Tra arte, sogno, spiritualità: il giardino dei tarocchi di Niki de Saint Phalle cela i segreti di una vita di fiabe, draghi malvagi e tesori nascosti

Siamo in località Garavicchio, vicino a Capalbio, in Maremma. Su un terreno di quattordici acri si estende un parco bizzarro popolato di gigantesche sculture, alte circa 12/15 metri fatte di acciaio, cemento, decorate di vetri, specchi, smalti craquelé e ceramiche dai colori vivacissimi, ispirate alle figure dei 22 Arcani maggiori dei tarocchi e bato alla fine degli anni Settanta dalla splendida visionarietà di Niki de Saint Phalle (Neuilly-sur-Seine 1930 – San Diego 2002). Ex modella, pittrice, scultrice, esponente del movimento del Nouveau Réalisme, artista anticonformista, libera e ribelle, celebre in tutto il mondo per le sue coloratissime, neodadaiste e voluttuose sculture di donne (le Nanas), Niki ha fatto esplodere una bomba psichedelica tra ulivi e campi color ocra. Coloratissimo, allegro, il “Giardino della Gioia”, così lo chiamava l’artista – e rappresenta, come lei stessa ha dichiarato, la sintesi della sua visione artistica, “Il sogno magico e spirituale della mia vita” seguendo l’urgente bisogno di dimostrare che una donna può lavorare su scala monumentale. Un omaggio a quelle donne alle quali, per secoli, non è stato permesso di rivelare la loro forza e la loro creatività, e quando hanno osato farlo, sono state derise, screditate, represse, bruciate come streghe o confinate in manicomi.

Fonte di ispirazione è stato sicuramente,  durante un viaggio a Barcellona del 1955, il parco Guell, opera dell’architetto Gaudì, a cui si unisce, nel tempo, la visita al Parco dei Mostri di Bomarzo a Viterbo. 

Il Giardino dei Tarocchi

Niki de Saint Phalle inizia a costruirlo (“con folle entusiasmo, con ossessione e, più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi”) solo nel 1978 su terreno offerto da Carlo e Nicola Caracciolo, grazie all’amicizia tra Saint Phalle e la sorella Marella Caracciolo Agnelli, un’amica dei suoi tempi da modella  (icona del glamour immortalata da fotografi del calibro di Robert Doisneau, Henri Clarke e Arnold Newman, e musa ispiratrice di Yves Saint Laurent e Marc Bohan). Ci vorranno ben 17 anni per portare a termine il progetto: il parco sarà ultimato infatti solo nel 1996 per una spesa complessiva di più di cinque milioni di dollari. Per raccogliere fondi, creò un profumo, venduto in una bottiglia blu cobalto con serpenti intrecciati come tappo. Andy Warhol partecipò alla festa di inaugurazione e il profumo finì per fornire un terzo dei fondi per il giardino. Fu affiancata dal (secondo) marito Jean Tinguely, lo scultore svizzero pioniere dell’arte cinetica noto per i mechaniques, complesse sculture meccaniche rumorose, cacofoniche, ironiche, strabilianti, utlizzando materiali ferrosi “scartati” dalla società industriale, come ingranaggi e rottami, ferraglia. Arrivavano  artisti provenienti da Argentina, Scozia, Olanda, Francia: Rico Weber, Sepp Imhof, Paul Wiedmer, Dok van Winsen, Pierre Marie ed Isabelle Le Jeune, Alan Davie, Marino Karella. E c’erano hippy e lavoravano  a fianco degli abitanti del villaggio.

Un’immagine del Giardino dei Tarocchi con La Sfinge. Foto Cristina Tirinzoni

L’architetto ticinese Mario Botta, in collaborazione con l’architetto grossetano Roberto Aureli, ha disegnato il padiglione di ingresso: uno spesso muro di recinzione  in tufo con una sola grande apertura circolare al centro, pensato come una una “soglia” da varcare  e che separa la realtà del quotidiano dalla creatività e dalla’ immaginazione, (“Per me il muraglione di Mario è una protezione come lo è il drago che nelle favole è il custode del tesoro”). Entrare nel giardino è come intraprendere un percorso iniziatico. Lungo le stradine Niki incide appunti di pensiero, memorie, numeri, citazioni, disegni, messaggi di speranza e di fede, snodando un percorso materiale e spirituale. Attraverso un breve percorso in salita arriviamo fino alla piazza centrale, dove irrompono La Papessa e il Mago, i primi due Arcani, fusi l’una nell’altra in un unico abbraccio. Il Mago rappresenta l’unione del divino con il terreno ma anche la creatività. La Papessa  raffigurata con la bocca spalancata, da cui attraverso una scalinata blu, fuoriesce l’acqua che alimenta la fontana, è  vista da Niki come “la grande sacerdotessa del potere femminile dell’intuizione”. 

Alla terza carta dei tarocchi L’imperatrice, soprannominata la Sfinge e che descrive come “la grande dea, regina del cielo, la madre, la puttana, l’emozione, il sacro magico e la civiltà “, Nichi dedica la scultura  più grande nella quale ha abitato per lunghi periodi durante i lavori: un ventre nel quale si sente protetta  da tutto e da tutti. La stanza da letto e la cucina, completamente rivestite di specchi, sono ricavate nei seni  dell’Imperatrice. Il bagno, al livello inferiore, ha un drago ondeggiante blu e rosso al posto della vasca. Durante la realizzazione del giardino, Niki serve il pranzo ai lavoratori in canottiera, seduti al suo tavolo da pranzo all’interno della Sfinge, sotto un lampadario fatto con un teschio di mucca. 

Avvicinandoci al tarocco della Giustizia, sentiamo un cigolio costante. Un’enorme donna vestita di bianco e nero (bene e male) sorregge una bilancia, costituita dai suoi stessi seni. Nella sua mastodontica gonna c’è una nicchia, chiusa da un cancello, in cui si muovono ingranaggi- l’ennesimo meccanismo ideato e costruito da Jean Tinguely, che rappresenta l’ingiustizia.  Una struttura macabra, alla quale sono appese ossa, scheletri e croci che fa muovere i suoi pezzi di ferro. Niki sostiene che “la giustizia implica la conoscenza di noi stessi. Dobbiamo acquistare la capacità di giudicare noi stessi, di confrontarci con i nostri lati più oscuri. Con questa visione profonda si potranno giudicare le situazioni e le persone con un occhio compassionevole”. Proseguendo ci imbattiamo nel  Sole, concepito come un uccello ad ali spiegate poiché – come spiega l’artista – l’uccello è la creatura che si avvicina di più al Sole. E poi Gli Amanti, Il Carro, La Luna. Il Diavolo si erge tra alcuni cespugli, un ermafrodita dalle ali arcobaleno, dal viso dolce, fianchi femminili e tre peni dorati. La torre di Babele, completamente ricoperta da specchi, è scoperchiata nella sommità e da qui fuoriesce una struttura metallica dotata di ruote, creata da Tinguely che simboleggia il fulmine che spacca la torre. “Bisogna rompere le mura della mente in modo da poter guardare oltre”, è la descrizione di Niki su questo tarocco.

L’ultima scultura del parco dei tarocchi è il mondo. Si tratta anche dell’ultima carta, la XXI. Cosa simboleggia? Il mondo rappresenta la vita, la creazione, il compimento. L’artista lo raffigura come un uovo, sormontato dalla figura di una donna a braccia aperte sulla quale un serpente sale fino ad avvolgerla. Un meccanismo ferroso costruito da Tinguely fa ruotare la scultura che sembra ascendere verso l’alto.

Niki de Saint Phalle, una vita da film tra sofferenze e riscatto

Per capire nel profondo quest’opera monumentale è necessario conoscere la storia della sua creatrice. Niki De Saint-Phalle nasce in Francia il 29 ottobre 1930 in una famiglia arcicattolica, aristocratica, conservatrice. Suo padre André, banchiere di successo e nobile di nascita, e madre statunitense, distante, severa e anafettiva. In seguito al crack del padre banchiere, lei e il fratello maggiore vengono separati dai genitori e mandati a vivere con i nonni paterni in Borgogna, per i tre anni successivi. Nel 1933 la famiglia si trasfeisce a New York, ma d’estate la piccola Niki tornerà sempre in Francia nel castello del nonno materno. Bellissima, viene notata da un agente a un ballo a Manhattan quando aveva diciassette anni, e nel giro di pochi anni appare sulle copertine di Life e Vogue Francia. A 18 anni Niki scappa di casa per sposare lo scrittore e musicista Harry Mathews dal quale ha due figli. Si trasferiscono a Parigi. Ma Niki non sta bene, inizia anche ad accumulare rasoi, coltelli e forbici sotto il materasso, le sue ansie e le sue paure crescono ogni giorno e con l’appoggio del marito decide di farsi curare in un ospedale psichiatrico, dove subisce diversi elettroshock. Tra le mura del manicomio l’unica cosa che le permette di sopravvivere a una verità insopportabile, fissa nella memoria (le gravi molestie sessuali subite da parte del padre, troverà la forza di raccontare questo episodio solo moltissimi anni dopo, nel suo libro Mon Secret) è l’arte: utilizza qualsiasi materiale e qualsiasi colore, per tagliare, incollare e produrre opere. Ed è in questo momento così traumatico che comprende la sua vocazione: essere un’artista.

Tramutando disperazione, rabbia, vergogna in creazione artistica. A Parigi Saint Phalle prende uno studio a Montparnasse, a L’Impasse Ronsin, un gruppo di “baracche di legno con tetti di carta catramata”, dove, “ognuno rubava il carbone dall’ospedale lì accanto“. A L’Impasse Ronsin, incontra Jean Tinguely, un giovane dall’aspetto intenso, sempre vestito con una tuta da lavoro blu, sporca per aver saldato sculture. Salderà un albero per decorare la camera dei figli di Niki. Nel 1957 divorzia dal marito (che le rimase amico per tutta la vita) e si trasferisce a vivere con Jean Tanguely (sposandolo poi nel 1971).

La loro è un’unione forte, non solo sentimentale, ma soprattutto artistica, non a caso vengono soprannominati i Bonny and Clyde dell’arte. Insieme realizzano moltissimi progetti importanti, soprattutto fontane, come Le Cyclop di Milly-la-Foret o La Fontana di Stravinsky a Parigi. I suoi primi Tiri o Shooting paintings, tra il 1961 e il 1962, di fronte al pubblico, colleghi o invitati, l’hanno consacrata come “l’artista con la carabina”. Niki abbracciava la carabina e sparava: veri e propri spari di carabina, contro una serie di palloncini pieni di pittura, appesi sopra tele o supporti di gesso, per ottenere un’esplosione di colore, la colata. Vestita con un tailleur pantalone bianco, Saint Phalle sparava: al sistema dell’arte, alle convenzioni, a tutti gli impedimenti che impedivano alle donne di essere libere. Sparava sulle istituzioni, sul mondo maschile , la chiesa, la scuola, la mia famiglia, tutti gli uomini, su suo papà, su se stessa. “Avevo una grande rabbia dentro di me, sarei probabilmente finita in prigione, o ancora in un ospedale psichiatrico, se l’arte non mi avesse aiutata a sfogare tutta la mia profonda aggressività verso i miei genitori e la società”. Jane Fonda assistette a una sparatoria a Malibu; Robert Rauschenberg acquistò uno dei dipinti. Nasce così Daddy, film realizzato nel 1973 in collaborazione con Peter Whitehead che le permette di uccidere gioiosamente in un racconto fantastico e spaventoso, il padre mostruoso per liberarsene.

“Mamma, ho una notizia meravigliosa. Finalmente, papà è morto“. Tre anni dopo girerà una sorta di sequel, intitolato Un rêve plus long que la nuit, si apre con una partita a nascondino, con una bambina con una benda che barcolla in una foresta. Immagini di gioco, di gioia e di felicità, immagini di paura e di terrore, falli di cartapesta, scrosci di coriandoli e piume, il fragore di piatti e tamburi. Altro esorcismo con le macchine di Tinguely che immergono lo spettatore in un mondo strano, magico e fiabesco a deflagrare con un boato assordante l’eredità patriarcale e gli archetipi della famiglia.

Una volta ottenuto il successo, Tinguely e Saint Phalle acquistarono una casa fatiscente a Soisy-sur-École, fuori Parigi: il cortile era un incrocio tra un parco giochi per gigantesche Nanas e un deposito di rottami. Il Giardino dei tarocchi è l’apoteosi del suo lavoro e il culmine della sua collaborazione artistica con Tinguely. I suoi contributi sono ovunque: nelle scricchiolanti e cinetiche strutture metalliche che punteggiano il paesaggio esoterico e onirico di Saint Phalle. Nel corso degli anni Niki crea un’armata di guerriere, paladine di una società più giusta e libera da pregiudizi: le “Nanas”. Realizzate inizialmente in cartapesta e tessuto, poi in resina dipinta, le Nana sono la versione pop colorata della Grande Madre dei miti arcaici. Sono imponenti. Leggere nel loro giunonico corpo e con la testa e gli arti minuscoli.

Laura Condominas e Humbert Balsan nel film Un rêve plus long que la nuit (1976), di Niki de Saint Phalle.

Coloratissimne. Ballano, combattono, stanno in equilibrio: qualsiasi cosa facciano le Nanas sono tutte delle allegre e divertenti dee della fertilità. La prima opera di grandi dimensioni di Saint Phalle è stata un’enorme Nana cava, chiamata Hon – “lei” in svedese. Era fatta di ferro, rete metallica, colla animale e stoffa dipinta. Pesava sei tonnellate e giaceva distesa sulla schiena, e viene presentata per la prima volta nel 1966 al Moderna Museet di Stoccolma. I visitatori entravano in lei attraverso una vagina cavernosa, pieni di ingranaggi in funzione (costruito da Tinguely). Il ventre, le gambe e i seni di Hon contenevano un bar del latte, un parco giochi e un cinema. Fuori, si sentiva l’audio di sussurri di amanti; dentro c’era il suono di bottiglie rotte. Nel suo diario, una volta scrisse: “Il Giardino dell’Eden è proprio accanto all’Inferno. A un passo”.

Niki de Saint Phalle, Nana, 1970

Alla fine degli anni Sessanta, scandalizza il mondo dell’arte producendo delle Nanas gonfiabili da vendere come giocattoli da piscina. Cosa necessaria per finanziare i suoi monumentali progetti. “Essere la mia benefattrice aveva molti vantaggi”, scrisse in una lettera a Marella Agnelli. “Non dovevo accontentare i mecenati. Potevo lavorare al mio ritmo, a modo mio, il che non era sempre logico”. Le Nanas le ritroviamo anche qui nel giardino dei Tarocchi, nella vasca al centro della piazza dell’imperatore, quattro Nanas che felici, fanno il bagno, schizzando acqua dai capezzoli a colori vivaci.

Muore all’età di 71 anni a San Diego, in California. A seguito dei gravi problemi polmonari, dopo anni trascorsi a inalare i fumi del polistirolo che usava per scolpire le sue Nanas. Nelle sue memorie, Saint Phalle scrive: “[Il mio] lavoro e la mia vita [sono] come una fiaba piena di missioni, draghi malvagi – tesori nascosti, madri divoratrici e streghe, l’uccello del paradiso, la buona madre, scorci di paradiso e discese agli inferi”

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