Territori fragili: l’arte come atto poetico e politico nel lavoro di Rubén Martín de Lucas

In un’epoca in cui l’uomo è insieme artefice e vittima del proprio impatto sul pianeta, l’arte può farsi bussola, mappa e denuncia. È questa la direzione che segue il lavoro dello spagnolo Rubén Martín de Lucas il cui linguaggio visivo fonde paesaggio, geopolitica e spiritualità, con un’intenzione lucida: restituire uno sguardo critico sul rapporto, sempre più squilibrato, tra essere umano e ambiente.

Le sue opere non si limitano a rappresentare la natura: la interrogano, la mettono in discussione, la attraversano. Emblematico è il progetto realizzato durante un viaggio in Groenlandia, dove l’artista ha piantato bandiere su iceberg millenari, rivendicandoli simbolicamente come “territori propri”. Un gesto che può sembrare paradossale, quasi assurdo, e che invece rivela la sua carica più potente proprio nella sua apparente illogicità.

“È un atto poetico e molto eloquente appropriarti di un pezzo di ghiaccio che può avere più di 20.000 anni e dire che è tuo solamente quando sta quasi per scomparire.”

In questa azione c’è tutta la metafora del nostro tempo: reclamare la proprietà di qualcosa sull’orlo della dissoluzione, pretendere sovranità su ciò che non può essere posseduto. Si tratta di un’allegoria brutale e precisa della crisi climatica e del nostro approccio predatorio alla Terra. È qui che l’arte diventa linguaggio universale per raccontare l’assurdità del dominio umano su un mondo che non gli appartiene.

Tra le opere più incisive, Genesi 1,28 riprende il noto versetto biblico: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela.”

L’artista ne propone una lettura amara, evidenziando come quel comando originario, una volta guida simbolica della crescita e della prosperità, si sia trasformato oggi in una tragica profezia di distruzione. La moltiplicazione si è fatta sovrappopolazione, il dominio si è tradotto in sfruttamento.

L’opera non è solo riflessione estetica, ma entra nel vivo della crisi ambientale: dialoga implicitamente con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, e in particolare con i Goal legati alla sostenibilità degli ecosistemi terrestri. L’installazione diventa uno specchio – forse deformante, ma veritiero – del paradosso antropocentrico: colonizzare ogni spazio possibile, anche a costo di annientarlo.

Secondo la FAO, tra il 2015 e il 2020 la deforestazione globale è stata di circa 10 milioni di ettari all’anno, mentre nel decennio precedente (2010–2020) il tasso netto di perdita forestale è stato di circa 4,7 milioni di ettari all’anno. Questo dato restituisce la portata del fenomeno. Aree un tempo incontaminate vengono convertite in insediamenti umani, monocolture o miniere, accelerando la perdita di biodiversità e minacciando gli equilibri naturali su scala planetaria. L’arte di Rubén Martín de Lucas dà corpo a questa devastazione con una poetica del contrasto: immagini potenti, essenziali, che rendono visibile l’invisibile. 

Ma c’è anche una dimensione spirituale, quasi sacrale, nel suo lavoro artistico. Ogni territorio attraversato, sia esso una distesa ghiacciata o un deserto disabitato, diventa un altare fragile su cui celebrare un rituale di consapevolezza e salvaguardia. È come se l’artista ci dicesse: guardate cosa stiamo perdendo, ma soprattutto, guardate cosa potremmo ancora salvare.

Nel lavoro di Rubén Martín de Lucas, la natura non è mai soltanto sfondo. È materia, interlocutrice e testimone. La mostra Días Transgénicos, ad esempio, prosegue questa traiettoria, ma la espande, dilatando il tempo e stratificando i linguaggi. Composta da pittura, testi, audio-installazioni e azioni nel paesaggio, questa mostra si può leggere anche come un commento poetico sull’era dell’Antropocene. Il termine “transgénico” evoca ibridazioni e alterazioni artificiali, ma qui viene riappropriato in chiave critica: i giorni transgenici sono quelli in cui viviamo, segnati dal consumo massivo, da modificazioni profonde e irreversibili dei cicli naturali. 

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