Con Tosca, che nel 2025 celebra i 125 anni dal suo debutto romano, la sera di venerdì 18 luglio si è aperta la 71ª edizione del Puccini Festival di Torre del Lago. Un omaggio sentito a un’opera tra le più amate del compositore toscano, proposta in un allestimento che ha saputo coniugare forza espressiva, rigore musicale e impatto teatrale.
La regia di Alfonso Signorini si muove nel segno di un rispetto profondo per l’opera originale, ma senza rinunciare a scelte sceniche forti e consapevoli. Come ha dichiarato lui stesso in conferenza stampa: “Dal punto di vista registico per me che amo l’opera come momento di grande emozione ma anche di grande rispetto, tradizione non vuol dire essere vecchi, vuol dire essere moderni nella tradizione. Sono e resto convinto che non ci sia un gran bisogno di fare interventi rivoluzionari, perché è tutto scritto lì, bisogna avere enorme rispetto e fare tre passi indietro per noi che facciamo regia. Io non vorrei mai che questa fosse la “Tosca di Signorini”, io voglio che sia la “Tosca di Puccini”. Se io riesco a portare in scena la Tosca di Puccini, divento un gigante.”
Anche la componente visiva rispecchia questa coerenza di fondo: la grande trabeazione scenica cambia funzione da atto ad atto, evocando volta per volta il potere assoluto, l’oppressione morale e infine l’illusione tragica della libertà. A impreziosirla un dettaglio filologico di grande finezza, l’iscrizione latina che la percorre è stata fedelmente ripresa da quella presente nella navata centrale della basilica teatina di Sant’Andrea della Valle a Roma, luogo in cui si apre l’opera, e riporta un passo tratto dalla Passione di Sant’Andrea. Si tratta di un riferimento alla caduta dell’uomo, allusione al peccato originale e all’albero dell’Eden. Una citazione che, nel contesto scenico, aggiunge un ulteriore strato simbolico alla narrazione, una regia che non stravolge, ma rivela e proprio per questo conquista.

A coronare il primo atto, il Te Deum è stato uno dei momenti solenni della serata con un ricchissimo intervento corale, denso, capace di travolgere il pubblico con la sua imponenza sonora e la sua carica emotiva. La perfetta sinergia tra voci, orchestra e gesto registico ha restituito in pieno l’ambiguità di questa scena straordinaria, in cui la celebrazione sacra si sovrappone alla dichiarazione di potere brutale di Scarpia, un finale d’atto da brividi, che ha scatenato una prima, giustificatissima ovazione del pubblico.
Nel secondo atto, la tortura di Cavaradossi è mostrata a vista, scelta ardita ma perfettamente integrata nel linguaggio della regia, mentre la scena della tentata violenza di Scarpia su Tosca è costruita con tale verismo e tensione da risultare profondamente disturbante e necessaria, specchio di un potere marcio e abusante.

Aleksandra Kurzak offre una Tosca dolente e vibrante, capace di rendere “Vissi d’arte” come una preghiera sussurrata al cielo, intima e disperata, la sua voce scolpisce ogni frase con cura millimetrica, restituendo tutta la fragilità e la grandezza del personaggio.
Accanto a lei, Roberto Alagna è un Cavaradossi travolgente. Il celebre grido di “Vittoria!” è eseguito con una forza e una tenuta sopra ogni umana possibilità, nel terzo atto in “E lucevan le stelle”, Alagna commuove profondamente, la sua voce si fa velata, malinconica, quasi rotta dal pianto, prima di esplodere in un crescendo travolgente. Una coppia di ballerini in scena, a simboleggiare l’amore perduto, accentua il contrasto tra l’etereo del ricordo e la carne ferita della realtà. In “O dolci mani”, il tenore passa con naturalezza dalla tenerezza all’eroismo, toccando corde emotive di rara profondità. Un’Alagna sanguigno, teatrale nel senso più alto e nobile del termine.

Luca Salsi, nei panni del barone Scarpia, conferma la sua statura d’interprete straordinario, il fraseggio è impeccabile, la presenza scenica magnetica. Il suo Scarpia è un uomo gelido e pericoloso, capace di provocare autentico disagio con la sola voce, una performance da manuale.
Ottimo il Cesare Angelotti di Luciano Leoni, che interpreta questo ruolo con sicurezza ormai da molti anni, è un personaggio che ha fatto totalmente suo, e la familiarità con la parte si traduce in una presenza scenica sicura, autorevole e perfettamente calibrata. Ugualmente efficace Claudio Ottino nel ruolo del Sagrestano: la sua vocalità sonora e ben timbrata dà vita a un personaggio divertente ma mai sopra le righe, perfettamente integrato nel tono generale dell’opera, credibile e brillante, capace di alleggerire senza mai scivolare nella macchietta.
Convincente e incisivo anche Francesco Napoleoni nel ruolo di Spoletta, che si conferma caratterista solido tanto vocalmente quanto scenicamente. Paolo Pecchioli (Sciarrone), Omar Cepparolli (un carceriere, con voce ben proiettata) e Francesca Presepi (pastorella) completano con competenza un cast ben amalgamato.

Va sottolineata l’importanza fondamentale di comprimari in grado di sostenere non solo la scrittura vocale, spesso tutt’altro che secondaria, ma anche la credibilità scenica e la tenuta drammaturgica complessiva del racconto. In un’opera come Tosca, dove la tensione teatrale si gioca su ogni dettaglio, la qualità degli interpreti di contorno può fare la differenza tra una buona esecuzione e una grande rappresentazione. E in questo caso il plauso va a professionisti di così alta risma, capaci di contribuire in modo decisivo al successo della serata pur ricoprendo ruoli minori.
Quella andata in scena la sera di venerdì 18 luglio a Torre del Lago è stata una Tosca che ha colpito per forza, bellezza e verità scenica. Una di quelle serate che non si dimenticano, e che ricordano a tutti, pubblico, critici, amanti del melodramma, perché l’opera di Puccini continua, a distanza di oltre un secolo, a toccare così profondamente il cuore. Una serata di canto, di teatro, di emozione autentica e al Puccini Festival 2025 non poteva esserci inizio migliore.
Questo allestimento tornerà in scena nei giorni del 1, 9 e 29 agosto con altri attesissimi nomi del panorama lirico mondiale: Eleonora Buratto e Micheal Fabiano, Carmen Giannattasio e Jonathan Tetelman, Valentina Boi e Francesco Meli.


