Skygolpe: “Nei miei interventi uso la AI, un tentativo dell’uomo di trovare un nuovo Dio”

Skygolpe – al secolo Mattia Sommovigo, classe 1986 –, pioniere dell’arte digitale, è oggi protagonista a Milano dell’intervento pubblico BLACKOUT (fino al 1° giugno), composto da una serie di slogan che, imponendosi sotto forma di enormi billboard nello spazio urbano – per esempio, in Piazzale Istria e in Via Canonica –, inducono profonde riflessioni in chi li osserva. Un’azione che interroga la natura dell’autorialità e della creatività nell’era dell’automazione, dove il confine tra la produzione umana e quella artificiale si fa (volutamente) ambiguo. In questa intervista esclusiva, ci ha raccontato il suo metodo di lavoro, il suo rapporto con l’Intelligenza Artificiale e le implicazioni che ne derivano.

Mattia, tu hai esordito come street artist in Inghilterra. Poi hai sperimentato anche la pittura, e le tecniche installative. In questi giorni torni a raccontare la contemporaneità all’interno di spazi pubblici per eccellenza, come le strade e le piazze, in questo caso di Milano. È un cerchio che si chiude?

Esatto, per me è soprattutto un ritorno all’arte concettuale, che è stato il punto di partenza quando, subito dopo il liceo, mi sono trasferito a Londra. All’epoca la mia cifra stilistica era lo scotch “fragile”, quello che si usa per chiudere i pacchi più delicati. Con esso evidenziavo elementi del paesaggio urbano, ricalcando il contorno che le ombre della città – proiettate da palazzi, cartelli stradali e non solo – disegnavano sui marciapiedi. In tal modo, via via che il sole si abbassava, le silhouettes da me evidenziate con lo scotch andavano gradualmente a scurirsi.

Successivamente ti sei messo in gioco anche per quanto riguarda l’arte digitale e gli NFT, mezzi espressivi che hai esplorato in modo approfondito. Riscontri delle differenze tra queste diverse modalità di racconto della contemporaneità?

Al contrario, penso che siano tutte collegate tra loro. Concepisco l’arte come un magma informe, vivo e – un po’ come la nostra stessa esistenza – in continuo movimento. Da questa massa indefinita emerge l’opera, che può assumere le sembianze sia di un oggetto fisico che di un’entità virtuale.

Per dare vita a BLACKOUT hai deciso di collaborare con l’IA, a cui hai delegato – sulla base di input testuali, visuali e audio –, la creazione delle immagini che fanno da sfondo agli slogan da te ideati in autonomia. Come si è svolto questo processo di co-creazione da un punto di vista tecnico?

Ci sono una moltitudine di tool che permettono di interfacciarsi con le potenzialità immaginative dell’AI, alcuni più accessibili e semplici da usare, altri meno. Nel nostro caso, siamo partiti da software preesistenti a cui abbiamo applicato alcune modifiche per personalizzarli, rendendoli più affini alle nostre necessità. Sono operazioni che richiedono capacità di programmazione informatica, di cui mi occupo insieme a un team di persone responsabile anche di indagare le nuove potenzialità del mezzo, come un vero e proprio ufficio ricerca e sviluppo.

Quello che mi affascina di più di queste nuove frontiere tecnologiche, soprattutto se applicate al mondo dell’arte, è l’entropia che deriva dal loro utilizzo: c’è sempre un concept di partenza, da cui derivano i “comandi” che sono impartiti all’AI, ma il risultato è molto spesso completamente diverso – in senso positivo – da quello inizialmente previsto. È come se la macchina, in qualche modo, capisse le nostre intenzioni, facendo emergere intuizioni che altrimenti sarebbero rimaste nel nostro inconscio. In più, la capacità dell’IA di visualizzare in pochissimo tempo le nostre idee ci permette di lavorare in maniera molto più agile ed efficiente.

Una delle frasi che compare per le strade di Milano è “Arte senza artisti”. Provocazione o inevitabile conseguenza del progresso tecnologico?

Si tratta di una provocazione, un’iperbole assoluta. Sono molto appassionato di filosofia dell’arte, credo che quest’ultima abbia il compito di reinventarsi costantemente. È tramite questo costante processo di re-definizione che si stabilisce la contemporaneità dell’arte. È nostro dovere rimanere immersi quanto più possibile nel presente, per poterlo raccontare, cosa che l’arte classica, per quanto inimitabile, difficilmente può fare. Per quanto riguarda BLACKOUT, sono curioso di vedere come, in base a chi si confronterà con le frasi allestite per Milano, si creeranno diversi tipi di frizione e di dialogo. Per me le affermazioni esposte costituiscono delle verità-non-verità, partendo dal presupposto che la contraddizione è sempre alla base del mio lavoro. Penso che la coesistenza di due idee contrarie, così come la complessità che ne deriva, sia tra gli elementi più umani che esistano.

Tra gli slogan che hai ideato spiccano “Il nuovo Dio è disponibile h 24” e “Il futuro è generato”. In entrambi i casi, più esplicitamente nel primo, si può trovare un riferimento alla religione. Quanto è presente la spiritualità nel tuo lavoro? Non c’è forse, nella nascita dell’IA, un tentativo dell’uomo di innalzarsi alla condizione di divinità?

Ci sono sicuramente dei parallelismi, l’IA ha diversi punti di contatto con il concetto di divino, con la differenza che con la prima possiamo interagire in modo più diretto e tangibile di quanto si possa fare con il soprannaturale. Dal mio punto di vista, è l’uomo che crea Dio e non viceversa. L’intelligenza artificiale è un ennesimo tentativo dell’uomo di ampliare lo spettro della divinità, e soprattutto di ottenere da essa delle risposte.

BLACKOUT si espanderà anche fuori da confini di Milano?

Già dalla prima settimana di giugno l’installazione sarà a La Spezia, la mia città Natale, in tre diverse location. Sarà esposto un nuovo slogan, che sarà “Dona la tua memoria”. Fa riferimento al fatto che le nostre generazioni stanno regalando i propri ricordi alla Rete. Troveranno spazio in Liguria anche “Ingoia il progresso” e “Empatia digitale”. Spero, con questo lavoro, di aver dato vita a un nuovo medium che mi permetta di interfacciarmi con il pubblico con un’immediatezza che una galleria d’arte non consentirebbe.

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Matteo Cocci
Matteo Cocci
Laureato in Economia dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e con una parentesi di studio e lavoro a Rotterdam durata un paio d’anni, nel 2020 fa ritorno in patria e si dedica alla scrittura, scegliendo il cinema come argomento d’elezione. Assiduo frequentatore di sale cinematografiche e festival internazionali, predilige i film d’autore e le produzioni di ricerca, sia italiane che straniere.

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