisce e non vorrei inventarmela. Abbiamo tutti un linguaggio molto diverso, identitario, ma devo ammettere che in tanti ne percepiscono le stesse suggestioni.

Infine, se potessi portare chi guarda le tue opere in un solo punto preciso della Sardegna, il più importante per te, dove li porteresti? E cosa ci racconteresti da quel posto?

Indubbiamente li porterei al magnetico Pozzo Sacro di Santa Cristina. Un tempio magico, risalente all’ età nuragica, che fu probabilmente anche un centro di osservazione e analisi astronomica. Un luogo misterioso in cui la luce lunare raggiungendo lo specchio d’acqua si riflette in maniera perpendicolare all’ interno di un foro sulla camera a tholos ma questo accade solo durante il lunistizio maggiore, ogni 18,6 anni. Motivo per cui, li porterei a mezzogiorno, il 21, il 22 o il 23 di settembre. Oppure, potrei anticipare l’orario di un’ora, ma solo nel mese di marzo, in occasione degli equinozi, ovvero, quando il sole illumina direttamente la scalinata. Naturalmente non racconterei nulla ma lascerei che parlasse la potenza e la storia di questo luogo.

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