C’è una crudeltà tutta particolare nell’essere dimenticati, un oblio che ci cammina accanto, che ci sorride senza riconoscerci. È da questa ferita che riparte la parabola di Peter Parker, l’incantesimo con cui, sul finire dell’avventura precedente, lui stesso aveva chiesto di essere cancellato dalla memoria del mondo, persino da quella di MJ, la donna amata, si è compiuto e il prezzo pagato è la più radicale delle solitudini. Cinque anni separano quel sacrificio dal presente in cui lo ritroviamo. Alla regia c’è Destin Daniel Cretton, e il film si colloca in quella sesta fase dell’universo cinematografico Marvel che ha il compito di preparare il terreno alle due grandi opere future, i due Avengers che porteranno i nomi di Doomsday e Secret Wars. Un capitolo-ponte, dunque, per sua natura sospeso, chiamato a raccontare una storia compiuta mentre semina indizi per storie altrui.
Il Peter che conosciamo qui è una figura scissa. Di giorno, o meglio, di notte, è il vigilante che New York venera, affiancato dall’ispettrice Jean DeWolff e assistito da un’intelligenza artificiale che gli fa da spalla tecnologica, mentre nel privato, è un fantasma che spia da lontano le vite di MJ e dell’amico Ned, condannato al ruolo di spettatore della propria biografia. Quando una misteriosa entità telepatica comincia a impossessarsi delle menti dei newyorkesi seminando il caos, Peter si trova a combatterla in una compagnia inconsueta. Al suo fianco il Punitore Frank Castle, incarnato da Jon Bernthal, e a distanza Yelena Belova, la leader dei Nuovi Avengers cui Florence Pugh presta volto e carisma. Nel frattempo, il suo senso di ragno cresce, si fa più potente e più minaccioso, come un organo che non obbedisce più del tutto al suo proprietario.

L’idea di un Peter post-adolescente costretto a rinegoziare il patto con la propria fisicità, spinto verso territori oscuri estranei all’iconografia del rassicurante eroe di quartiere, è forse la più feconda dell’intero progetto. Ma il tormento di un giovane uomo che ha dovuto amputarsi la vita privata è il vero nucleo del racconto, e Cretton lo mette in scena con notevole sensibilità, immergendolo in una New York plumbea che sembra la proiezione atmosferica della sua malinconia. I momenti più alti appartengono alle scene condivise da Holland e Zendaya, coppia nella finzione come nella vita, capaci di dare forma a un amore paradossale, sospeso sulla memoria. Da una parte chi non può ricordare ciò che è stato, dall’altra chi non possiede altro che il ricordo. È una situazione da tragedia antica travestita da blockbuster, e quando il film ha il coraggio di sostarvi, commuove.

A bilanciare tanta mestizia provvede Frank Castle, la cui improbabile fratellanza con il protagonista genera un’ironia fuori dagli schemi. Più ambivalente il giudizio sul personaggio di Sadie Sink, la cui identità è rimasta segreta per tutta la campagna promozionale, segreto che qui rispettiamo. Presentata come l’ennesima villain in preda alla follia, l’attrice che fu l’indimenticabile Max di Stranger Things costruisce invece una figura stratificata, le cui fragilità si rivelano assai più interessanti dei suoi propositi di vendetta, un personaggio cui il futuro del franchise riserverà verosimilmente spazio, ma che in questo capitolo conquista un peso reale soltanto nel terzo atto. L’epilogo, coerente con la natura transitoria dell’opera, lascia aperte pressoché tutte le sottotrame. Ne esce un film di buon intrattenimento, soprattutto se misurato sui recenti, claudicanti passi dell’universo Marvel, ma dal respiro innegabilmente più corto rispetto alle precedenti apparizioni dell’Uomo Ragno. Come il suo protagonista, Brand New Day vive in bilico tra ciò che è stato e ciò che deve ancora venire, e come lui, forse paga il prezzo di questa sospensione.




