Il finale di Squid Game è la chiusura di un cerchio di una serie che ha saputo intrattenere, inquietare e sedurre il pubblico di tutto il mondo. La realtà che ha riportato su schermo, per quanto distopica, ha svelato quanto la società coreana, e non solo, sia competitiva, classista e come determinati individui debbano sopravvivere in un mondo che li vuole uno contro l’altro costantemente. I giochi elementari e infantili che inserisce in un contesto violento e omicida sono il perfetto ossimoro: l’innocenza perduta, la brutalità incastonata nei ricordi più puri. Ma è nel finale che la serie si emancipa dalla sua stessa meccanica narrativa, riflettendo su se stessa e trascendendo il suo status di “gioco”.
La terza e ultima stagione non è semplicemente la risoluzione di un enigma o la proclamazione di un vincitore. È un rovesciamento. Abbiamo lasciato Gi-hun alla fine della rivolta dei giocatori, finita con esiti drammatici; e ora è totalmente distrutto e impossibilitato a reagire, mentre il gioco continua con il suo corso funereo e violento. Gi-hun non è mai ritornato alla normalità. Non ha mai potuto farlo. Quell’esperienza lo ha deformato, lo ha lasciato orfano di qualunque fiducia possibile. È stato rimpiazzato dal giocatore 456, in ogni modo possibile.
Nella terza stagione di Squid Game, i giochi riprendono con nuova brutalità. Dopo che Gi-hun ha deciso di tornare nell’incubo per sfidare ancora una volta il misterioso Front Man, intraprende un percorso pericoloso nel tentativo di liberare i concorrenti superstiti e spezzare il ciclo di violenza. Gi-hun sceglie di non partire, di non andare a ricongiungersi con la figlia, ma di virare su sé stesso e affrontare, frontalmente, il volto del potere che ha orchestrato tutto. Rifiuta l’oblio, la consolazione, la fuga. Decide di essere il glitch in un sistema perfettamente disumano.

Il finale non chiude solo la vicenda di un uomo, ma spalanca un varco nel linguaggio seriale contemporaneo. Squid Game ha cambiato le regole del gioco nel mondo delle serie TV non solo per la sua forma (una produzione non anglofona che diventa fenomeno globale), ma per la sua sostanza: ha mostrato che è possibile realizzare un prodotto popolare, feroce, politico, visivamente potente e al contempo profondamente analitico. I colori accesi, le tute delle guardie, le divise dei partecipanti, sembrano richiamare un’estetica da parco giochi o da scuola elementare. Ma questa è una trappola visiva. I corridoi labirintici e surreali, ispirati all’arte di Escher, sono dispositivi di controllo. Costringono il corpo a muoversi secondo regole imposte, annullano la libertà individuale, trasformano l’essere umano in un pezzo mobile in un gigantesco schema predeterminato. I partecipanti non sanno dove sono, da dove entrano, dove andranno.
I partecipanti al gioco non sono rapiti o costretti: firmano un contratto. Acconsentono. Ma lo fanno perché fuori non c’è alternativa. L’orrore non è tanto nel meccanismo, ma nella sua apparente volontarietà. È qui che la serie compie una delle sue più potenti accuse: nella società contemporanea, lo sfruttamento è interiorizzato. Le vittime partecipano attivamente al proprio annientamento, convinte che sia l’unica via d’uscita.

Le piramidi sociali, la verticalità del potere, la logica della competizione, l’umiliazione del perdente, il culto del vincitore: sono dinamiche quotidiane, solo rese più esplicite sullo schermo. Il cuore ideologico della serie sta in una contraddizione strutturale: prendere l’innocenza e violarla, corromperla. I giochi sono quelli dei bambini: il tiro alla fune, le biglie, il ddakji . Ma il contesto è quello della morte e della disperazione.
Squid Game è riuscita in un’impresa rara: costruire un’estetica accattivante per denunciare ciò che rende accattivante l’ingiustizia. E lo ha fatto mettendo in scena una macchina visiva perfettamente calibrata, in cui ogni colore, ogni movimento di camera, ogni spazio ha un preciso valore ideologico. Ciò che rende Squid Game un punto di svolta non è solo la forza della sua trama o la precisione della sua estetica, ma il modo in cui è riuscita a conquistare un pubblico trasversale e planetario, pur rimanendo profondamente radicata nella cultura coreana. Anzi, forse proprio grazie a questa radice.
Squid Game ha mostrato un volto estremamente localizzato, una narrazione impastata di dettagli coreani – dal debito familiare al mercato del lavoro, dalle dinamiche gerarchiche all’ossessione per l’apparenza – e lo ha reso universale proprio nella sua particolarità. E questo è il punto: Squid Game ha rivelato che l’ingiustizia economica, l’ansia sociale, la precarietà, il potere, la fame di riconoscimento non sono esperienze geograficamente circoscritte. Sono mali condivisi, mascherati diversamente nei vari paesi, ma tutti figli dello stesso paradigma: un capitalismo che ha disattivato ogni forma di solidarietà strutturale. Ed è per questo che Squid Game esiste. Perché il vero orrore è e sarà sempre fuori dal gioco.


