Tracce genetiche su un disegno di Leonardo: la scienza può davvero svelare il genio?

Da qualche giorno rimbalza tra media generalisti e siti di divulgazione scientifica una notizia dal sapore quasi romanzesco: tracce di DNA umano sarebbero state individuate su un disegno attribuito a Leonardo da Vinci, aprendo alla possibilità — suggestiva quanto problematica — di avvicinarsi biologicamente al genio rinascimentale. Ma cosa c’è davvero dietro questo annuncio? E soprattutto: quanto siamo lontani dal poter dire di aver “trovato il DNA di Leonardo”?

La ricerca nasce all’interno del Leonardo da Vinci DNA Project, un programma di studi che da anni prova a ricostruire il profilo genetico dell’artista partendo da due direzioni parallele: la genealogia familiare e l’analisi di materiali storici potenzialmente entrati in contatto con lui. In questo contesto si inserisce la recente analisi di un disegno a sanguigna e matita — noto come Santo Bambino — dal quale sarebbero state isolate microtracce di DNA umano maschile, in particolare riconducibili al cromosoma Y.

È qui che il racconto mediatico tende ad accelerare. Parlare di “sangue di Leonardo” è improprio: non è stato individuato sangue, ma frammenti genetici, probabilmente lasciati tramite il contatto umano (sudore, pelle, saliva) durante la realizzazione o la successiva manipolazione dell’opera. E soprattutto, non esiste alcun campione certo di DNA di Leonardo con cui effettuare un confronto diretto. Senza questo elemento, ogni attribuzione resta ipotetica.

Un secondo filone di ricerca, più solido sul piano metodologico, riguarda invece la ricostruzione della linea maschile della famiglia da Vinci. Attraverso studi d’archivio e test genetici condotti su discendenti viventi dei parenti maschi di Leonardo, i ricercatori hanno identificato una continuità del cromosoma Y su più generazioni. Questo non significa, però, ricostruire il DNA di Leonardo in modo diretto: l’artista non ebbe figli riconosciuti e ogni inferenza genetica resta indiretta.

Il punto più interessante della vicenda non è tanto la possibilità di “biologizzare” Leonardo, quanto ciò che questa ricerca rivela sul nostro rapporto contemporaneo con il mito dell’artista. L’idea che il DNA possa svelare tratti della personalità, dell’intelligenza o della creatività risponde a un bisogno profondamente moderno: ridurre il genio a un codice, renderlo leggibile, misurabile, forse replicabile. Ma è una scorciatoia concettuale rischiosa.

La storia dell’arte ci ha insegnato che Leonardo è il prodotto di un intreccio irripetibile di contesto culturale, formazione, ossessioni personali e tempo storico. Anche se un giorno fosse possibile isolare con certezza il suo profilo genetico, questo direbbe poco o nulla sulla sua capacità di vedere il mondo come lo ha visto. Il rischio è quello di spostare l’attenzione dall’opera al corpo, dal pensiero al dato biologico.

Per ora, dunque, la scoperta va letta per quello che è: un indizio affascinante, non una prova, un tassello di una ricerca interdisciplinare che incrocia genetica, storia e conservazione delle opere. Un terreno complesso, che richiede cautela e lentezza, qualità che mal si accordano con i titoli urlati.

Leonardo, del resto, lo sapeva bene: la conoscenza non nasce dall’ansia di possedere una verità, ma dalla pazienza dell’osservazione. Anche quando si guarda dentro un frammento di DNA.Leonardo da Vinci e il DNA: perché la “scoperta del sangue” non è (ancora) una prova

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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