La Haute Couture Week, svoltasi a Parigi la scorsa settimana, dal 26 al 29 gennaio, è l’appuntamento più esclusivo del calendario moda internazionale. Organizzata dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode, 29 brand hanno presentato le proprie collezioni Primavera/Estate 2026, celebrando l’eccellenza dell’artigianato, la sperimentazione creativa e l’arte sartoriale delle grandi maison. A rendere l’evento ancora più significativo, la presentazione della prima sfilata di Valentino dopo la recente scomparsa, come omaggio potente a un’eredità creativa che continua a influenzare il linguaggio dell’alta moda.
Proprio la collezione Specula Mundi di Alessandro Michele si è distinta in questa edizione, presentando modelli d’artista in una dimensione particolarmente intrigante, con un set ambizioso ispirato al Kaiserpanorama, dispositivo ottico collettivo della fine del XIX secolo che permetteva di vedere immagini stereoscopiche attraverso piccoli visori, costringendo lo sguardo dello spettatore a restare incompleto e desiderante. Proprio da questa antica invenzione nacque il cinema, potente chiave ispiratrice presente nello stile della collezione: l’immaginario stilistico è stratificato di dettagli come mantelli, piume marabu, cinture gioiello con frange e ricami su materiali preziosi come il velluto, la seta e il tulle utilizzato per incorniciare sezioni di corpo nudo creando effetti volumetrici, dettagli dorati che si stagliano su silhouette e volumi teatrali che amplificano il corpo e la sua mise en scene: abiti, pensati per essere visti, ammirati, ricordati.
Il richiamo è al cinema classico hollywoodiano, alla figura delle diva, oltre a una riflessione più profonda di Michele sul modo di guardare le immagini, cogliendone i particolari. Siamo nella Golden Age degli anni ’30-’50 quando il cinema costruiva personaggi quasi mitologici: attrici quali Greta Garbo, Rita Hayworth o Katharine Hepburn ritornano nelle presenze enigmatiche e irraggiungibili delle indossatrici: è l’eleganza composta, grafica e disciplinata della cifra stilistica di Valentino Garavani che utilizza la haute couture tra sperimentazione e arte per valorizzare la bellezza della femminilità.
Dopotutto moda e cinema condividono la stessa tensione creativa: entrambe costruiscono mondi, raccontano storie, agiscono sulla percezione. In questo senso, Specula Mundi non testimonia solo la loro reciproca influenza, ma rivela la capacità dell’una di assorbire i linguaggi dell’altra e trasformarli in visione.
Questa esperienza del mondo in una stanza in cui la moda vive come esperienza dello sguardo avvicina l’operazione di Alessandro Michele ad una pratica artistica e performativa sperimentata in precedenza da diversi designer tra cui Rei Kawakubo, la mente di Comme des Garçons, che ha spesso costruito ambienti scenici destabilizzando lo sguardo e negando una lettura univoca del corpo con creazioni considerate al pari di un’opera d’arte in grado di costituire un unicum: un esempio emblematico è la collezione Body Meets Dress, Dress Meets Body del 1997 in cui la designer nega la leggibilità canonica del corpo con abiti imbottiti in zone inaspettate come la schiena o le spalle, deformando la silhouette e confondendo lo sguardo del pubblico. La Haute Couture Week è proprio il luogo in cui è possibile sperimentare, creare qualcosa di impensabile e inconsueto: proprio nell’edizione Autunno Inverno 2013-14 anche la maison Martin Margiela propose attraverso l’occultamento sartoriale l’ idea che ciò che conta spesso resti fuori campo: modelle con il volto completamente coperto da maschere, capelli, tulle o tessuti, che interpretavano l’assenza come dispositivo di senso, facendo in modo che lo spettatore si concentrasse su ciò che era visibile ovvero volumi, cuciture, materiali e gesti.
La stanza-mondo costruita da Alessandro Michele è anch’essa uno spazio in cui i contrasti simbolici e gli accostamenti inattesi convivono richiamando alla memoria Duchamp con la sua opera Étant donnés, realizzata in segreto tra il 1946 e il 1966 e oggi conservata al Philadelphia Museum of Art, volutamente inaccessibile nella sua totalità. Lo spettatore può guardare solo attraverso due piccoli fori in una porta di legno. Ciò che vede è frammentario, controllato, incompleto. Duchamp costruì un dispositivo in cui la visione era parziale, ciò che contava non era tanto l’immagine mostrata, quanto l’impossibilità di possederla interamente.
È proprio in questo desiderio che resta aperto, nello sguardo che non si sazia, che la moda smette di essere evento e diventa esperienza. Non consumo visivo, ma esercizio dello sguardo: una pratica che interroga su ciò che desideriamo e soprattutto su ciò che scegliamo di lasciare fuori dal campo.


