Tomoko Nagao, dalla perfezione digitale alla gioia del segno, della materia e del colore

Per anni, Tomoko Nagao ha fatto volare Botticelli con Alitalia, ha sommerso Hokusai sotto una grandinata di sushi, ramen, bottiglie di sakè e gattini, ha riempito i mazzi di Jan Brueghel di cosmetici, borse, telefoni e monogrammi di Louis Vuitton. Ora che il digitale, un tempo ancora sospetto agli occhi dell’arte ufficiale, è diventato il linguaggio corrente del mondo e chiunque può produrre in pochi secondi la propria Venere pop, Tomoko ha compiuto il gesto più originale, più coraggioso e meno prevedibile: ha affidato le proprie figure al fluire volutamente imperfetto dell’acquerello, alla leggerezza rarefatta del disegno, a una terracotta che non nasconde le asimmetrie né gli accidenti della lavorazione. Dopo aver anticipato il futuro, insomma, ha recuperato proprio ciò che il futuro tende a espellere dalle immagini: il tempo dell’esecuzione, gli imprevisti della materia, l’intelligenza, la libertà e la materialità del fare.

Tomoko Nagao, Hokusai GAIHUUKAISEN WITH SAKE SAKANA HOTATE MANEKI NEKO RAMEN ONIGIRI KOME 2024

È questo il passaggio più vivo che emerge da Masterpieces Reinvented, la bella personale allestita da Lagobava Palazzo Pironi, a Cannobio, fino al 5 settembre. Il titolo sembrerebbe promettere la Tomoko più conosciuta, quella che immerge i capolavori occidentali nell’universo grafico del manga e li restituisce invasi dai nuovi stemmi araldici del potere globale: compagnie aeree, marchi della moda, prodotti alimentari, catene commerciali. Quel mondo levigato, controllato sino all’ultimo pixel, rimane, in effetti, nelle grandi composizioni digitali, raffinatissime e sovraffollate; accanto, di recente, ne è però apparso un altro, più fluido, rarefatto e libero. Ed è questa la grande, bellissima novità dei nuovi cicli di lavori in mostra a Cannobio.

Nata a Nagoya nel 1976, formatasi fra il Giappone e Londra e residente da molti anni a Milano, Tomoko ha cominciato a lavorare con l’immagine digitale quando farlo non rappresentava ancora una scelta tanto scontata. Nell’Italia dei primi anni Duemila, mentre la pittura tornava finalmente a riaffacciarsi sulla scena dell’arte, lei adoperava il computer con assoluta naturalezza, mescolando la cultura alta e quella popolare, l’ukiyo-e e Hello Kitty, Botticelli e la pubblicità, il Superflat giapponese e il paesaggio italiano. I marchi non denunciavano soltanto l’invadenza dei consumi: erano ormai entrati nel nostro repertorio visivo e sentimentale, riconoscibili quanto una Venere, una Gioconda o la grande onda di Hokusai. Tomoko comprese molto presto che il logo era diventato un ideogramma globale.

Tomoko Nagao, Eden Tree herons fruits seeds and wind 2022 water color on the paper cm 100×70

Oggi, però, fermarsi a questo aspetto della sua produzione significherebbe raccontare una Tomoko ormai storica, già approdata con i suoi lavori digitali in contesti museali importanti, come il Victoria and Albert Museum di Londra o la Gemäldegalerie di Berlino. I marchi restano, sottratti al brulichio delle grandi composizioni e ricondotti alla calma quasi cerimoniale della natura morta: nelle opere recenti, una minuscola Hello Kitty affianca ora un barattolo di Nutella, ora una borsa Louis Vuitton, che prendono il posto di brocche, frutti e drappi. Lontaniissimo dalla freddezza algida del digitale, tuttavia, in questi lavori il contorno si ispessisce, il colore acquista corpo, le campiture conservano la vitalità della stesura; il prodotto industriale, replicato miliardi di volte sempre identico a sé stesso, trova nella pittura una presenza singolare, irripetibile. Anche il logo, attraversato dal gesto pittorico, cessa per un momento di funzionare come marchio e torna a essere forma, colore, figura.

Tomoko Nagao, Eden the plants of her meditation 2022 watercolor on paperì cm 100×70

Negli acquerelli della serie Eden e in The World over the Wave il cambiamento appare ancora più netto. Le figure si allungano, si scompongono, galleggiano fra frutti, foglie e piccole creature; una chioma può dilatarsi sino a diventare una nube gialla, un albero produrre decine di volti al posto dei frutti. Il colore non riempie più obbedientemente il disegno: si allarga nella carta, si addensa, scolora, incontra un’altra tinta e la trascina con sé. Anche il bianco, prima quasi espulso dall’affollamento delle composizioni digitali, torna a respirare fra una figura e l’altra. È una leggerezza consapevole, sostenuta da una piena padronanza del disegno e da una conoscenza profonda della grafica giapponese, della libertà lineare del manga e delle stampe del mondo fluttuante, nelle quali pochi segni bastano a definire la presenza e il carattere di una figura. Il linguaggio di Tomoko passa così dalla densità ornamentale delle composizioni digitali a una forma più concentrata, nella quale la ricchezza si trasferisce dai dettagli al ritmo.

Tomoko Nagao, Bud 2024 ceramica cm 6x7x12cm

Lo stesso accade nelle ceramiche. Alle sculture precedenti, lisce, lucide e perfettamente rifinite, si affiancano ora le piccole, suggestive teste-fiore, il gatto Neko, il bocciolo antropomorfo e il cavallo Haniwa, caratterizzati da una fisicità più diretta: le superfici sono irregolari, le forme sintetiche, i colori lasciano affiorare la terra sottostante. Sembrano piccoli reperti di una mitologia insieme infantile e antichissima; la loro grazia nasce da ciò che una lavorazione industriale cancellerebbe: asimmetrie, increspature, tracce della modellazione. Il computer, d’altra parte, non è stato abbandonato, anzi: le due Tomoko continuano a lavorare fianco a fianco. Da una parte sopravvivono le sterminate composizioni digitali, come la Primavera di Botticelli trasformata in una selva notturna di gattini, farfalle e aerei Alitalia; dall’altra, le Tre Grazie del 2026 si staccano sopra un fondo lilla a grandi pois gialli, tracciate con una linea spessa e mobile che ne accentua la sensualità ironica. Non è la sostituzione di uno stile con un altro, quanto la comparsa di una seconda voce, più intima e libera, all’interno dello stesso immaginario.

Tomoko Nagao, WEB Fontainebleau Gabrielle and her sister 2019

Anche il rapporto con la natura acquista un significato diverso. Nei dipinti digitali era spesso un universo assediato o trasformato dall’espansione delle merci; negli acquerelli e nelle ceramiche diventa una forza capace di confondere le specie. Le ragazze germogliano, gli alberi osservano, i frutti custodiscono piccoli esseri, i fiori assumono un volto. L’animismo legato alla formazione shintoista dell’artista non compare come citazione dotta, bensì come modo spontaneo di immaginare il mondo: ogni cosa, naturale o artificiale, sembra contenere una presenza pronta a svegliarsi. Il percorso recente di Tomoko Nagao racconta dunque una storia curiosamente rovesciata. È partita dal digitale quando appariva ancora freddo, impersonale e poco artistico, dimostrando che poteva diventare uno strumento poetico, ironico e profondamente riconoscibile; oggi, mentre la levigatezza elettronica ricopre ogni immagine e l’intelligenza artificiale promette di separarla persino dalla mano che l’ha prodotta, lei se ne torna all’acquerello, alla carta, alla terra, senza nostalgia e senza rinnegare ciò che ha fatto. Il paradosso si compie qui: nell’epoca delle immagini istantanee e perfettamente riproducibili, la possibilità più radicale d’invenzione passa di nuovo attraverso il segno, il colore e la materia.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Alfonso Umali
Alfonso Umali
Alfonso Umali (Milano 2001). Studente all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha partecipato a numerosi progetti artistici, con performance, manifestazioni di arte pubblica, laboratori e live painting. Ha incentrato la sua attività soprattutto su temi sociali e ambientali. Ha collaborato come assistente di galleria presso Galleria Vik Milano e con diversi artisti come social manager. Ha collaborato come giornalista free lance, trattando di arte e musica, su “Arte In magazine” e altre riviste di settore.

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