Su Netflix il lato oscuro dei Red Hot Chili Peppers: Hillel Slovak e le origini della band

Se avete circa un’ora e mezza a disposizione e cercate qualcosa di fresco da guardare su Netflix, questo documentario fa al caso vostro. A patto, però, di non aspettarvi i Red Hot Chili Peppers con cui siete probabilmente cresciuti. Altrimenti rischiereste di rimanere delusi. Qui la prospettiva è quella di una scena underground, ruvida e sperimentale, che ha gettato quelle che sono le fondamenta del sound unico, ma anche ben più accessibile, con cui la band conquisterà il successo negli anni Novanta.

Ma soprattutto, l’intento non è raccontare il gruppo in modo canonico, bensì restituire centralità a una figura fondamentale rimasta a lungo in ombra, quella di Hillel Slovak, vero architetto di quel sound funky, punk e psichedelico che costituisce l’ossatura della band e che avrebbe poi ispirato il secondo e ben più celebre chitarrista John Frusciante, il quale ha fatto suo quel sound, rielaborandolo in chiave più melodica.

Ebbene sì, i RHCP, come gli Stones, hanno avuto “il proprio Brian Jones”; una figura fondativa piena di talento che ha tracciato l’inizio di un percorso artistico sfavillante ma che, a causa della droga, è scomparso troppo presto. Quella raccontata in questo documentario, però, non è la classica storia di eccessi tipica del rock and roll, né semplicemente un racconto sull’arte. È semmai la storia di un’amicizia profonda che si è trasformata in alchimia musicale.

Slovak, Kiedis e Flea si conoscono tra i banchi di scuola e crescono come un trio inseparabile nella California degli anni Settanta, immersi in un humus culturale ricco di fermento e attraversato da influenze variegate.

Legati da un rapporto quasi simbiotico, ciascuno resta libero di seguire la propria traiettoria. Kiedis, appassionato di rap, si avvicina alla poesia e al mondo delle rime, Slovak muove i primi passi in una band rock dal nome sfacciatamente metal, mentre Flea, che condivide con Kiedis un profondo senso di abbandono legato a una famiglia difficile, emerge come la figura apparentemente più fragile del gruppo, e in qualche modo la più “condizionata”. È infatti Slovak il primo a riconoscere il potenziale di quello che sarà uno dei bassisti più influenti e riconoscibili della storia della musica rock, allora trombettista ed “invisibile”, spingendolo a prendere in mano il basso e a unirsi alla sua band.

Il documentario si addentra pian piano nel racconto di come il legame tra i ragazzi si è consolidato, attraversando incomprensioni, eccessi e concretizzandosi sul palco nell’irresistibile energia che li ha resi sempre più apprezzati.

Eppure alla narrazione manca qualcosa di indispensabile. L’aspetto psicologico viene solamente sfiorato e indulge soprattutto nella parte più dolorosa, quella della perdita di Slovac che ad un certo punto del percorso, probabilmente sovrastato dai ritmi spietati del successo, finisce con l’autodistruggersi cercando conforto nell’eroina.

Slovac sembra essere, oltre all’amico geniale da ammirare e da cui prendere spunto, anche l’agnello sacrificale che finisce con l’autoimmolarsi. È con la sua morte che Kiedis inizia il percorso di riabilitazione profonda che gli consentirà poi di proseguire la propria strada e gestire il successo. Percorso di redenzione raccontato meravigliosamente in uno dei brani più apprezzati dei RHCP, il meraviglioso Under the bridge.

Dall’elaborazione del lutto e dalla crescita personale che ne consegue, infatti, nascerà il disco Blood Sugar Sex Magik, con alle chitarre il nuovo “fratello adottivo” della band, John Frusciante che prende il posto del predecessore e proprio ispiratore.

Il disco del 1991 è un autentico capolavoro che esplode di energia e creatività, e tra le sue tracce, non per fama ma per passione, svetta la meravigliosa “My Lovely Man”, brano funky e profondamente sentito, dedica d’amore puro e gratitudine all’amico perduto Hillel Slovak.

Nel testo risuona un caleidoscopio di emozioni che incarnano perfettamente lo spirito della band: spensieratezza, fratellanza, solitudine e malinconia.

E lo fanno alla maniera unica dei Red Hot, con la medesima attitudine che anni prima avevano insieme a lui, dove in brani come Fight Like a Brave inneggiavano alla vita e alla libertà con l’energia tipica dei ragazzini del liceo che vogliono sentirsi completamente liberi.

Ma ora con una maturità maggiore. La maturità di chi, liberatosi dalla paura reale – quella che si prova quando si tocca davvero il fondo – decide di vivere pienamente la propria vita, senza rinunciare all’intensità ma senza autodistruggersi. E ci riesce.

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Sara Picardi
Sara Picardi
Sono nata a Napoli negli anni Ottanta e ho sempre avuto una passione profonda per l’arte in tutte le sue forme, così come per tutto ciò che si nasconde nelle profondità, oltre la superficie. Collaboro come consulente con l’Università Federico II di Napoli nel progetto Federica Web Learning come Graphic Designer. Parallelamente alla mia carriera di Visual Designer, ho coltivato negli anni la passione per la scrittura e sono una giornalista pubblicista freelance. Nel tempo libero suono il basso, scrivo poesie e mi perdo nella contemplazione della bellezza della natura e della vita.

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