Nella notte tra il 16 e il 17 maggio del 2023, una massa d’acqua e fango si riversò su una parte della Romagna, travolgendo città, paesi, campagne, case, officine, negozi, magazzini, intere porzioni di paesaggio e di vita. Tra le abitazioni e i luoghi di lavoro invasi dall’alluvione c’erano anche la casa e lo studio, alle porte di Forlì, di un artista, un pittore. Il suo nome è Stefano Gattelli. Nel giro di poche ore, la strada davanti a casa sua si trasformò in un fiume, le automobili cominciarono a scivolare e a incagliarsi nella corrente, mentre i vigili del fuoco tentavano faticosamente di avanzare con i canotti per raggiungere le persone rimaste bloccate nelle abitazioni. Gli amici cercarono di andare a prenderlo, poi sarebbero tornati ad aiutarlo a spostare, trascinare, ripulire, separando le poche cose ancora recuperabili da quelle che l’acqua aveva ormai gonfiato, sfigurato o definitivamente cancellato. Gattelli, intanto, rimase nel suo studio, osservando ciò che stava accadendo con un atteggiamento nel quale la paura, l’incredulità e una specie di ironico abbandono alla catastrofe sembravano convivere senza potersi separare. “Non avevo paura”, raccontò poi in un documentario realizzato in seguito su quel drammatico momento. “Sono stato tutta la sera a guardare i pompieri che facevano fatica a salire con i canotti l’angolo del fiume, perché la strada era diventata un fiume. Qualche macchina l’ho vista anche scivolare, incagliarsi… Ma quella sera lì mi sono bevuto una bottiglia di vino francese, guardando le urla, le catastrofi e quant’altro. È stato uno dei momenti più belli della mia vita. Non so perché, stavo benissimo… Ai pompieri, alla polizia, ho detto: ‘Guardate che il comandante affonda con la nave'”. È una frase sorprendente, che potrebbe persino risultare fastidiosa se isolata dal resto del racconto, perché naturalmente non c’era nulla di bello in ciò che stava accadendo: vite in pericolo, persone che gridavano chiedendo aiuto, case devastate, decenni di lavoro e di memoria trascinati via dall’acqua. E infatti, poco dopo, il tono di Gattelli cambia: “Però quella sera lì, a un certo punto, la paura fu tanta, perché sentivo urlare le persone e mi dissi: ‘Qua ci scappa il morto’. E poi seppi che delle persone erano morte”.

È difficile, e forse inutile, sciogliere la contraddizione contenuta in queste parole. Gattelli, infatti, non sta certo celebrando la catastrofe, né cercando di trasformarla retrospettivamente in un’esperienza provvidenziale; sembra piuttosto raccontare quella condizione eccezionale nella quale l’ordine consueto delle cose si interrompe, il tempo quotidiano smette improvvisamente di esistere e ci si ritrova, nello stesso momento, interamente dentro ciò che accade e misteriosamente fuori, partecipi e spettatori della propria stessa vita. Mentre l’acqua stava distruggendo trenta o quarant’anni di suo lavoro tra quadri, disegni, libri, fotografie, carte e oggetti personali d’ogni genere, Gattelli la guardava avanzare con una bottiglia di vino francese in mano, quasi accettando, con malinconico disincanto, ciò che la natura e l’esistenza avevano deciso di riservargli; c’era la paura, c’era il pericolo reale, c’erano le urla delle persone e il lavoro drammatico di chi tentava di portarle in salvo; ma c’era anche quel suo modo di osservare il mondo da una distanza impossibile da misurare, come se, persino nel pieno della catastrofe, una parte di lui continuasse a guardare ciò che accadeva trasformandolo, ancora inconsapevolmente, in immagine.

Nato a Forlì nel 1962, Stefano Gattelli appartiene a quella generazione di pittori che ha costruito il proprio percorso lontano dalla spettacolarizzazione dell’arte e dalla necessità di rendersi immediatamente riconoscibile attraverso una formula. Io lo conobbi negli anni Ottanta, insieme a Enrico Lombardi, carissimo amico e pittore eccezionale, anch’esso straordinariamente originale e non sempre compreso a fondo dal sistema e dal mercato dell’arte, di cui seguo da sempre il lavoro; fu allora, tra incontri a Forlì e nella vicina cittadina di Meldola, dove Lombardi aveva e ha tutt’ora lo studio, che cominciai ad avvicinarmi a quel piccolo gruppo di giovani pittori che conducevano ai tempi una ricerca appartata, colta e decisamente controcorrente rispetto alle mode dominanti. Nel 1992, quando lavoravo per la rivista Arte, scrissi di Gattelli, Lombardi e degli altri artisti di quella che allora battezzati come l’Officina Romagnola, prendendo a prestito l’intuizione longhiana che aveva redatto la storia dei pittori del Rinascimento cresciuti intorno a Ferrara, in un articolo intitolato Per un nuovo realismo magico: pittori che, mentre una parte del sistema artistico inseguiva pratiche forzatamente d’avanguardia, di ispirazione neoconcettuale, e un’altra celebrava l’enfasi della pittura neoespressionista, sembravano invece muoversi “sulle tracce del passato”, cercando di ricreare, attraverso un linguaggio insieme arcaico e nuovo, i propri personalissimi “luoghi dell’anima” (così scrivevo, letteralmente, in quel lontanissimo articolo scritto quando io ero un giovane critico e giornalista alle prime armi, e loro giovani pittori pieni di sogni e di speranze).
Gattelli dipingeva allora giardini silenziosi, serre, fabbriche, periferie, campi e case immersi in una luce trattenuta, come se ogni luogo custodisse un segreto che la pittura poteva soltanto sfiorare, senza pretendere di rivelarlo. Non aveva bisogno di apparizioni fantastiche o presenze incongrue per generare il mistero: gli bastava sottrarre il paesaggio al tempo ordinario, lasciare che la realtà trattenesse per un istante il respiro, e ciò che fino a poco prima ci era sembrato familiare diventava improvvisamente distante, perfettamente riconoscibile eppure impossibile da raggiungere, come certi luoghi dell’infanzia dei quali ricordiamo ancora l’atmosfera, la temperatura, forse persino un odore, mentre abbiamo dimenticato la forma delle stanze, la disposizione degli alberi e i volti delle persone che li abitavano. In quello stesso articolo, Gattelli spiegava con parole che, rilette oggi, sembrano contenere già buona parte del suo percorso successivo: “Nei giardini silenziosi, dove l’eco della natura e della città convivono in modo misterioso, o in una fabbrica abbandonata alla periferia di Forlì, io cerco delle verità semplici, elementari, che possono persino sembrare banali”.

Oggi, poco più di tre anni dopo l’alluvione, Gattelli torna con una mostra importante. Si intitola Intonazioni, inaugurerà il 17 settembre alla Galleria Forni di Bologna e presenterà un ciclo di dipinti, realizzati soprattutto nel corso degli ultimi due anni. In quella stessa galleria aveva già esposto nel 2024, insieme a Enrico Lombardi e Giorgio Tonelli, nella mostra Amicizia. Vita e pittura. Vita è pittura, nata dal lungo sodalizio umano e artistico che unisce i tre pittori; quello di oggi è dunque un ritorno, ma questa volta da solo, con la sua prima personale negli spazi della storica galleria bolognese, e insieme il ritorno pubblico di un artista che, dopo la distruzione della casa e dello studio, ha dovuto ricominciare anche materialmente a costruire il proprio lavoro. Non si tratta di una mostra sull’alluvione, almeno non nel senso narrativo o illustrativo del termine, né sarebbe corretto leggere la nuova pittura di Gattelli come il risultato diretto di quella tragedia; eppure gran parte di questi quadri sono nati dopo, nel tempo che ha seguito quella cesura, quando l’artista è tornato davanti alla tela mentre una parte consistente del proprio passato materiale non esisteva più. Ancora oggi, entrando nel suo studio alle porte di Forlì, i segni di quei giorni sono visibili. Sui muri è rimasta la linea raggiunta dall’acqua, una misura brutale del tempo, quasi che l’alluvione avesse inciso sulle pareti il punto nel quale una vita si era interrotta e un’altra, non necessariamente migliore né più semplice, aveva dovuto cominciare. Gattelli non ha cancellato quella traccia; l’ha lasciata lì, insieme alle macchie, alle abrasioni e alle ferite che nessun lavoro di ripristino è riuscito interamente a nascondere, forse perché uno studio d’artista non è mai soltanto il luogo nel quale si producono le opere, ma il corpo esterno e segreto di chi lo abita, la forma visibile delle sue abitudini, dei suoi accumuli, delle sue ossessioni e della sua memoria.

“Che cosa mi diverto a fare, se non tornare in un mondo, in una luce? Altro non so”, mi dice Gattelli, sornione, mentre parliamo, in un pomeriggio di fine estate nel suo studio, con un bicchiere di vino in mano. Tornare: è probabilmente in questo verbo che si nasconde il suo rapporto con quelli che potremmo a buon diritto chiamare i suoi luoghi del cuore, perché non si torna mai in un luogo rimasto uguale a se stesso, ma in ciò che il tempo ha già trasformato, che la memoria ha impoverito, deformato o reso più intenso. Può essere un giardino della Romagna, una serra, una fabbrica, una casa raccolta dietro un argine o la finestra illuminata di un appartamento parigino osservata di notte in una strada di Parigi; ma può anche non avere più un nome né una collocazione riconoscibile, essere soltanto una distesa d’acqua confusa con il cielo, una stanza immersa nell’azzurro, una porta, una parete, la luce viola di un’ora sospesa tra il giorno e la notte.

Le case, gli alberi, le valli e le colline di Romagna rimangono naturalmente il centro di questa geografia, non tanto perché Gattelli ne riproduca luoghi riconoscibili o vedute determinate, quanto perché da lì, dalla sua Romagna, provengono la luce, l’orizzonte, le case isolate, gli argini e quel senso di familiarità inquieta che accompagna la sua pittura fin dagli esordi. È una terra concreta, fisicamente vissuta, ma è anche il deposito di un’infanzia e di una giovinezza, il luogo nel quale il paesaggio reale comincia a confondersi con quello ricordato. A distanza di più di trent’anni, mi accorgo che la definizione di “luoghi dell’anima” che avevo usato nel 1992 non era poi così diversa da ciò che oggi cerchiamo quando domandiamo a un artista quali siano i suoi luoghi del cuore: non un elenco di città, case o paesaggi amati, ma il modo nel quale alcuni frammenti del mondo continuano ad accompagnarci, a trasformarsi e a risuonare dentro di noi.

In tutti questi anni Gattelli non ha seguito una traiettoria rettilinea né costruito intorno a sé la tranquillizzante riconoscibilità di uno stile immutabile. Ha attraversato la figurazione e l’astrazione, le culture dell’Oriente, le religioni e i misticismi, le superfici, le materie e le tecniche; ha lavorato con l’olio, la tempera, l’acrilico, il pastello, il gesso, gli impasti e le velature, imparando linguaggi differenti quasi per poterli dimenticare e ritrovare, sotto di essi, qualcosa che non poteva essere raggiunto per via diretta. Lui chiama tutto questo, con l’ironia trattenuta che lo contraddistingue, un “minestrone alchemico”; in realtà, dietro quella definizione apparentemente leggera ci sono decenni di lavoro appartato, di esperienze condotte talvolta fino al limite dell’incompatibilità, cercando ogni volta quale materia potesse produrre una determinata luce, quale grana riuscisse a conservare un’ombra e quale successione di strati permettesse a un colore di affiorare senza dichiararsi interamente. Per un periodo, una ventina d’anni fa, i suoi paesaggi sono diventati simili ad antichi tappeti persiani, minuziosi, sintetici e lineari come mappe del mondo tracciate prima che i cartografi ne certificassero l’esistenza. Case, alberi, montagne e fiumi vi si disponevano secondo una geografia mentale, sottratta alle leggi della prospettiva e ricondotta alla frontalità delle miniature medievali, alla scrittura ornamentale e alla pazienza di un ricamo. Enrico Lombardi li definì “luoghi senza ombra”, forse privi persino del male. Oggi quelle architetture si sono nuovamente dissolte; eppure i giardini, le fabbriche e i paesaggi silenziosi di oltre trent’anni fa, così come le mappe e i tappeti venuti dopo, continuano a vivere negli interni, nelle finestre, negli argini e nelle periferie dei dipinti recenti, parti di una medesima geografia interiore che il tempo ha modificato senza riuscire a cancellarla. Le finestre parigine di Fantasmi domestici, per esempio, appartengono a un momento e a un luogo realmente vissuti, ma sono già, mentre Gattelli le dipinge, la nostalgia di quella notte: due rettangoli illuminati galleggiano nel viola profondo, mentre mobili, tende e oggetti si riducono a presenze incerte, affiorate dall’interno stesso del colore. Le vite che si svolgono dietro quei vetri rimangono irraggiungibili e forse, proprio per questo, finiscono per sembrarci stranamente familiari, come se avessimo abitato anche noi quelle stanze o le avessimo intraviste, una sera, camminando senza meta in una città lontana.

In Case sull’argine, invece, alcune abitazioni si raccolgono dietro una fragile linea di terra che le separa dall’acqua, conservando qualcosa dell’instabilità di chi sa che persino il paesaggio più consueto può improvvisamente mutare, essere sommerso o scomparire. Sarebbe semplicistico leggere quell’acqua esclusivamente come un’eco dell’alluvione; e tuttavia, conoscendo ciò che è accaduto, è impossibile non pensare anche a ciò che l’acqua trascina con sé, alle immagini che cancella e a quelle che, dopo molto tempo, può restituire mutate, private ormai del loro ordine originario. Nei nuovi quadri di Gattelli l’acqua non appartiene interamente al mare o al fiume: diventa una materia del ricordo, il luogo nel quale il cielo, le forme e forse persino le ferite del tempo finiscono per confondersi. Anche una stessa immagine può ritornare molte volte. Di un altro quadro, intitolato Nella distanza, invece, Gattelli ha dipinto forse una ventina di versioni, modificandone l’ora, la luminosità, il clima, introducendo talvolta la luna, le stelle o il passaggio di una cometa. Il pensiero corre naturalmente ai covoni e alla cattedrale di Rouen di Monet, oppure alla montagna Sainte-Victoire di Cézanne, ma qui la variazione non riguarda soltanto le condizioni atmosferiche: ciò che cambia è il tempo interiore dal quale quel luogo viene ogni volta raggiunto. Il paesaggio non è tanto il tema quanto il motivo, parola che conserva insieme un significato figurativo, musicale ed emotivo, perché contiene anche la ragione che spinge l’artista a tornare ancora sull’immagine. Ogni ritorno modifica ciò verso cui si ritorna, così come ogni ricordo, nel momento in cui riaffiora, riscrive silenziosamente il passato.

C’è poi un quadro enigmatico che si intitola semplicemente Nel cielo. Sopra una casa quasi ordinaria, sospesa in un paesaggio che potrebbe appartenere alla campagna romagnola, a una periferia o a un sogno dimenticato pochi secondi dopo il risveglio, appare un grande cerchio irregolare, un anello appena più chiaro dell’azzurro che lo contiene. Potrebbe essere un fenomeno atmosferico, un’aureola, la traccia di un’antichissima cometa, un UFO o il segno lasciato da qualcosa che ha attraversato il cielo; Gattelli non offre risposte. Quella figura sembra essere lì da sempre e, nello stesso momento, non dovrebbe esserci affatto: è sufficiente questa minima incongruenza perché la casa, gli alberi e la strada smettano di appartenere completamente alla realtà e diventino gli elementi di un sogno lucido, nel quale ogni cosa conserva il proprio aspetto pur avendo cessato di obbedire all’ordine abituale del mondo. Forse, il Realismo Magico che avevo creduto di riconoscere nella sua pittura nel 1992 non è mai scomparso: è rimasto nascosto sotto le trasformazioni del linguaggio, ha attraversato i paesaggi-tappeto, le esperienze spirituali e le infinite sperimentazioni della materia, per riaffiorare oggi in una forma più rarefatta, misteriosa e matura. Il titolo Intonazioni descrive bene questa stagione del suo lavoro, perché un’intonazione non è ancora un racconto e non coincide semplicemente con il colore: è il modo nel quale una voce comincia a prendere corpo, la vibrazione che precede le parole e ne determina il sentimento. Così accade nei quadri di Gattelli, dove non è mai soltanto il soggetto a condurre la visione, ma il tono nel quale viene immerso. Una casa, una finestra, un argine o una distesa d’acqua sono immagini recuperate sul filo del sogno, quando il sogno è già quasi svanito e ne rimane soltanto una luce, un colore, un sentimento al quale non sappiamo più dare un nome. La memoria ne ha perduto i contorni; la pittura li lascia affiorare nella forma incerta e preziosa di qualcosa che riconosciamo, senza riuscire a ricordare dove, né quando, lo abbiamo visto e forse vissuto.




