Tagliare l’arte per possederla: il caso “King Solomon’s Baby” del collettivo MSCHF

A Brooklyn, il collettivo artistico MSCHF ha presentato una scultura monumentale raffigurante un neonato, alta oltre quattro metri, e l’ha chiamata “King Solomon’s Baby”. Fin qui, niente di troppo strano, se non fosse che l’opera è stata concepita per essere fisicamente tagliata in pezzi e distribuita al pubblico. Un’operazione a metà tra performance, provocazione e riflessione sul mercato dell’arte contemporanea.

Il riferimento biblico è chiaro: la parabola di Re Salomone, che propone di dividere un bambino per risolvere una disputa tra due madri, diventa qui un’azione concreta. MSCHF non chiede un verdetto morale, ma trasforma il gesto in meccanismo artistico e commerciale. L’opera viene messa in vendita: 100.000 dollari per il primo acquirente, che potrebbe riceverla intera. Ma ogni nuova partecipazione riduce la dimensione del pezzo acquistabile. Se gli acquirenti raggiungono quota mille, ognuno riceverà un frammento per 100 dollari. Un sistema di vendita che riflette una logica opposta a quella del collezionismo tradizionale, dove più esclusività equivale a più valore.

Il momento culminante è arrivato con la performance del 10 luglio, quando la scultura è stata tagliata davanti al pubblico con un filo riscaldato. Un gesto chirurgico, quasi rituale. L’opera, così sezionata, ha perso il suo volume originario per diventare una somma di oggetti sparsi. I pezzi verranno spediti agli acquirenti, trasformando ogni frammento in testimonianza di un evento collettivo: un passaggio dalla tridimensionalità dell’opera alla bidimensionalità dell’esperienza, in gran parte vissuta attraverso i social.

Il pubblico non ha solo acquistato l’opera, ma l’ha modificata, frammentata, ridefinita. L’atto del taglio è parte integrante del lavoro, tanto quanto la scultura stessa e l’output non è un’opera distrutta, ma redistribuita. In questo passaggio, il concetto di valore si sposta: non è più nell’unicità dell’oggetto, ma nella sua storia, nel gesto, nel contesto di condivisione.

Non è la prima volta che MSCHF mette alla prova i confini tra arte e consumo. Aveva già acquistato e tagliato un’opera di Damien Hirst per vendere ogni puntino come entità separata. Con “King Solomon’s Baby”, il collettivo sposta il focus sulla partecipazione collettiva e sull’assurdità del valore attribuito all’integrità fisica di un’opera. La scultura, una volta divisa, perde forse il suo senso originario, ma guadagna in rilevanza culturale: ogni pezzo diventa un simbolo del gesto e dell’idea che lo ha generato.

MSCHF, con questo progetto, non cerca solo la provocazione, ma propone una riflessione concreta su come l’arte sia vissuta oggi. In un mondo dove tutto è frammentabile, replicabile, condivisibile, l’integrità dell’opera è meno importante dell’interazione che genera. L’opera non vive più solo nel museo, ma nello spazio pubblico e virtuale, nell’atto di essere vista, discussa, tagliata e spedita.

Con “King Solomon’s Baby”, l’arte si taglia davvero. Ma non per distruggerla: per mostrarci che oggi anche la rottura può essere una forma di creazione.

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