Tra corpo e spirito: seguendo Teodora Axente dentro la Metamorfosi, nel cuore di Siena

Quando si è davanti all’opera di Teodora Axente si ha l’impressione di stare guardando qualcosa di davvero destinato a rimanere nel tempo. Raffinatezza tecnica e carica simbolica costruiscono un universo che attinge tanto alla pittura rinascimentale quanto all’onirico. Personaggi ibridi tra l’umano e l’animale appaiono come in pellegrinaggio tra il corpo e lo spirito, tra il bene e il male. Essi mettono in scena la Metamorfosi del Sacro – questo il titolo della mostra che raccoglie 25 opere dell’artista realizzate appositamente per il complesso museale di Santa Maria della Scala di Siena, che le ospita. L’esposizione, ideata dalla sensibilità di Cristiano Leone e con la curatela attenta di Riccardo Freddo e Michela Eremita, è visitabile fino al 11 gennaio 2026.

Teodora Axente è un’artista rumena che nasce nel 1984 a Sibiu, e vive e lavora a Cluj-Napoca. L’originalità della sua voce è stata ispirata dalla sua famiglia, dalla sua fede religiosa, ma anche da un profondo assorbimento della storia dell’arte che permea tutta la sua opera. Come una pellegrina in un viaggio nel tempo, la quarantunenne è alla ricerca costante di stimoli provenienti da secoli e sensibilità differenti. Di conseguenza, i suoi quadri sembrano sospesi tra la pittura fiamminga del quindicesimo e sedicesimo secolo e il più contemporaneo Surrealismo.1 Ciò che ne risulta è un’arte liminale tra la tradizione e l’inconscio. Come dice la stessa Axente, «La pittura è una continuazione del sogno ma anche un desiderio di trasformare e rompere le convenzioni del mondo reale». Già da questa affermazione è dunque evidente il tema della metamorfosi, centrale poi nella mostra senese. Infatti, «gli scenari creati da me propongono un altro mondo, un mondo dell’assurdo, dell’onirico» continua l’artista «un mondo che usa elementi riconoscibili dalla realtà immediata ma che sono trasposti in un’altra dimensione».2

Rosenfeld – Works 10.09.25 – 74_crediti Gallery Rosenfled

Ora, nel caso delle opere di Metamorfosi del Sacro, Axente ha attinto questi “elementi riconoscibili” dalla tradizione storica, artistica e culturale di Siena, tradizione che ha potuto indagare nel profondo durante un soggiorno nella città ad aprile 2025. Oggetto di studio principale è stato proprio il complesso di Santa Maria della Scala, che ospita la mostra e per il quale le opere sono state create appositamente. La sua storia è curiosa: l’edificio fu costruito nel IX secolo, e cominciò presto a ospitare i pellegrini della Via Francigena, che connetteva Roma e il Nord Europa; con il tempo, il Santa Maria della Scala divenne anche luogo di ricovero dei poveri, ospedale per gli infermi e brefotrofio, configurandosi così come luogo di accoglienza e di cura. Quando nel Trecento i pellegrinaggi furono ridotti drasticamente dalla peste, il complesso fece un investimento lungimirante e acquistò reliquie sacre appartenenti all’imperatrice Elena di Costantinopoli per attrarre nuovamente i fedeli in città. Il Santa Maria della Scala ha cessato le sue funzioni ospedaliere solo negli anni Novanta del secolo scorso, ed oggi è un museo che ospita, tra opere antiche e moderne, proprio quelle reliquie, tra cui il Sacro Chiodo, reliquie di Cristo e della Vergine. 

Installation view Metamorfosi del Sacro_ Crediti di Marco Donati

Ecco, questi frammenti sacri si trovano citati più e più volte nelle opere che Axente ha realizzato per la mostra, e il percorso espositivo è stato pensato proprio affinché lo spettatore ricerchi attivamente nelle tele i riferimenti alle reliquie. «Il visitatore può esplorare tutto il complesso di Santa Maria della Scala, prima di arrivare al sesto piano, che ospita la mostra, e intraprendere una sorta di caccia al tesoro, cercando di individuare da sé gli elementi che si trovano esposti in tutto il museo» commenta il curatore Riccardo Freddo.

Se le opere di Axente citano le reliquie sacre, contengono però anche riferimenti a oggetti – ciotole, bende, ampolle – che venivano utilizzati quando il complesso era ancora un ospedale; in questo modo, l’artista trasforma (parola chiave) gli strumenti medici in reliquie secolari e dimostra quindi un’attenzione alla cura sia fisica che spirituale. Nelle tele vengono inoltre riprese tanto opere presenti ai piani inferiori del museo realizzate da artisti senesi nel corso dei secoli, quanto scorci e tradizioni della stessa città. Eppure c’è al contempo anche così tanto di arte fiamminga: i riferimenti a Siena convivono infatti con grosse tende di velluto rosso e vestiti e copricapi ricamati che trasportano nelle Fiandre. 

Rosenfeld – Works 10.09.25 – 70_crediti Gallery Rosenfled

La citazione alla tradizione più imponente è però forse la maestria tecnica con la quale Axente realizza le proprie opere, che sembrano dipinte da grandi maestri del passato. Tuttavia, non si può ridurre la bravura dell’artista alle sole abilità esecutive, perché dietro alle sue tele ci sono uno studio e un discorso profondi. Gli ambienti tradizionali sono abitati da figure dai volti invece decisamente contemporanei, che appartengono a familiari, amici e conoscenti dell’artista. Si tratta di visi iperrealistici, che sembrano fotografie ritagliate da riviste e incollate sui quadri in un’operazione di collage senza però creare disarmonia. Non c’è disarmonia nemmeno se si considera che questi volti costituiscono la parte superiore di personaggi ibridi tra l’umano e l’animale (moltissimi sono insetti). 

Queste figure metamorfiche stanno compiendo, appunto, una trasformazione, un pellegrinaggio esse stesse, un errare tra il terreno e il divino. E noi siamo spettatori di una performance, una messa in scena pittorica del dualismo tra il bene e il male. I personaggi metà umani metà animali sono gli attori ed esibiscono il proprio dramma interiore tra la decadenza e la redenzione. Le loro pose e le loro espressioni richiamano la drammaturgia del teatro; i loro vestiti sono costumi che ora nascondono, ora rivelano;3 ciò che dei personaggi è brillante rappresenta la tentazione, ciò che è trasparente la fragilità umana. E non ci sono semplici oggetti di scena, niente è lasciato al caso: motivi come gigli, calici e scale che costellano le opere esposte sono simboli anch’essi di metamorfosi. 

Installation view Metamorfosi del Sacro_ Crediti di Marco Donati_

Metamorfosi del Sacro apre quindi con The Ladder (2025), letteralmente “la scala”, dove ogni gradino reinterpreta pittoricamente gli affreschi del Vecchietta (1410-1480) che si possono ammirare nei piani inferiori dell’edificio e che raccontano la carità, la guarigione e la cura come atto sacro. L’ultimo gradino è dedicato invece proprio al simbolo del museo, una scala, e suggella un percorso ascensionale di rinascita. Due donne-insetto volano all’altezza dei gradini superiori e sono sveglie, probabilmente in uno stadio di metamorfosi più avanzato rispetto alla donna-cerbiatto che dorme ai piedi della scala. Il cervo dormiente, sospeso tra umano e animale, sacro e terreno, si rivela in tutta la sua maestosità in The Deer is Sleeping (2025); qui, due donne angeliche con copricapi ricamati tipici delle Fiandre abitano la stanza, visitabile nei sotterranei del museo, dove Santa Caterina da Siena si ritirava a pregare e a riposarsi dopo aver prestato la propria attività caritatevole nei confronti dei bisognosi dell’ospedale.

Installation view Metamorfosi del Sacro_ Crediti di Marco Donati_2

E nelle sale successive della mostra sono dipinti tanti tavoli. Su quello in Still Life with Lillies (2025) è apparecchiato un convivio sia di reliquie sacre del Santa Maria della Scala, che di quegli strumenti medici che venivano utilizzati quando il complesso era ancora un ospedale; e nella composizione certamente non possono mancare i gigli. C’è poi un altro tavolo in The Seven Sins (2025), un banchetto dei Sette Peccati Capitali, che fanno da contraltare ai bassorilievi della fonte Gaia di Siena (quelli originali di Jacopo della Quercia sono conservati proprio nel museo) che rappresentano invece le Sette Virtù Cristiane. Donne-insetto con ricchi costumi stanno mettendo in scena il teatro del bene e del male. E infine c’è il tavolo di The Five Senses (2025): altre donne-insetto siedono ad una mensa imbandita con antichi attrezzi medici e la rappresentazione dei cinque sensi umani. Questi ultimi diventano strumenti di percezione spirituale, rivelando così la possibilità di avvertire il divino attraverso l’esperienza sensibile. 

Proprio la percezione, o meglio, le diverse possibilità di percezione sono centrali in una mostra come Metamorfosi del Sacro. Le stesse opere si prestano infatti a più livelli di interpretazione, alcuni dei quali riguardano più il corpo, e altri lo spirito. Ci si potrebbe anche limitare a osservare le tele in mostra senza conoscere lo studio che c’è dietro e si tornerebbe a casa con la vista comunque appagata dalla contemplazione estetica e dall’eleganza formale dei quadri di Axente. Oppure, come suggeriscono i curatori, si può visitare prima tutto il museo, e poi dilettarsi in un esercizio intellettuale di riconoscimento delle citazioni che l’artista nasconde nei quadri, lasciarsi guidare in un rinnovato pellegrinaggio dell’anima, lasciarsi abbracciare in prima persona dalla Metamorfosi.

Note bibliografiche:

[1] Ian Rosenfeld, Surreal Odyssey, in Ian Rosenfeld e Caterina Rosón Uribarrena (a cura di), Teodora Axente, Londra, Rosenfeld, 2025, pp. 9-1.

[2] Günther Oberhollenzer, What Painting Can Mean, in Rosenfeld e Rosón Uribarrena, Op. cit., pp. 54-5.

[3] Ibidem. 

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