Da figure alate a simboli di speranza: le Sirene da Omero a Berruti

Che poi le Sirene, non sono mica nate metà donna e metà pesce. Ce lo raccontano la mitologia, la storia e l’archeologia. Il primo richiamo – il più segnante e audace –  risale all’Odissea, ma Ulisse non le incontrò in mezzo al mare. Sfiorò un’isola – tra Capri e Li Galli, e lo splendido vaso a figure rosse custodito al British Museum – databile intorno al V sec. a.C. – non lascia spazio a fraintendimenti: volto di donna e corpo di uccello. Di tanto in tanto, appariva anche il seno, cantavano melodie irresistibili per attirare i marinai e farli naufragare. Sappiamo che il curioso e coraggioso re di Itaca superò la tentazione: da questo momento in poi, sulle Sirene, se ne diranno di ogni.

Il vaso del British Museum con le Sirene

Non solo ibridi tentatori, ma pure con sembianze femminili, e la lunga e ammaliante coda inizia a spuntare quando i tempi sono divenuti maturi a modificare il racconto. Un’imperdibile occasione per un bestiario medievale, che subisce l’influenza della dottrina cattolica dove l’immaginario della Sirena è associata al peccato, alla lussuria e alla tentazione. E in quanto figlie di Acheloo, Dio dell’omonimo fiume, si fa largo l’idea dell‘acqua come perdizione, del mare come eccesso di libertà. D’altronde la coda lascia scoperta la parte superiore del corpo: la sessualizzazione diviene più esplicita, la condanna unanime.

Perché la loro natura è ambigua, sfuggono ad un sistematico incasellamento. La maliziosa coscienza ne rappresenta la piena consapevolezza dell’essere ed è per questo che ne conosciamo tante. Sono mistero e innumerevoli personalità.

Eppure, col passare del tempo, la storia pare a tratti averle “perdonate”, rivalutate, persino venerate. La più famosa delle Sirene, la Partenope suicida dopo aver fallito con Ulisse approda sull’isolotto di Megaride, dove la riverenza e la devozione del popolo Partenopeo – per l’appunto – continua ancora oggi, dalla fondazione di Napoli all’onirico immaginario Sorrentiniano. La versione “Ciaciona” dello street artist Trallallà, ad esempio, ci propone una Sirena dal fascino conturbante e corpo formoso. Un personaggio complesso quanto simpatico, una self-confidence ostentata e mischiata ad altre importanti simbologie: la presenza dell’aureola ne ribalta totalmente il significante, mischiando il sacro col profano. Nessuna demonizzazione quando l’unica paura è il preconcetto. 

Ma se parliamo di reintepretazione iconografica, è impossibile non menzionare la Sirena biforcuta: in questa versione la coda, divisa in due dal centro, si dirama verso l’alto ai lati del busto nudo, creando la conturbante cornice di una composizione simmetrica. L’allusione e l’invito alla sessualità sono ancor più vivide, così come più profondo diviene il tema del richiamo. Dai capitelli medievali al logo di Starbucks, questo invito non parla più – unicamente – di pericolo, ma di vita, di piacere, di intensità, di carpe diem

A questa galleria si aggiunge oggi un nuovo capitolo: la sirena-bambina di Valerio Berruti, imponente e poetica, posta sulla banchina nord del porto canale di Cervia nell’ambito del Mare d’Arte Festival a partire dall’8 agosto. Con il titolo Non basta il canto delle sirene, l’opera monumentalizza la fragilità e la speranza. Sei metri di bronzo patinato che emergono dal mare, circondati dall’acqua e accesi ogni sera da un gioco di luci, come a indicare che la vera attrazione non è il pericolo, ma il desiderio di accoglienza, trasformazione e rinascita. La sirena di Berruti è bambina perché rappresenta il futuro, l’inizio, il non ancora definito. E proprio per questo, nella sua essenzialità formale, diventa immagine universale e inclusiva. Non richiama il peccato, ma una cura senza giudizio, una possibilità nuova.

Divise tra la vita e la morte, quindi, le Sirene restano sospese in un limbo incollocabile. Da un lato le temibili figure – un po’ goth – dei videogiochi fantasy – mostruose guerriere dalla grande complessità narrativa. Dall’altro La Sirenetta di Christian Andersen: che la protagonista del romanzo sia stata effettivamente una sorta di alter ego dello scrittore, ci è dato immaginarlo. Quella che pare infatti essere una storia d’amore – omosessuale – non corrisposto, confluisce nella necessaria accettazione, in trasmutazione e sacrificio, divenendo il simbolo del movimento Queer, dove la Sirenetta racchiude in sé – e racconta – il dolore della fase di passaggio, della fatica di snaturarsi alla ricerca di un consenso negato, di sentimenti irragiungibili, di libertà soffocate. Dalla versione Disney, poi, la comunità LGBTQIA+ sceglie l’iconica Ursula come emblema: ispirata a Divine, la drag queen americana, teatralizzazione, eccesso e provocazione riecheggiano nella cultura drag.

La fluidità che risiede nel mito delle Sirene sta non solo nella loro natura, ma anche nella metamorfosi – fisica e antropologica – che le ha riguardate nei secoli. Sono voci forti, quelle delle Sirene. Spaventose – per chi? – ma pur sempre voci. La battaglia femminista ne esalta il canto, lo rende ribellione al patriarcato. Figlie di una narrazione androcentrica, il sogno collettivo le ha presentate come minaccia e seduzione, fino a mutarne la voce, ad incriminarne le parole.

“Quid Sirenes cantare sint solitae?”, chiedeva Tiberio mentre governava l’impero da Villa Jovis. Non ci è dato saperlo. Ma Ulisse ci ha lasciato un grande insegnamento: provare ad ascoltare.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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