Quando l’uomo contempla l’arte, quella autentica, un desiderio di pienezza – stretto fra nostalgia e tensione verso il futuro – lo assale. L’arte non è, difatti, astratta liberazione dalle nostre emozioni, ma polo energetico attrattivo di campi passionali, immaginativi, demiurgici. Topografia di una danza di vita, tutta tesa all’oltrepassamento. L’arte ci pone sulla soglia, al limitare dinamico e metamorfico di questa rivelazione interiore. Ci colloca, quindi, alla soglia del nostro desiderio – dunque, riferendoci all’etimologia latina (de sideris: senza stelle), alla soglia che spalanca il ritorno alle stelle da cui ci siamo distaccati, alle costellazioni situate lungo quel confine mobile il cui gioco di assenza-presenza ci ricorda, nella “nostalgia delle origini” (Mircea Eliade), la nostra destinazione. Qui, dove microcosmo e macrocosmo si rifrangono l’uno nell’altro, il transito verso il cielo diventa possibilità di un transito utopico, frutto di una decisione esistenziale radicale.
Quest’antropologia del desiderio “stellare” è artisticamente tematizzata dall’artista Roberto Floreani, che alle Costellazioni e alle Soglie ha dedicato due importanti serie pittoriche di matrice astratta. All’ultimo, più recente progetto artistico è dedicata la mostra Soglie: Tempo del prima – Tempo del poi, presso il Museo Diocesano di Vicenza, inaugurata l’8 marzo e prorogata per il grande interesse suscitato sino al 6 luglio 2025, già definita dalla stampa per la sua profondità e compiutezza teorico-teologica come “la mostra del Giubileo”.

L’artista festeggia con questa esposizione il quarantesimo anniversario dalla sua prima personale (1985) e, per l’occasione, ha ideato un progetto espositivo site-specific nel quale la storia evolutiva delle sue tele astratte, presentate con esempi delle diverse serie ideate negli anni di intesa attività artistica, dialoga con la nuovissima serie Soglie e con la sezione permanente del Museo Diocesano. Le sessantanove opere esposte – tele, fra cui una grande installazione composta da ventuno lavori, progetti su carta, libri d’artista e tappeti (la componente installativa del progetto) – occupano i due piani del Museo Diocesano, contaminando le collezioni che dalla romanità giungono al Settecento, oltre alla Galleria espositiva del Museo. La mostra, che ricorre nel ventennale dell’apertura del Museo Diocesano, è inoltre scandita da eventi culturali interdisciplinari e arricchita da un raffinato catalogo, pubblicato da Antiga edizioni.

L’esposizione riflette la doppia matrice dell’impegno culturale di Floreani, artista innamorato della pratica pittorica e del confronto diretto con la materia, evidente nella stratificazione delle tele e nella scelta della loro base materica terrosa, ma al contempo intellettuale, studioso, scrittore, insomma, “artista teorico” secondo il magistero delle grandi Avanguardie del Novecento. Se la vita artistica di Floreani, considerato l’astrattista di riferimento della propria generazione, è contrassegnata da un importante curriculum espositivo – con ventidue mostre personali in spazi museali in Italia e all’Estero (delle oltre novanta complessive), oltre alla selezione alla Quadriennale di Roma (2004) e avendo rappresentato l’Italia nell’omonimo Padiglione alla Biennale di Venezia (2009) – il suo impegno “militante” si è espresso in importanti studi sul Futurismo, fra cui Umberto Boccioni. Arte-Vita (Mondadori Electa, 2017, finalista al Premio Acqui Storia 2018), e sull’Arte Astratta, con il saggio Astrazione come Resistenza (De Piante, 2021), primo contributo teorico specifico dopo Kn di Carlo Belli, pubblicato nel 1935. Il riconoscimento del valore di questa doppia avventura artistico-culturale ha recentemente valso a Floreani il riconoscimento di “Artista dell’anno 2024” proprio da parte della rivista “Artuu”, su cui esce questo articolo.

Le Soglie rappresentano l’ultimo passaggio nello sviluppo metamorfico della creatività dell’artista. Le tele, concepite come transiti fra immanenza e trascendenza, sensibile e sovrasensibile, materia e spirito, grazie al fertile incontro tra la raffinata progettazione tecnica e l’appello di senso promanante dalla materia, si offrono al fruitore come soglie metafisicamente concrete. Queste si disvelano nel loro potenziale di ispirazione esistenziale nella polarità di identità e differenza: nascono da scelte artistiche apparentemente casuali, ma diventano necessarie nell’atto del loro essere fissate in opera. Così si crea l’intensità del “frammezzo”, che rappresenta il punto di trapasso di qualsivoglia polarità nel suo complemento, alla luce della chiarezza luminosa dello sfondo da cui tutto promana. Se, nelle cose reificate, esso appare opaco, inattingibile, nelle soglie brilla di un nitore che profuma di eterno. Una tensione alla verticalità che Floreani riconosce e valorizza, convinto che “l’opera possa veicolare un messaggio di natura spirituale” e che l’Astrazione sia il tentativo più maturo, nella modernità, di superare il piano naturale-fenomenico per rivolgere lo sguardo all’interiorità dell’uomo e con essa, quasi misticamente, all’ulteriorità del mondo. Ecco perché Floreani si ricollega a quell’Arte Astratta che il filosofo Jean Baudrillard ha definito, ne Il complotto dell’arte (1996), parte fondamentale della “storia eroica della pittura”.

Consapevole di appartenere a questa storia eroica, Floreani ha approfondito con attenzione – e filosofica e artistica – la ricerca degli astrattisti, fin dalle seminali Compenetrazioni iridescenti di Balla (1912), considerate dall’artista opere fondative dell’Astrazione, sottraendo quindi la primogenitura a Kandinskij. La sua attenzione si è posata, dopo aver digerito la lezione dell’Astrattismo storico di Balla, Malević, Kandinskij Mondrian, Kupka e dei Gruppi Como e del Milione, sulla figura di Josef Albers, già docente al Bauhaus. La serie relativa all’Omaggio al Quadrato, in cui Albers abbina l’assolutezza della matematica alla purezza spirituale, diventa elemento di confronto per le Soglie, che riprendono la figura del quadrato svuotandolo della sua “pesantezza” materiale e focalizzandosi sul momento di passaggio, transizione, attraversamento: un quadrato che consente il suo attraversamento diventando quindi anche soglia – con forti riferimenti sia dal versante teologico che filosofico – di fatto superando l’intuizione di Albers dotandola di maggior afflato spirituale.
In ambito filosofico, la serie di Floreani ha indotto la critica a evocare la profondità speculativa di Martin Heidegger: per l’autore di Essere e Tempo, la soglia regge il frammento, il punto che unisce e divide due mondi. In una famosa esegesi di una poesia di Georg Trakl, il filosofo ha descritto il valore simbolico della soglia in rapporto al dolore. Commentandone, nel saggio In cammino verso il linguaggio, il verso “Il dolore ha pietrificato la soglia”, Heidegger individua nella soglia la struttura ontologica che permette e regge la relazione: esterno e interno, uno e due, si rapportano in essa, “trapassano l’uno nell’altra”. L’opera d’arte si collega al concetto di soglia perché rappresenta un crinale che separa il tempo del prima – il progetto – dal tempo del poi – la realizzazione compiuta, la creazione artistica.

L’opera assurge così a topologia di (dis)velamento, crinale – un’altra figura della “soglia” – attorno a cui lo stile dell’artista “intenziona” la materia tramite la propria sensibilità estetica, dotando quindi la realtà di una forma nuova, che precedentemente al suo intervento demiurgico non esisteva. Questo spazio liminale, da rifondare nel deserto del nichilismo contemporaneo, non può d’altronde che richiamare alla mente le riflessioni decisive che il filosofo Ernst Jünger, autore di riferimento dello stesso Floreani, seppe sviluppare in Oltre la linea, riconoscendo l’arte, insieme all’amore e alla morte, come uniche figure capaci, nella modernità, di elevare l’individuo all’Origine. L’arte, afferma infatti Jünger, è potenza libera e antinichilista: gli spazi dominati dal niente sono il regno del cattivo gusto, mentre Forma e Grande Stile sono i segni dell’arte che manifesta il senso profondo delle cose – “oggi dobbiamo fare della coscienza spirituale uno strumento che redime. Essa è per noi la materia dell’ineffabile e le sue immagini possono essere assunte, anche con i nostri mezzi, nella sfera di ciò che è eternamente valido” (Ernst Jünger, Oltre la linea).

Equilibrio dinamico capace di evocare il “frammezzo” in cui si intersecano i princìpi del caos e della forma (come ordine compositivo), la soglia assurge in Floreani a provocazione culturale rispetto alla possibilità di istituire nel contemporaneo una forma-pensiero, di tipo estetico, in cui la metafisica classica sia vissuta e superata, invocando la sapienza tragica dell’immagine. Una sapienza che già Floreani aveva intuito nella serie Costellazioni, la quale, oltre a trovare spazio nella mostra al Diocesano, diventa protagonista di un nuovo progetto espositivo: l’omonima mostra presso la storica galleria romana Russo, che inaugurerà il 14 maggio 2025 alle ore 18.00, contaminando l’Anno del Giubileo di richiami alla dimensione sottile del mondo della natura.
Come le Soglie, anche le Costellazioni indicano la traccia spirituale e romantica – in senso metafisico – dell’Astrazione di Floreani: laddove le prime indagano il rapporto con l’interiorità dal versante spirituale, le seconde evocano la relazione con l’indefinito dal versante scientifico. Le distanze abissali del cosmo racchiuse nelle costellazioni – che molto affascinavano anche un artista apprezzato da Floreani, Hermann Nitsch, tanto da essere inserite come figure simboliche in numerose delle “partiture” del suo Teatro delle Orge e dei Misteri – raccontano lo spaesante rapporto con l’infinito. Quando l’osservazione scientifica, insomma, assurge a osservazione interiore. Ecco che, sulla soglia delle costellazioni, l’uomo contemporaneo si riappropria del desiderio del sacro. Persino nell’età della post-secolarizzazione le immagini artistiche possono farsi icone.


