Alle Cesine ripartono le indagini su un grande molo sommerso e sull’insediamento costruito lungo la costa. La campagna unisce archeologia subacquea, tecnologie digitali e partecipazione delle comunità.
Sotto l’acqua bassa e la sabbia della costa adriatica salentina affiora una grande infrastruttura romana. Dal 7 settembre al 4 ottobre 2026 gli archeologi tornano a lavorare nella località di San Giovanni, dentro la Riserva naturale statale e Oasi WWF Le Cesine, nel territorio di Vernole. Il centro dell’indagine è un complesso portuale sommerso che potrebbe restituire una pagina decisiva della storia dell’antica Lupiae, l’attuale Lecce, e forse chiarire il luogo attraverso il quale Ottaviano raggiunse l’Italia nel 44 a.C., dopo l’assassinio di Giulio Cesare.
La campagna è condotta dal Dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento, sotto la direzione scientifica dell’archeologa Rita Auriemma, su concessione del Ministero della Cultura e attraverso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto. Partecipano anche il Comune di Vernole, il Polo biblio-museale di Lecce e gli organismi impegnati nella tutela dell’area naturale e del tratto costiero.
Davanti all’Edificio Idrovoro, le ricerche hanno individuato la fondazione di un molo con piattaforma: un lungo braccio rettilineo parte dall’antica linea di costa e termina in una testata più ampia, disegnando una struttura a L. È uno schema documentato in età romana lungo le coste basse e sabbiose del Mediterraneo, dal Nord Africa all’Adriatico. I sedimenti hanno protetto gran parte delle strutture e, allo stesso tempo, ne rendono complessa la lettura. Gli archeologi devono ricostruire ciò che il mare, l’erosione e gli spostamenti della riva hanno trasformato nel corso di duemila anni.
Le campagne precedenti hanno utilizzato fotogrammetria, droni, sistemi di posizionamento subacqueo e ROV dotati di telecamera. La tecnologia permette di rilevare le fondazioni sommerse, produrre modelli tridimensionali e collegare le evidenze marine con quelle emerse lungo la costa. Poco più a nord si trova anche la cosiddetta “Chiesa sommersa”, una costruzione che gli studiosi interpretano come possibile torre-faro. La campagna 2026 dovrà precisare la relazione tra questi elementi e verificare una datazione compresa fra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale.
Il legame con Ottaviano resta un’ipotesi affascinante, sostenuta dalla posizione del porto e dalle fonti che ricordano il suo arrivo nel territorio di Lupiae. Nel 44 a.C. il giovane erede di Cesare si trovava ad Apollonia, sull’altra sponda dell’Adriatico. Il viaggio verso l’Italia segnò l’inizio della sua ascesa politica, destinata a condurlo al titolo di Augusto: una cronologia coerente trasformerebbe il porto delle Cesine in uno dei luoghi materiali nei quali prese forma il futuro dell’Impero.
Le indagini terrestri aggiungono un secondo racconto. A circa cento metri dal molo sono emersi resti di un insediamento costiero più esteso del previsto. Una grande vasca intonacata potrebbe appartenere a un impianto per la lavorazione e la salagione del pesce, collegato alle vicine Conche del sale; un’altra interpretazione la riconduce a un lacus vinarius, utilizzato nella produzione del vino. Porto, attività produttive e paesaggio agricolo delineano così un’economia costiera fondata sulla trasformazione e sul commercio delle risorse locali.
La novità organizzativa è l’Acaya LandLivingLab, ospitato nel Castello di Acaya. Il laboratorio accoglierà i reperti per catalogazione, studio e restauro, diventando anche il centro di visite guidate, open day, attività con le scuole e itinerari nel territorio. L’archeologia esce dal perimetro dello scavo e costruisce una relazione continuativa con abitanti e visitatori.
Alle Cesine, il patrimonio resta immerso in un ecosistema fragile, dove tutela ambientale e ricerca procedono insieme. Il risultato più importante della campagna potrebbe quindi superare la scoperta di un nome celebre. Rendere leggibile un porto scomparso significa ricostruire il rapporto fra mare, lavoro e mobilità che ha formato il Salento, trasformando un fondale invisibile in un bene condiviso.



