The Rose That Grew From Concrete: arte, rovina e ambiguità museale a Sant’Orsola

Nel cuore del quartiere di San Lorenzo a Firenze si trova una delle più affascinanti cattedrali nel deserto della capitale toscana: l’ex convento trecentesco di Sant’Orsola, antichissimo rifugio monastico e ipotetica dimora di Lisa Gherardini. Abbandonato nel XX secolo, dopo essere stato fabbrica di tabacco e caserma militare, è oggi oggetto di un ambizioso progetto di restauro volto a rivitalizzare alcune aree storiche della città. La proposta prevede la creazione di un centro multiculturale all’interno del quale si colloca il Museo di Sant’Orsola.

Sebbene l’inaugurazione ufficiale del museo sia prevista per il 2026, il progetto apre le sue porte con The Rose That Grew From Concrete, a cura di Morgane Lucquet Laforgue e concepita come una mostra collettiva che riunisce 14 artisti: Chiara Bettazzi, Bottega Bianco Bianchi Scagliole, Mireille Blanc, Bianca Bondi, Davidovici & Ctiborsky, Marion Flament, Federico Gori, Beate Höing, Flora Moscovici, Chris Oh, Elise Peroi, Clara Rivault e Shubha Taparia. La mostra, aperta fino al 4 gennaio 2026, rappresenta la terza edizione delle cosiddette Mostre in fase di cantiere, un progetto che anticipa ciò che promette di essere la futura programmazione del museo incentrata sull’arte contemporanea.

L’unicità della mostra risiede nel riunire un repertorio di installazioni site-specific concepite per dialogare con l’edificio, esplorandone gli aspetti intrinseci e articolando l’idea di “ciclo di vita, abbandono e rigenerazione”. Il complesso — ancora non completamente restaurato e quindi dominato da uno stato di rovina — introduce una tensione particolare: la presenza imponente dello spazio, con la sua carica materica, storica e simbolica, rischia infatti di eclissare le opere e di diventare il vero protagonista.

Nel loro insieme, le installazioni rispondono all’ambiente e costruiscono un linguaggio che, in alcuni momenti, sembra mimetizzarsi con esso. Come afferrare il vento, di Federico Gori, composta da 2.200 foglie di quercia sospese nell’aria, evidenzia una dialettica tra la fragilità delle foglie secche e l’ambiente in rovina, sensibile al movimento, alla polvere e al suono, trasmettendo la sensazione di un tempo sospeso. Forse l’opera che meglio condensa la relazione tra prassi artistica e spazio è Polvere e Cielo di Flora Moscovici: un intervento in un corridoio del complesso, dipinto con miscele di calce che generano una trasparenza che avvolge pareti, soffitto e pavimento, quasi come un colore atmosferico iridescente che richiama le vetrate delle chiese, un percorso cromatico impregnato di un’aura di misticismo ottenuta attraverso la pittura.

Nonostante in gran parte delle opere della mostra risulti verosimile la relazione tra lo spazio in rovina e la trasformazione poetica costruita attraverso interventi site-specific, The Rose That Grew From Concrete si inserisce in una logica analoga a quella delle esposizioni realizzate nell’ambito delle Mostre in fase di cantiere, curate da Lucquet Laforgue, in particolare Rivelazioni (2024), che riuniva Juliette Minchin e Marta Roberti. Anche in quel caso si cercava di instaurare un dialogo con il detrito dell’edificio e con la sua storia, seguendo una linea discorsiva già presente sin dalla prima edizione e che, in questa terza, appare esaurita e reiterativa. Una serie di opere traslucide, con accenti barocchi e risonanze di arte religiosa, finisce per essere eclissata dal peso dell’edificio e dalla sua memoria, rendendo la proposta curatoriale prevedibile.

Le considerazioni precedenti portano a interrogarsi sulla natura del progetto culturale, che è stato designato come “museo” da parte del Comune, delineando una museografia e, in futuro, un percorso archeologico e storico che andranno di pari passo con la didattica e la ricerca. Tuttavia, di fronte a queste mostre in fase di cantiere, che intendono offrire un’anticipazione della futura collezione di arte contemporanea, e considerando inoltre che il museo è privo di una collezione storica, sorgono interrogativi quali: quale tipo di arte intende incentivare e collezionare il museo? Un’arte religiosa contemporanea? Se l’orientamento verte su opere site-specific, in che modo verrebbero queste raccolte? Si tratterebbe di site-specific permanenti? E quale sarebbe la sua linea di ricerca: storica o contemporanea?

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