Travelogues, il meglio della pittura italiana rilegge il paesaggio di oggi. Attraverso il tema del viaggio

Negli ultimi decenni, il paesaggio – inteso come spazio fisico e culturale dotato di forma, memoria e identità – ha subito una trasformazione profonda, fino quasi a dissolversi. L’urbanizzazione diffusa, la perdita dei confini tra città e campagna, la proliferazione di strutture anonime e funzionali hanno generato un territorio ibrido e indistinto, in cui ogni gerarchia estetica o simbolica sembra venuta meno. A questa mutazione concreta si è affiancata una smaterializzazione percettiva: il paesaggio non è più vissuto come esperienza diretta e continua, ma come flusso frammentato di immagini, mediate da schermi e dispositivi digitali. In un mondo sempre più segnato da iperconnessione, mobilità e replicazione visiva, la relazione fisica ed emotiva con i luoghi si è fatta incerta, intermittente, rarefatta.

Giovanni Frangi Torno domani 2009 olio su lino cm 199 x 164

In questo scenario, la pittura — e con essa alcune esperienze della scultura contemporanea — sembra tornare a offrire un’alternativa concreta: una pratica di resistenza, un tempo lento dello sguardo, una possibilità di riappropriazione simbolica del mondo. “Travelogues – Diari di viaggio”, la mostra collettiva ospitata da Galleria Vik Milano, si muove all’interno di questo orizzonte. A cura di Alessandro Riva, il progetto riunisce una dozzina di artisti italiani cresciuti artisticamente tra gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila — un periodo in cui la pittura figurativa tornava al centro del dibattito critico, alimentata dalla riscoperta dei generi storici e da un diffuso desiderio di riconnettersi con la realtà. È in quegli anni che, all’interno della cosiddetta “nuova figurazione italiana”, prende forma un’attenzione rinnovata per il paesaggio, inteso non più come semplice genere pittorico, ma come luogo simbolico e mentale da esplorare. Tra le esperienze più significative, quella dell’Officina Milanese — gruppo informale che riuniva artisti come Giovanni Frangi, Marco Petrus, Luca Pignatelli e Velasco Vitali — proponeva una riflessione sul paesaggio come campo di memoria e costruzione identitaria, in grado di assorbire elementi architettonici, urbani e naturali in una visione personale e stratificata.

Proprio al lavoro svolto da Riva — insieme a quello di altri critici della sua generazione, come Maurizio Sciaccaluga e Luca Beatrice — si deve una delle prime sistematizzazioni coerenti della pittura e della scultura italiane degli anni Novanta. In quegli anni, la riscoperta della figurazione si accompagnava a un più ampio ripensamento dei generi tradizionali dell’arte, in sintonia con ciò che stava accadendo, in modo parallelo, anche in altri ambiti culturali come il cinema o la letteratura (dove i generi classici e un tempo considerati di serie B, come il giallo o la fantascienza, venivano sdoganati anche a livello autoriale). A cavallo tra fine Novecento e inizio Duemila, il paradigma postmoderno — con la sua attenzione alla citazione, al pastiche, alla contaminazione tra linguaggi alti e bassi — offriva un nuovo orizzonte per rileggere i codici dell’arte attraverso forme ibride e soggettive.

Massimiliano Alioto Escape, olio su tela cm70x80, 2024

In questo contesto si inseriscono le molte esposizioni di quegli anni dedicate alla rivisitazione del paesaggio, tema al centro del dibattito culturale e artistico dell’epoca, che tocca il suo apogeo con la mostra curata da Riva al PAC di Milano nel 2000, intitolata “Sui Generis – La ridefinizione del genere nella nuova arte italiana“, rimasta profondamente radicata nell’immaginario critico dell’epoca: il progetto rappresentava infatti un tentativo lucido e articolato di interpretare le traiettorie di una generazione di artisti italiani che, attraverso la ripresa consapevole dei generi storici della pittura — dal ritratto al paesaggio alla natura morta, fino a quelli provenienti da altri ambiti come noir, erotismo e fantascienza — cercava di ridefinire, con strumenti nuovi, il rapporto tra immagine, identità e visione del mondo.

Alessandro Busci Cervino rosso smalto su ferro cm 100×70 2019

È proprio a questa genealogia che si collega oggi Travelogues, proponendo oggi una nuova riflessione sul viaggio e sullo sguardo contemporaneo sul paesaggio. In mostra, infatti, troviamo la Milano stilizzata e geometrizzata di Marco Petrus (ma anche una meno nota immagine dipinta dal pittore milanese a Shanghai), che convive con le campagne e le città, dense di colore, di ruggine e di materia, diAlessandro Busci e di Velasco Vitali, e con le montagne fluide, rarefatte, quasi liquide, al limite dell’informale, di Giovanni Frangi, mentre le città e i paesaggi di Alessandro Papetti ci parlano di geografie che sembrano esplodere nella loro indeterminatezza, come fossero sospese in uno spazio e in una temporalità incerte. Massimiliano Alioto costruisce invece una “supernatura” in cui artificio e natura si fondono in una visione al tempo stesso organica e inquieta, mentre Aldo Damioli riprende le grandi capitali del mondo, come New York, Pechino e Parigi, attraverso la lente nitida e luminosa di un neovedutismo settecentesco rivisitato, quasi un esempio da manuale di pittura postmoderna che base le sue coordinate sulla citazione, sulla ripresa e sull’ironizzazione dei canoni tradizionali.

Bernardo Siciliano Senza titolo

Enrico Lombardi evoca invece campagne arcaiche, che risentono molto dello studio dei pittori italiani gotici e primitivi, dal taglio metafisico, mentre Luca Pignatelli lavora su una modernità stratificata e frammentaria, in bilico tra classicità e retggio dell’avanguardia, e Bernardo Siciliano propone una New York malinconica e vertiginosa, sempre vista dall’alto o dal basso. Andrea Zucchi infine inserisce, nei suoi quadri e nei suoi disegni a biro, elementi di esotismo e citazione, proponendo insioliti accostamenti tra edifiuci moderni e figure archetipe. Paolo Cassarà — unico scultore in mostra — sposta invece lo sguardo verso l’interiorità, con figure femminili irrequiete e nevrotiche, che attraversano lo spazio come presenze psichiche inquiete.

Velasco Vitali Ponte 2006 olio su tela cm 100X120

Nel loro insieme, le opere esposte offrono un controcampo necessario al paesaggio smaterializzato dell’oggi: un diario di viaggio soggettivo, affettivo, stratificato, che riporta lo sguardo là dove sembrava ormai perduto.

Enrico Lombardi Tre case inattuali 2012 cm 90×70 acrilico su tela

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