Torna il LIFE Festival a Milano: teatro, media e realtà nella frattura del presente

Torna a Milano per la sua seconda edizione LIFE – Theatre Arts Media Festival, progetto di Zona K in programma alla Fabbrica del Vapore dal 30 aprile al 21 maggio 2026. Il festival assume come asse centrale una condizione ormai strutturale: l’eccesso informativo, la polarizzazione e il confirmation bias influenzano direttamente il modo in cui costruiamo realtà e relazioni.

La programmazione sviluppa questo tema attraverso un intreccio di teatro, performance, arti visive e ricerca, con una chiara spinta all’ibridazione. I linguaggi si sovrappongono per restituire complessità, mantenendo in tensione documento e immaginazione, sfera pubblica e dimensione privata. Il teatro, in questo contesto, opera come elemento concreto: presenza, tempo condiviso, relazione diretta. L’esperienza dal vivo diventa così il punto in cui queste dinamiche si attivano e si rendono visibili.

In questa intervista, Valentina Kastlunger, organizzatrice del festival, entra nel merito dell’impianto curatoriale e delle scelte che definiscono LIFE, tracciando una lettura del presente attraverso i suoi punti di attrito.

Il festival LIFE sembra nascere da una frattura molto precisa, quella tra informazione, percezione e realtà. In che modo avete trasformato questa crisi della contemporaneità in una struttura curatoriale concreta?

L’interrogativo sull’autenticità dell’informazione è un tema che esiste da sempre. La differenza è che adesso abbiamo accesso a una moltitudine di notizie impensabile solo qualche anno fa. L’interrogativo si sposta quindi su come gestire l’abbondanza e districarsi in un dedalo che rende sempre più difficile distinguere tra realtà e finzione. 

Quello che in teatro è dato come un assioma, ora rischia di diventare tale anche nel quotidiano, la realtà diventa una messa in scena che non chiede più di essere verificata. È il paradosso del presente: ora che potremmo trovare e consultare tutto, finiamo vittime del cosiddetto Confirmation bias per nutrirci solo di quello che conosciamo. LIFE trova spazio in questo cortocircuito, proprio per il suo muoversi in una narrazione della realtà che affianca linguaggi diversi con finalità diverse: l’affondo dell’informazione e della ricerca con il volo dell’immaginario artistico.

Promotional poster for LIFE Theatre Arts Media Festival in Milan, with a close-up portrait overlaid by large yellow 'LIFE' text.

Nel programma emerge una tensione costante tra dimensione pubblica e privata, politica e relazioni intime, ideologia e desiderio. È una scelta narrativa o una necessità che il presente impone?

A partire dal celebre slogan femminista degli anni 70 “Il personale è politico”, è evidente che ci sia una sempre maggiore tensione ma anche compenetrazione tra vita pubblica e privata. Ancora una volta è la dimensione onlife a dettare le nuove regole di un confine sempre più fluido: nell’era dei social media la politica è sempre più emotiva. 

Come si fa a convivere con qualcuno con una visione del mondo, valori o ideologia radicalmente diversi? Come si prendono decisioni sull’educazione dei figli? Lo spettacolo Three Times Left is Right è stato il punto di partenza della scelta narrativa della seconda edizione di LIFE, ma si è trattato di una scelta necessaria, perché è indubbio che la dimensione privata non sia altro che una lente d’ingrandimento per i punti di rottura della società.

Il teatro viene presentato come uno spazio che “può ciò che l’algoritmo non può”: creare presenza reale e confronto diretto. Quanto è ancora possibile oggi costruire un’esperienza non mediata, davvero condivisa?

Il teatro esiste solo se e quando c’è compresenza di corpi, vivi, insieme, in un luogo. Non a caso la definizione più classica, ministeriale, è “spettacolo dal vivo”. Tutto accade nel qui e ora, è diverso ogni sera, artista e pubblico si sintonizzano e si influenzano a vicenda formando una comunità temporanea concentrata su una cosa sola. Il training teatrale sulle relazioni e i corpi sono il fulcro delle azioni. Le drammaturgie contemporanee hanno studiato forme interattive e partecipative che arrivano ad annullare la distinzione tra attori e spettatori, rafforzando quell’idea di comunità temporanea appena citata.     

Questo è ciò che il teatro, la danza, la performance e la musica non hanno mai perso e che in quest’epoca di schermi, video e connessioni multiple è impagabile. 

Two large display screens show icy blue seascapes in a grand room with red curtains and chandeliers, on a wooden floor.

Molti lavori in programma sembrano mettere in crisi il linguaggio stesso, tra documentario, performance, installazione. È ancora utile parlare di discipline o stiamo assistendo a una dissoluzione dei confini artistici?

Sì, gran parte delle opere in programma si muove tra i linguaggi: teatro, performance e arte visiva si fondono, il giornalismo entra in teatro e il teatro studia documenti e ricerche giornalistiche per costruire le sue drammaturgie. Non so se sia una crisi, direi più una possibilità. Per le arti c’è, da parte nostra, il desiderio di scardinare i confini, riteniamo che siano nicchie, bolle che hanno più da dirsi e scambiarsi di quel che accade. Tendiamo a stare nelle nostre bolle, forse perché ci rassicura, e a volte è un peccato. 

Al di là di tutto, siamo appassionate di qualsiasi forma di narrazione del presente capace di sorprenderci, di aprire nuovi punti di vista, di affondare le mani nel reale e volare con l’immaginario. La nostra programmazione cerca questo.     

Group of five life-sized humanoid mannequins with bald heads and blank expressions posing together against a gray backdrop, some with pale skin and one with orange hair.
courtesy artist_1_Fam 64_Gerard Ulian Claire Mal Elise.jpg

LIFE lavora sulla polarizzazione non solo come tema ma come esperienza. Qual è il rischio più grande nel portare questa tensione sul palco: semplificarla o amplificarla troppo?

Non si tratta di semplificare o amplificare. L’arte è uno spazio libero che si muove con logiche per fortuna molto diverse da quelle della società, della politica. Può provocare, esagerare, esplorare scenari, mettere in discussione. Può far volare l’immaginario o confondere. Partire da dati reali, da analisi, da ricerche, non significa restare aggrappati al presente né informare. Ma creare un dialogo continuo tra realtà e immaginazione. 

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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