Stranger Things 5 e la nostalgia degli oggetti: gli anni ’80 come memoria tangibile

Con la sua quinta e ultima stagione ambientata nell’autunno del 1987, Stranger Things intensifica il proprio legame con gli anni ’80, trasformando il già ricco repertorio citazionista in un vero e proprio mosaico della cultura materiale del decennio. Film cult, brani iconici, videogiochi arcade, snack dimenticati e giocattoli di plastica occupano lo schermo non come semplice sfondo evocativo, ma come elementi narrativi e simbolici. A emergere è una nostalgia non solo visiva o musicale, ma profondamente legata agli oggetti, alla fisicità delle cose, alla loro capacità di racchiudere un tempo e un’identità. La serie mostra infatti come il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza non passi soltanto attraverso le emozioni o i riferimenti culturali, ma attraverso i materiali concreti di quegli anni: scatole di merendine, pupazzi sformati, consolle arcade, musicassette, felpe, lunchbox, display CRT.

Uno degli esempi più evidenti di questa nostalgia oggettuale è la cameretta del nuovo personaggio Derek Turnbow, adolescente privilegiato che vive circondato da ogni tipo di oggetto simbolico dell’epoca: G.I. Joe, Rainbow Brite, Masters of the Universe, Garbage Pail Kids. Ogni centimetro è riempito da cimeli della cultura pop, in un’esibizione volutamente eccessiva che oscilla tra ironia e precisione filologica. Ma non si tratta solo di un gioco per spettatori nostalgici: alcuni di questi oggetti si rivelano cruciali nella trama. Il lunchbox dei G.I. Joe, ad esempio, viene riutilizzato dai ragazzi in un momento chiave, trasformando un prodotto da supermercato in strumento di sopravvivenza. In questo modo, la serie inserisce la nostalgia dentro l’azione, rendendo l’oggetto anni ’80 qualcosa di vivo, funzionale, partecipe. Non è solo un’estetica, ma una grammatica.

La stessa attenzione si ritrova nei riferimenti musicali. Le canzoni non fanno solo atmosfera: sono strumenti di comunicazione, di resistenza, di affetto. Quando Robin trasmette Upside Down di Diana Ross come messaggio in codice alla radio, la canzone diventa parte attiva della narrazione. Così come Running Up That Hill di Kate Bush, legata alla storia di Max sin dalla stagione precedente, viene ora riproposta non per puro fan service, ma per dare continuità emotiva: Lucas la fa suonare al capezzale di Max in coma, sperando che quella melodia ancora una volta riesca a raggiungerla. Anche Should I Stay or Should I Go dei Clash ritorna come richiamo alla storia di Will e dei Byers. La musica, insomma, è memoria affettiva, ma anche dispositivo narrativo: le canzoni raccontano, proteggono, legano i personaggi tra loro. In alcuni casi, l’uso è ironico, come con Fernando degli ABBA durante un attacco mostruoso: la leggerezza della melodia stride con la tensione delle immagini, sottolineando l’assurdità della situazione. Oppure I Think We’re Alone Now di Tiffany, che accompagna la solitudine forzata di Holly, ostaggio di Vecna: un brano allegro che, nel nuovo contesto, si carica di significati inquietanti. È una nostalgia che gioca sui contrasti, sulla dissonanza, sull’ambivalenza delle emozioni.

Anche i riferimenti cinematografici seguono questa logica. L’omaggio a Good Morning, Vietnam, con Robin DJ in una Hawkins sotto controllo militare, non serve solo a far sorridere chi conosce il film: rafforza il ruolo comunicativo del personaggio, ne amplifica la funzione eroica. Allo stesso modo, la presenza di Linda Hamilton, storica Sarah Connor di Terminator, nel ruolo ambiguo di una scienziata, non è una semplice comparsata nostalgica: è un ribaltamento iconografico, una riflessione sul tempo, sul cambiamento, sulla memoria. La serie cita ma rielabora, inserisce ma reinventa. Anche la scena in cui Nancy prepara trappole nella casa Turnbow rimanda direttamente a Nightmare, rafforzando l’identità combattiva del suo personaggio e stabilendo un parallelo diretto tra la Nancy di Hawkins e quella di Craven. È un modo per dire che i miti dell’epoca non sono solo referenze culturali, ma archetipi che tornano in forme nuove.

Il corpo stesso dei personaggi è coinvolto in questa operazione di riattivazione dell’immaginario. Lucas sfoggia un hi-top fade da icona hip-hop, segnale visivo della sua emancipazione personale; Robin indossa una felpa con riferimento sarcastico a Star Trek e una t-shirt di Tom Waits, costruendo un’estetica nerd coerente con la sua personalità. Vickie, la sua compagna, riprende lo stile di Molly Ringwald nei teen movie romantici. Persino Eleven, in alcune sequenze d’allenamento, sembra vestita per un video di aerobica anni ’80, tra tute da ginnastica e fasce. Anche la moda, come gli oggetti, ha una funzione narrativa: colloca, definisce, suggerisce. Ogni scelta estetica racconta un’evoluzione, un’identità, un’epoca.

In Stranger Things 5, gli anni Ottanta non sono semplicemente il set o lo sfondo di una vicenda soprannaturale: sono un personaggio silenzioso ma presente, che prende forma attraverso oggetti, suoni e immagini. La nostalgia non è pura decorazione, né solo compiacimento verso il pubblico: è struttura, è memoria, è linguaggio. Gli oggetti non sono lì per farsi riconoscere, ma per dire qualcosa. In un’epoca dominata dall’immaterialità e dallo streaming, la serie ci ricorda che anche un walkman, una lattina di Coca-Cola Classic o un pupazzo fuori moda possono contenere una storia. E forse è proprio in questo accumulo di materiali dimenticati, in questa architettura di dettagli concreti, che si annida il vero cuore nostalgico della serie: il desiderio di toccare di nuovo qualcosa che pensavamo perduto.

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