Trovare il titolo perfetto per una mostra non è sempre facile. C’è chi sperimenta con riflessioni, provocazioni e giochi di parole, più o meno profondi, come Pom Pom Pidou. Un récit renversant de l’art moderne, che promette di raccontare la storia dell’arte moderna con la stessa dinamicità di un pompon agitato in aria; o ancora Nan Goldin. This Will Not End Well che aprirà alla fondazione Pirelli HangarBicocca a Milano, il cui dark humor è disturbante quanto gli scatti della fotografa e attivista americana. Tra personali, collettive, retrospettive e mostre monografiche, però, si corre spesso il rischio di risultare banali, troppo descrittivi o poco chiari, perciò sono molte le occasioni in cui si sceglie di correre ai ripari. Esistono, infatti, alcune categorie di titoli che presentano delle specifiche caratteristiche ricorrenti: eccone una semplice descrizione con una serie di esempi tratti dalle mostre del 2025.

A qualcuno piace classico
Come ogni retrospettiva che si rispetti, il nome dell’artista, completo o parziale, è un must have per un titolo semplice e conciso che arrivi dritto al punto con il minimo sforzo e senza giri di parole: mentre Casorati ha occupato le sale del Palazzo Reale di Milano, Beato Angelico sarà contemporaneamente a Palazzo Strozzi e al Museo di San Marco a Firenze. La GAM – Galleria d’Arte Moderna di Roma ha presentato Nino Bertoletti 1889-1971, non resistendo alla tentazione di affiancargli gli anni esatti di nascita e di morte, cosa che accade troppo spesso nelle mostre monografiche.
Quest’anno, tra l’altro, è particolarmente ricco di retrospettive e molti sentono il bisogno di utilizzare proprio la parola “retrospettiva” all’interno del titolo, giusto per essere chiari ed evitare equivoci. Ci sono, però, dei casi particolari che tentano di distinguersi dalla massa con dei piccoli accorgimenti che vengono, comprensibilmente, ignorati dalla maggioranza dei visitatori: a Parigi la Fondation Louis Vuitton propone David Hockney, 25, numero che dovrebbe porre l’attenzione sulle opere realizzate negli ultimi venticinque anni di vita dell’artista, mentre a Londra la Tate Modern ha aggiunto un punto esclamativo a Leigh Bowery!

In prosa e in versi
Talvolta ai nomi degli artisti si accompagnano i versi di una poesia, un libro, una canzone, un film, una serie televisiva o qualsiasi altro contenuto culturalmente, filosoficamente e socialmente riconosciuto; in altri casi si aggiunge un semplice riferimento alle opere dell’artista in mostra, che spesso è anche l’autore di versi e pensieri più o meno poetici.
È il caso di Fausto Melotti. Lasciatemi divertire! in mostra alla GAM di Torino, titolo ispirato presumibilmente da un’ironica affermazione dell’artista. Ai Musei civici Gian Giacomo Galletti di Domodossola si va Fuori dai confini della realtà. Tra Klee, Chagall e Picasso, senza avere ovviamente nulla a che fare con l’universo fantascientifico; Lonely Are All Bridges alla Fondazione ICA Milano è un titolo tratto da un verso della poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, con l’intento di sintetizzare lo spirito sperimentale comune alle due artiste Birgit Jürgenssen e Cinzia Ruggeri. Oltre i confini nazionali la situazione non è poi così diversa: il Guggenheim Museum di New York propone Rashid Johnson: A Poem for Deep Thinkers, titolo paradossalmente poco ragionato perché ripreso dall’omonima poesia di Amiri Baraka, scrittore, insegnante e attivista politico americano, frequente fonte di ispirazione per l’artista; al Guggenheim Museum di Bilbao, invece, si celebra Barbara Kruger con Another day. Another night, titolo che potrebbe riecheggiare una qualsiasi canzone dance pop da ascoltare in sottofondo durante la visita.

Preposizioni libere
Questa tipologia di titoli, spesso più lunghi e complicati, fa un uso spropositato di quelle particelle grammaticali che non stanno simpatiche a tutti, ma che ognuno di noi ha sicuramente imparato a memoria alle elementari ed ora non riesce più a dimenticarle. Di, a, da, in, con, su, per, tra, fra regnano da sempre nei titoli delle mostre di tutto il mondo insieme alle altre preposizioni articolate e, anche quest’anno, non sono state risparmiate: Dal Cuore Alle Mani: Dolce&Gabbana mette in mostra le straordinarie creazioni del famoso brand al Palazzo delle Esposizioni di Roma; più comune è l’inclusione dei nomi di movimenti, correnti o linguaggi artistici definiti, come in Dal muralismo alla street art: MUDEC Invasion al Museo delle Culture di Milano, ma anche (di nuovo) l’utilizzo diretto dei nomi degli artisti, come Cézanne to Giacometti: Highlights from Museum Berggruen / Neue Nationalgalerie alla National Gallery of Australia, Canberra. C’è anche chi decide di mettere insieme le due cose per non tralasciare nulla: Da Picasso a Van Gogh. Capolavori dal Toledo Museum of Art. Storie di pittura dall’astrazione all’impressionismo, che aprirà a novembre al Museo Santa Caterina di Treviso, fortunatamente è uno dei pochi esempi in circolazione.


