Sorry, Baby: il debutto di Eva Victor racconta la violenza dal vuoto che resta

C’è un modo di raccontare la violenza che non passa dall’atto, né dalla sua spettacolarizzazione, ma dal vuoto che lascia davanti e dietro di sé. Dal rumore sordo che continua a vibrare quando tutto, apparentemente, è tornato al proprio posto. Sorry, Baby, esordio firmato Eva Victor, non mostra, non insiste, non espone. Preferisce restare. Preferisce ascoltare ciò che resta.

Il film orbita attorno ad Agnes, giovane docente universitaria, donna che abita la propria vita come si abita una stanza mal illuminata: riconoscendone i confini senza sentirla davvero propria. Un trauma, collocato nel passato, ha agito come una frattura del tempo. Da allora, tutto procede in modalità sopravvivenza. Le giornate scorrono, le relazioni persistono, eppure la soggettività di Agnes rimane sospesa, come se fosse rimasta indietro rispetto al mondo che continua a pretendere presenza, efficienza, adattamento.

La scelta più radicale di Sorry, Baby è proprio questa: sottrarre la violenza allo sguardo per restituirle uno spessore più autentico. Ciò che interessa a Victor è la persistenza dell’abuso, la sua capacità di infiltrarsi nel quotidiano, di ridefinire il rapporto con il corpo, con il linguaggio, con gli altri. La violenza è una linea carsica che attraversa gli spazi, le routine, i silenzi. È ciò che costringe a una coabitazione forzata con se stessi. La regia accompagna Agnes con una delicatezza, con una tenerezza che non ha nulla di consolatorio. Le concede il diritto all’opacità, alla contraddizione, persino all’antipatia. Non chiede alla protagonista di essere esemplare, né di trasformare il dolore in un percorso edificante. Al contrario, ne accoglie l’irregolarità: le crisi improvvise, la dissociazione, il corpo che si fa estraneo, il linguaggio che si inceppa. Non c’è catarsi, non c’è redenzione finale: c’è una lenta e faticosa negoziazione con ciò che è stato perduto.

La struttura frammentata, scandita in capitoli non lineari, assomiglia a una memoria traumatica che affiora per episodi, per scarti, per ritorni inattesi. Ogni segmento è un tentativo, a volte goffo, a volte meravigliosamente ironico, a volte dolorosamente inconcludente, di restare in vita senza ridurre l’esistenza alla pura sopravvivenza. L’umorismo, sottile e disarmante, rende il racconto più umano, più vero, perché nasce proprio dall’attrito tra ciò che dovrebbe funzionare e ciò che, semplicemente, non riesce più a farlo.

Sorry, Baby mostra come una comunità, un ambiente affettivo o istituzionale, gestisca ciò che non è immediatamente narrabile. I luoghi restano uguali, le persone tornano alle proprie abitudini, il mondo continua a chiedere normalità. È in questa normalità che l’abuso trova il suo prolungamento più crudele: nell’indifferenza, nella fretta di archiviare, nella difficoltà di accogliere un dolore che non può essere processato o risolto con facilità. L’onestà del film risiede proprio nel suo rifiuto di offrire soluzioni, nel ricordare che alcune ferite non chiedono e non possono essere chiuse nell’immediato, che il tempo sottratto non torna, che si può attraversare la soglia lasciando aperto il cuore.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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