Arrivo nell’ufficio di Antonello Grimaldi nel giorno di chiusura al pubblico dell’Ambrosiana, mentre ci sono lavori di manutenzione in corso. Siamo nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana (per tutti: l’Ambrosiana), leggendaria istituzione culturale voluta e fondata dal cardinale Federico Borromeo nel lontano 1607. Comprende una Biblioteca (per dire: è qui che si conserva il Codice Atlantico), una Pinacoteca (con pezzi come La canestra di frutta di Caravaggio e il Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello) e un’accademia di studi. È in pieno centro, a Milano, a pochi passi dal Duomo. «Siamo il museo più antico di Milano», mi dice subito Grimaldi, che ne è dal 2022 il segretario generale e che è appena stato riconfermato (in anticipo sui tempi) per i prossimi cinque anni. Grimaldi ama definirsi «un manager prestato al mondo della cultura»: amministra l’Ambrosiana, dopo circa un trentennio di incarichi dirigenziali di primo piano nella P.A. «Ho una visione della cultura che si differenzia da buona parte dei miei colleghi. Per me, fare cultura significa trasmettere conoscenza a chi ignora: quindi il mio modello è fortemente inclusivo, non elitario e soprattutto non autoreferenziale. L’Ambrosiana deve aprirsi a tutti».

Poco prima di iniziare la conversazione passiamo accanto a un gruppo di manutentori (chi opera su potenziamento elettrico, chi su quello luminoso dei lampadari posti all’ingresso): stanno rinfrescando di vernice bianca l’ingresso e preparando il nuovo accesso dell’istituzione, con una biglietteria più accogliente. La scrivania del dott. Grimaldi è un tavolo ricolmo di note, appunti, post-it. È un “uomo del fare”: «Quando mi chiedono il segreto del mio successo, se proprio vogliamo usare questo termine, ‘successo’, che non amo, io rispondo: abnegazione: la leadership è un’azione, non una posizione. Sono il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via». Il giorno prima del nostro incontro è caduto su Milano un grosso temporale: Grimaldi mi racconta che la mattina era con il mocio a pulire i pavimenti allagati (non posso testimoniare, ma non stento a crederlo).
Visto che lui non vuole usare la parola “successo” la usiamo noi, perché sarebbe altrimenti difficile definire un aumento dei visitatori dell’Ambrosiana pari al 50% rispetto al 2024 e, cosa non secondaria, un bilancio in attivo per il terzo anno di fila. «In effetti abbiamo registrato più di 473mila visitatori nel 2025 e devo dire che è un successo passare dai 60mila che ho trovato quando sono arrivato, il primo marzo del 2022», dice. E allora gli domandiamo se si aspettava un risultato così lusinghiero: «Quando sono arrivato mi sono posto la domanda inversa: come mai un luogo come l’Ambrosiana ha così pochi visitatori? Per invertire la rotta ho fatto tutto quello che deve fare un manager: sono per una gestione dei luoghi della cultura fatta da figure che individuano un’organizzazione manageriale e la sostenibilità economica del luogo. Ho ridato, diciamo così, lustro al brand». Tradotto: maggiore inclusione, partecipazione agli eventi cittadini (da Orticola a Bookcity), aperture serali a prezzo ridotto, progetti con le scuole e convegni, un buon progetto di comunicazione anche attraverso i social e l’opening a mostre di arte contemporanea. L’approccio ha funzionato: l’istituzione segna così un ulteriore consolidamento del proprio percorso di crescita e stabilità finanziaria. Non è un dato secondario e per inciso sono ben pochi i musei, anche pubblici, che “parlano” dei loro bilanci e che li comunicano (a volte un po’ di “cultura” trasparente non guasterebbe, commenta Grimaldi).

Camicia bianca e cravatta scelta con cura, Antonello Grimaldi non è quel tipo di manager che si atteggia a critico o storico dell’arte: è, invece, attento al cosiddetto “hardware” dell’istituzione (tra i suoi progetti futuri c’è infatti l’ammodernamento di alcuni servizi e il sogno di una caffetteria interna) e anche alla retribuzione dei dipendenti, che sono poco più di una ventina più il personale esterno di guardiania delle sale. «Posto che per me l’erogazione della cultura dovrebbe essere gratuita, come fosse un bene primario, poi però, in concreto, come si sosterrebbero l’infrastruttura e il personale? Il nostro biglietto massimo a 20 euro credo sia equo per dare valore all’offerta che proponiamo. Ciò non toglie che abbiamo le aperture serali a 3 euro. Le tanto amate “domeniche gratuite ai musei” servono, a mio giudizio, solo a far lievitare il numero di visitatori, ma poi devi sostenere le spese e preservare le opere», aggiunge. A volte serve anche sparigliare un po’ le carte: Grimaldi lo ha fatto portando ad esempio in Ambrosiana mostre di taglio completamente nuovo come quella di Gaetano Pesce (peraltro l’ultima prima della sua scomparsa): «Senza la collaborazione del Collegio dei Dottori non avrei potuto fare mostre di arte contemporanea. Vedere Gaetano Pesce qui è stato un evento epocale per un luogo della cultura come questo».
A questo punto, davanti a questo manager prestato alla cultura che ha già in mente, nei prossimi 5 anni di mandato, di «mantenere stabilità economica e aumentare l’inclusione con infrastrutture adatte come una sala fasciatoio per i neonati, bagni nuovi, migliore climatizzazione e sicurezza», chiediamo qual è, in Pinacoteca, il suo “pezzo del cuore”: «Il Vaso di fiori di Brueghel – risponde – perché rappresenta la mia persona. È un’esplosione di vita e la vita va vissuta a colori».




