Teen Vogue non esiste più: il vuoto lasciato ai margini dell’informazione giovanile

Lo scorso 3 novembre 2025 “Teen Vogue” ha annunciato la chiusura della redazione web e l’integrazione all’interno dell’ecosistema digitale della testata madre “Vogue”. Una nuova ristrutturazione aziendale spinta da Condé Nast che, in questo caso, scrive la fine sostanziale di una voce specifica per la Generazione Z.

Uno spazio editoriale che aveva saputo parlare alle giovani donne con serietà e rispetto stimolando l’urgenza di prendere posizione su determinate battaglie. Il taglio ha colpito in particolare la redazione politica, che aveva saputo trasformare “Teen Vogue” da magazine di tendenze e lifestyle in punto di riferimento per il giornalismo d’inchiesta giovanile.

Nella nicchia dei media per adolescenti, “Teen Vogue” – che già dal 2017 aveva smesso di uscire in formato cartaceo – è solo l’ultima vittima di tagli e chiusure. La storia recente è costellata di stop: “Sassy” nel 1996, “YM” nel 2004, “Teen People” nel 2006, “CosmoGirl!” nel 2008, “Teen magazine” nel 2009 dopo 57 anni costantemente nelle edicole. In Europa, “Smash Hits” ha chiuso nel 2006, “Bliss” nel 2014.

In Italia, “Cioè” ha fermato le uscite nel 2024. Chiusure che lentamente, ma inesorabilmente, hanno contribuito a erodere lo spazio editoriale dedicato agli adolescenti, lasciando un vuoto che i contenuti digitali tentano di colmare con alterni risultati. “La scomparsa dei teen media tradizionali – spiega ad ‘Artuu Magazine’ Maria Angela Polesana, professoressa associata in Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università IULM di Milano – è legata anche alla crisi dei media generalisti, della carta stampata e della televisione generalista. In passato esistevano programmi e fasce orarie dedicate agli adolescenti; oggi l’offerta si è spostata sulle piattaforme digitali. Abbiamo ancora contenuti pensati per i giovani, per esempio teen drama, serie su piattaforme come RaiPlay o Netflix, ma il contesto è diverso”.

La moltiplicazione dell’offerta, infatti, porta con sé anche un processo di adultizzazione di contenuti sempre meno filtrati. “I più giovani – continua – sono esposti a temi complessi senza avere sempre gli strumenti per interpretarli. Inoltre, con i social emergono molti teen influencer che propongono modelli e stili di vita mentre sono essi stessi in fase di costruzione identitaria, spesso affidandosi a modelli mediali non sempre positivi”.

Da riviste di moda a catalizzatori politici

La svolta “autoriale” e politica di “Teen Vogue” era arrivata nell’ormai lontano 2016, con Elaine Welteroth, seconda direttrice nera nella storia centenaria di Condé Nast. Welteroth viene ricordata anche per la scelta di dare voce all’editorialista politica Lauren Duca che, con l’articolo “Donald Trump Is Gaslighting America”, uscito alla fine del 2016, contribuì a far esplodere il traffico web da 2,7 a 9,2 milioni di visitatori annui.

La testata divenne rapidamente un nuovo punto di riferimento per una generazione che cercava informazioni politiche accessibili ma non banalizzate. A quella prima, dirompente uscita sono poi seguite altre inchieste cruciali: “Why America Needs Black Girls Who Code” (2017), focalizzata sulla necessità di promuovere investimenti in programmi STEM per ragazze nere; “The Teen Abortion Diaries” (2016-2018), in grado di impattare l’agenda pubblica sul tema dell’aborto ben prima dell’annullamento della sentenza “Roe v. Wade”; “Inside the Lives of Mental Health Crisis In Schools” (2020), reportage diventato un punto di riferimento e citato in audizioni congressuali e leggi statali.

La rubrica “Work In Progress” di Rainesford Stauffer forniva strumenti concreti per situazioni lavorative critiche, trattando ogni storia con la cura tipica del giornalismo investigativo tradizionale. Parallelamente diverse copertine sull’inclusività razziale e i contributi sui diritti LGBTQ+ e Black Lives Matter contribuirono a consolidare “Teen Vogue” come spazio sicuro dove le giovani donne potevano sentirsi rappresentate non tanto su temi mondani ma anche su questioni politiche e sociali di stretta attualità. La chiusura del magazine si inserisce quindi in un quadro che appare sempre più sistematico e allarmante: negli ultimi anni, sono state ridimensionate le redazioni di “VIBE”, “People” e le sezioni su cultura e divari razziali e di genere di CBS e NBC News. Annunci arrivati quasi tutti poco dopo la rielezione di Donald Trump. I tagli spesso colpiscono le fasce più esposte: giovani giornalisti e donne di colore. Anche l’intelligenza artificiale irrompe in uno scenario già complicato: nel 2024 Condé Nast ha firmato una partnership con OpenAI e il collegamento tra l’adozione di nuovi strumenti di IA e i massicci licenziamenti non appare del tutto casuale: mentre le aziende investono in tecnologie che riducono i costi, i giornalisti pagano il prezzo.

Dove andranno le ragazze? Probabilmente sui social media, ma questo comporta rischi significativi perché sulle piattaforme manca la mediazione editoriale professionale. “I teen media rappresentavano uno spazio tra pari – sottolinea Polesana -, pur con limiti e stereotipi di genere. Era una cornice in cui le ragazze potevano esplorare emozioni, desideri e incertezze attraverso letture e rubriche senza esporsi direttamente al giudizio pubblico. Non era necessario esporsi in prima persona: erano spazi mediati, luoghi intermedi tra infanzia ed età adulta”.

Ambienti e contenuti che svolgevano quindi una funzione di filtro contro pressioni, eccessi e iper-esposizione. “Oggi invece – continua – la logica algoritmica va nella direzione opposta: iper-connessione, iper-visibilità e auto-spettacolarizzazione. L’identità non si costruisce più tanto nell’intimità e nella riflessione, ma tende a essere estetizzata e mostrata. Fenomeni come le ‘Sephora kids’ mostrano un’esplorazione precoce e consumistica dell’identità. Su TikTok, Instagram o X le informazioni circolano senza fact-checking e garanzie di accuratezza. Un’adolescente che cerca informazioni su aborto, diritti LGBTQ+ o salute mentale può imbattersi in contenuti fuorvianti, falsi o addirittura di propaganda.

I social attivano dinamiche progettate per massimizzare l’engagement, non la comprensione. Basta prendere come esempio l’estetica promossa da Instagram e TikTok e la pressione a cui sono esposte le adolescenti, a contatto costante con modelli irrealistici, presentati come autentici o facilmente raggiungibili. Qualche segnale di resistenza emerge: tanti collaboratori di “Teen Vogue” hanno creato i propri spazi su Substack o si sono impegnati nella creazione di piccole testate, ma replicare l’impatto mediatico di una testata che aveva alle spalle il potere di un colosso globale dell’editoria è una missione difficile. “In generale, i social media non vanno demonizzati: permettono di trovare comunità affini, spazi di riconoscimento e sostegno. Esistono creator trasparenti e inclusivi, per esempio, nel settore beauty, anche appartenenti a minoranze di genere e orientamento. Tuttavia, l’assenza di media dedicati riduce gli spazi di mediazione e accompagnamento. Le adolescenti si confrontano direttamente con contenuti generalisti, senza filtri. Questo può irrigidire gli stereotipi oppure spingere verso modelli iper-performativi e iper-estetizzati, senza adeguati strumenti critici, conclude Polesana.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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