Sulla banalità dell’immersività, tra mostre e arteterapia

Da anni ci si imbatte periodicamente in cartellonistiche pubblicitarie che invitano il pubblico a vivere una immersive experience, che spesso narra il lavoro di un artista. Ad esempio Van Gogh the immersive experience, che da anni ha avviato un tour europeo infinito, tutt’ora fruibile e io provo un certo imbarazzo nel notare che ancora oggi qualcuno mi chiede se sono andato a vedere la mostra di Van Gogh, sapendo che in città, in realtà, non c’è nessuna mostra del più che noto e defunto artista olandese.

Lo stesso è capitato ultimamente con The World of Banksy a Napoli, qualcuno mi ha consigliato di andarla a vedere, perché “è una mostra bellissima”.

L’idea di mostra di Banksy già mi infastidisce, artista (o collettivo?) ribelle e totalmente fuori dagli schemi della normale fruizione artistica, figurarsi cosa possa pensare io di una esibizione di proiezioni in cui si celebra la sua arte offrendola ad un pubblico che potremmo definire, non senza sentire la pelle accapponarsi, mainstream, tipologia adatta alla banalizzazione della realtà, ad una lettura piatta e mediocre dell’esistenza e non alla capacità di riconoscere il nuovo, la rivoluzione dei linguaggi, almeno non fino a quando qualche noto marchio di moda deciderà di utilizzare quel linguaggio, ormai scaricato della propria forza rivoluzionaria, per progettare una costosa linea di indumenti prêt à porter.

Van Gogh The Immersive Experience da https://vangoghexpo.com/

Ma bisogna procedere per gradi, indagare il concetto di immersivo non è semplice e persino Microsoft Word rifiuta di riconoscere questa definizione come scrivibile, sottolineandola in rosso e che di per sé non significa nulla, ma ha la pretesa di spiegare un tutto nuovo e, contemporaneamente, imponendosi come aggettivo che definisce le attività creative e ricreative che svolgono un ruolo importante nel complesso e affascinante mondo delle arti-terapie.

Partendo da questo ultimo punto, possiamo osservare come alcuni studi mettano le esperienze immersive in relazione con il fenomeno diffuso del ghosting, quella fase della depressione che porta ad isolarti fino a scomparire, a causa di difficoltà nei rapporti sociali, che oggi sono filtrati dai social media allontanando ancora di più, annullando il confronto con la sfera prossemica, dando l’illusione di avvicinare, ma non è vero.

Questi studi a tratti interessanti, spostano l’attenzione sui musei immersivi, che a differenza delle esperienze immersive virtuali e tematiche, sono luoghi interattivi, dove per interattivo si intende di contatto con il luogo, gli oggetti e le persone. Luoghi in cui si è circondati da artefatti non solo tangibili, ma che stimolano l’interazione con tutti i sensi che abbiamo a disposizione.

Questa interazione, quindi azione attiva, è distante dal concetto di immersione, azione passiva. I musei immersivi sono in realtà luoghi interattivi e noto con piacere che word continua a sottolineare in rosso la prima definizione, mentre riconosce come esistente la seconda, lasciandola libera dalle manette dell’errore.

The World of Banksy – The Immersive Experience, da https://turismoroma.it/en/events/world-banksy-immersive-experience

Non che l’errore, l’imperfezione e i neologismi non siano interessanti, tutt’altro, ma cosa vuol dire immergere? Immergere vuol dire mettere un corpo in qualcosa di liquido, possiamo accettare alcune estensioni poetiche, come immergersi nella penombra o cose del genere, ma viene difficile immaginare di immergersi in un museo adatto all’interazione.

Immaginate di immergere un oggetto di plastica, di legno o di qualsiasi altro materiale in un liquido: non succede nulla, se non che il liquido impone all’oggetto un modo di reagire al proprio livello di liquidità, affondare o galleggiare.

Allora cosa si intende per esperienza immersiva in relazione alle arti e alle arti-terapie?

In ambito artistico e sensoriale, potrebbe significare essere avvolti da qualcosa che condiziona la propria percezione, escludendo l’interazione, ma lasciandosi unicamente influenzare dall’ambiente che ci circonda.

Qualsiasi esperienza sensoriale può essere immersiva, ma a questo punto non è detto che sia terapeutica, potrebbe anche essere dannosa.

Ricordo ad esempio le esperienze immersive alle quali partecipavo non di rado verso la fine degli anni ’90 a Bologna, sotto il ponte di via Stalingrado, gli illegal rave, tra musica techno e hardcore, proiezioni di luce e sostanze psichedeliche che rendevano tutto molto avvolgente, addirittura ci si fondeva uno con l’altro in un insieme armonico e apparentemente perfetto, che però, visto dall’esterno, credo dovesse apparire come ridicolo o mostruoso, lo ammetto, e nutro anche qualche dubbio sulla sua funzione terapeutica, visti i comprovati danni neurologici che possono provocare l’LSD e la metanfetamina, senza contare i danni all’udito che quella musica sparata a tutto volume dai 600 a 5000 BPM poteva avere durante le circa sei ore passate a ballare. Ma, vi assicuro, erano esperienze estremamente immersive. Subivamo la musica, le proiezioni e gli effetti delle sostanze, e altro che terapia per la depressione, le fasi del down post-rave sono una trappola per soggetti tendenti alla depressione.

C’è quindi da fare una distinzione importante tra interazione ed immersione.

Per le arti-terapie è sicuramente dimostrato che la parte più importante e terapeutica è il contatto sensoriale con qualcosa. Il contatto con il corpo prima di tutto, ma anche il contatto con la materia, la manipolazione, l’applicazione, la trasformazione, la comprensione del suono o dell’odore e questo non ha nulla a che fare con l’immersione passiva, ma molto ha a che fare con l’interazione attiva.

Per concludere, affermo che se potessi vieterei per legge l’utilizzo casuale della parola immersivo sostituendola definitivamente con interattivo, specialmente per quanto riguarda l’interattività delle arti-terapie e, tornando all’incipit, prenderei le immersive experience e le butterei nella spazzatura, perché non producono nulla, non fanno girare realmente l’arte ma danno l’illusione che le opere di un artista stiano girando; non propongono una vera interazione, ma impongono la loro fruizione; sono banalizzanti e meschine e distraggono sia dalla possibilità di andare a vedere le opere autentiche nei musei, sia da quella che è la vera rivoluzione dell’arte digitale, il video mapping, unica pratica visiva alla quale, se proprio necessario, possiamo riconoscere il grado di arte immersiva, senza alcuna pretesa terapeutica, ma con tanta innovazione artistica, aprendo nuove possibilità di indagine dello spazio, di ricerca e segnando definitivamente l’appartenenza al proprio tempo, che l’arte attuale tanto fatica ad ammettere, questa appartenenza del momento al digitale.

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Roberto Eduardo de Simone
Roberto Eduardo de Simone
Dopo aver conseguito il diploma artistico, nel 1996 si trasferisce a Bologna dova studia e si laurea presso il DAMS Arte. Nel 2007 comincia un lavoro di ricerca nell’ambito dell’arte contemporanea bolognese, in collaborazione con il prof. Luciano Nanni docente della cattedra di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Il lavoro è durato due anni ed ha interessato tredici artisti attivi dal dopoguerra ai primi anni del 2000, ed è servito a raccogliere informazioni sulle tecniche artistiche utilizzate nella fase di produzione artistica. Tornato a Napoli si è specializzato in Grafica Pubblicitaria e negli anni a seguire ha lavorato in questo settore abbinandolo alla sua passione per le arti visive, tra pittura, disegno e fotografia. Dopo una breve parentesi ad Amburgo, è tornato a vivere a Napoli, dove continua a coltivare la sua passione per l’Arte contemporanea e le ultime tendenze.

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