Una partita a carte, i panni stesi, un pallone che passa da una persona all’altra. Gesti ordinari, ripresi dall’alto, compaiono tra i blocchi del Grande Cretto di Alberto Burri, seguendo il tracciato della Gibellina cancellata dal terremoto del Belice del 1968. Jacopo Di Cera li ha raccolti in Between, videoinstallazione realizzata durante una residenza artistica e presentata nell’ambito di Gibellina Photoroad 2026.
I protagonisti sono quattordici abitanti della città. Nei video, costruiti come sequenze circolari, le loro azioni si ripetono senza un principio o una conclusione. La visione zenitale accentua il contrasto tra la scala monumentale dell’opera di Burri e la misura fragile dei corpi, mentre le antiche strade tornano per alcuni istanti a essere percorse e abitate.
Il Cretto conserva le rovine, ma continua anche a interrogare il presente. Between lavora su questa tensione, riportando la quotidianità nel luogo in cui la memoria è diventata materia. In questa intervista, Jacopo Di Cera racconta il confronto con l’opera di Burri, il ricordo del terremoto di Amatrice e il ruolo decisivo della comunità nella nascita del progetto.

Between nasce dentro il Grande Cretto di Alberto Burri, un luogo in cui la memoria sembra già iscritta nello spazio. Come si entra artisticamente in un monumento così potente senza sovrapporsi alla sua storia?
In punta di piedi, con la mente e il cuore pronti ad ascoltare.
Il Cretto è un’opera imponente, compiuta, totale. Non ha bisogno di essere reinterpretata o riscritta.
Avevo già incontrato il dramma del terremoto ad Amatrice, dieci anni fa. Una tragedia che ho potuto raccontare fotograficamente pochi giorni dopo l’accaduto e che era fatta soprattutto di silenzio e di vuoto.
Sono lo stesso silenzio e lo stesso vuoto che si percepiscono nel Cretto. È esattamente dentro lo spazio voluto e creato da Burri che ho provato a “riabitare” temporaneamente. In questo senso, Between non si sovrappone alla storia del Cretto, ma prova a stare in mezzo: tra ciò che è stato e ciò che può ancora accadere.
Perché riportare la vita ordinaria dentro un luogo così carico di trauma e memoria collettiva?
Perché la vita, nei luoghi reali, non si ferma mai davvero. Anche nei contesti più segnati, fragili e dolorosi, la quotidianità continua a esistere.
Mi interessava proprio questo scarto: raccontare il trauma attraverso la vita che continua ad attraversarlo. I gesti che ho scelto sono volutamente semplici e quotidiani, gli stessi che ancora oggi avvengono tra le vie di Gibellina Nuova: giocare a carte, stendere i panni, passarsi un pallone.
Sono azioni che non spiegano, ma restituiscono una presenza. Portarle dentro il Cretto significa affermare che quel luogo non appartiene soltanto alla memoria: può diventare anche uno spazio di restituzione.

In che modo il punto di vista zenitale cambia quando incontra Gibellina?
Il punto di vista dall’alto, per me, è sempre stato uno strumento per eliminare le gerarchie e portare ogni elemento sullo stesso piano.
A Gibellina questo sguardo cambia profondamente, perché il paesaggio è già una forma di racconto: il Cretto è una mappa, una scrittura nello spazio. Dall’alto quella scrittura diventa ancora più evidente, mentre le persone appaiono più fragili, piccole e temporanee.
Si crea così una tensione molto forte: da una parte la monumentalità della memoria, dall’altra la leggerezza del presente. I video sono costruiti come loop infiniti. Ogni azione non ha un vero inizio né una fine, ma continua a ripetersi. Il tempo smette quindi di essere una componente lineare dell’opera e diventa un ponte tra passato, presente e futuro. È proprio dentro questo equilibrio che nasce Between.
Che cosa ti ha restituito il lavoro con gli abitanti di Gibellina Nuova?
È stata la parte più importante del progetto. Coinvolgere gli abitanti ha trasformato completamente il lavoro, perché le opere hanno smesso di essere soltanto una visione artistica e sono diventate una presenza reale.
Le persone non interpretano un ruolo: fanno semplicemente ciò che appartiene alla loro quotidianità. È questo a dare verità all’opera. Lavorare con loro mi ha fatto capire che il Cretto non è un luogo separato, ma rimane profondamente legato a chi vive oggi a Gibellina.
Sono le stesse persone che, a partire dagli anni Settanta, hanno visto crescere Gibellina Nuova attraverso il contributo dei tanti artisti che l’hanno vissuta e abitata, e che successivamente hanno assistito alla nascita del Cretto. Persone che hanno aiutato, sostenuto e lavorato insieme agli artisti.
Questo ponte umano, artistico e culturale ha dato un’anima a Between. È un lavoro fondato sulla comunità, su chi continua ogni giorno a dare forma a quel luogo, anche senza accorgersene.


