Static Cinema a Venezia: il paradosso della visione fra movimento e immobilità

Abbiamo mai fatto caso, mentre guardiamo un film, ai singoli fotogrammi montati insieme che scorrono veloci, spesso accompagnati da dialoghi, effetti speciali e musica? Difficilmente, dato che l’attenzione umana si focalizza spesso sul dinamismo delle immagini, cosicché l’occhio possa cogliere il risultato finale dell’intero processo cinematografico.

La mostra Static Cinema – Il paradosso visivo tra movimento e immobilità, a cura di Danila Tkachenko e Slavica Veselinović, allestita presso CREA – Cantieri del contemporaneo sull’isola della Giudecca a Venezia dal 29 agosto al 24 settembre 2025, prova a ribaltare questa visione.

Realizzata in concomitanza con la 82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, propone una sua personale visione “immobile”, in cui la fotografia prende in prestito la grammatica del cinema sospendendone il movimento. L’intento è quello di riconsiderare la percezione tradizionale del cinema – un flusso di fotogrammi che si susseguono meccanicamente – creando in parallelo uno spazio fatto di pause, silenzi visivi e attimi congelati, dove la fotografia diviene la protagonista assoluta, non come frammento immobile, ma tramutandosi in una realtà temporale autonoma. È in questo contesto che il fotogramma cinematografico non si limita a fissare un’azione, bensì la trasforma, generando una nuova percezione di tempo e spazio, dissolvendo il confine fra realtà e rappresentazione, valicando l’esperienza visiva tradizionale.

STATIC CINEMA phChristian Palazzo

Il percorso espositivo è esso stesso una metafora: un ex cantiere navale immerso nella sua immobilità industriale si fonde perfettamente con gli scatti proposti, che donano movimento e dinamicità alla struttura. 

All’ingresso della prima sala ritroviamo, come sul red carpet, i ritratti fotografici dei giovani Wim Wenders, Robert De Niro, Sofia Loren, Tom Hanks e altre grandi star internazionali, immortalate nella loro bellezza da Graziano Arici, storico fotografo della Mostra del Cinema che con i suoi scatti lega tradizione e contemporaneità, sottolineando il legame eterno fra cinema e fotografia.

Jo Rafman_A Man Digging_2018

Proseguendo, accompagnati da un allestimento che dialoga con la luce, i materiali e gli spazi senza sovraccaricarli, si viene subito attirati dal video di Jon Rafman A Man Digging posizionato strategicamente all’interno di una piccola barca all’ingresso della sala. Il filmato è un susseguirsi di frame inquietanti, che mostrano scenari di morte, desolazione e distruzione in un universo virtuale, immergendo lo spettatore in uno spazio meditativo dove corpo e immagine statica si intrecciano. Alle pareti grezze con mattoni a vista si susseguono altrettanti ritratti e frame di film, documentari, serie tv, dietro le quinte, come piccoli attimi rubati che ora vivono di vita propria e non soffrono per essere stati estrapolati dal loro contesto cinematografico. 

Una seconda sala, bianca e asettica, fa continuare il percorso dove immagini in bianco e nero contribuiscono a creare un’atmosfera evanescente. Sulla parete opposta all’entrata il video di Olga Chernysheva The Train, girato in bianco e nero, che riprende quasi amatorialmente l’attraversamento dei vari vagoni di un treno intercity a Mosca catturando frammenti di passeggeri, accompagnati dal Concerto per pianoforte n.21 di Mozart in sottofondo, che conferisce ancor di più all’opera e allo spazio un’atmosfera contemplativa.

L’impatto all’ingresso dell’ultima sala è sicuramente forte. Lo spazio, rischiarato da finestre sul soppalco, è occupato da due figure al centro della sala che al primo sguardo sembrano reali, ma si rivelano manichini. L’atmosfera generata dalle fotografie trasuda inquietudine. Alle pareti, Underworld di Roger Ballen entra nel vivo della fotografia psicologica, costruendo narrazioni visive tra reale e immaginario, tensione e dramma del subconscio umano. Accanto, un fotogramma di Lars von Trier tratto dal film Nynphomaniac Object and Digressions 2 in cui si scorgono un paio di gambe in un interno, a dimostrare ancora una volta come un fotogramma cinematografico possa racchiudere il significato di un intero film e dunque avere vita propria. A completare questo quadro, anche alcune fotografie di Antoine d’Agata che con il suo approccio psicoanalitico attraversa temi quali amore erotico e ossessione in scatti violenti e inquieti, catturando la potenza emotiva del movimento.

Il viaggio compiuto attraverso questo percorso spinge a riflettere su quanto un’immagine statica come un frame o una fotografia non debba essere per forza contrapposta all’idea di movimento, quanto più definita come una sua forma parallela. Nella loro staticità essa si carica di nuova importanza e nuovi significati che, a loro volta, ricreano nel contesto di mostra un flusso differente, reinserendosi in una sorta di film creato unicamente nella mente del visitatore, che nutrendosi visivamente di queste immagini crea una sequenza sempre diversa e unica. 

Si compie così non solo una raccolta di opere racchiuse sotto uno stesso tema, ma un tentativo di sintesi fra flusso dinamico e staticità, fra divenire costante e sospensione eterna, facendo della fotografia e della videoarte spazi di riflessione su come la cultura visiva oggi costruisca tempo, movimento e senso.

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Laura Ferrone
Laura Ferrone
Nata a Treviso nel 2001, è laureata in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali (Storia dell’arte) all’Università Ca’Foscari di Venezia. Ha frequentato un master in Curatela di mostre d’arte contemporanea a Venezia e ora collabora con artisti e curatori organizzando eventi sul territorio. La passione per l’arte, la natura e la scrittura l’hanno da sempre accompagnata e tutt’oggi la spingono a voler conoscere meglio il panorama artistico contemporaneo, in particolar modo quello legato al suo territorio d’origine.

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