Trump 2025 e cultura USA: tagli ai musei, stop ai progetti DEI e nuove regole per l’arte

Negli Stati Uniti si sta consumando una frattura silenziosa ma profonda: quella tra il potere politico e il sistema culturale. In un Paese che ha storicamente fatto della libertà artistica uno dei pilastri della propria identità anche in campo internazionale, la progressiva contrazione degli spazi di autonomia per musei, artisti e istituzioni solleva interrogativi che vanno ben oltre il settore culturale. Dall’inizio del 2025, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il comparto artistico statunitense si è trovato ad affrontare un cambio di paradigma netto. Riduzione dei finanziamenti federali, revisione dei criteri di accesso ai grant pubblici, smantellamento delle politiche DEI (diversity, equity and inclusion): interventi che, letti singolarmente, potrebbero apparire come scelte amministrative di una compagine governativa fortemente connotata su questi temi. Nel loro insieme, delineano però inevitabilmente un nuovo clima culturale, in cui l’autonomia critica delle istituzioni viene percepita come un elemento da ridimensionare.

Musei sotto pressione

I numeri confermano la portata del fenomeno. Secondo un’indagine dell’American Alliance of Museums, oltre un terzo dei musei statunitensi ha subito la cancellazione di grant o contratti governativi nel corso dell’ultimo anno. Più della metà registra un calo di visitatori rispetto ai livelli del 2019. La ripresa post-pandemica, che sembrava consolidarsi nel biennio precedente, mostra segnali di regressione: bilanci più fragili, programmazioni ridimensionate, crescente dipendenza da finanziamenti privati.

Credo che i tagli alla cultura rappresentino un tentativo di condizionarla. Quando si decide di tagliare le risorse, si parte dal presupposto che quel settore non sia strategico per affermare le proprie esigenze di controllo. È un fatto grave, soprattutto nei Paesi più liberi e democratici, dove la cultura dovrebbe rappresentare un faro, un punto di riferimento rispetto al quale le istituzioni dovrebbero favorire diffusione e crescita”, spiega ad Artuu Marcello D’Aponte, professore di Diritto del Lavoro presso l’Università Federico II, avvocato e presidente del CdA del Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.

Il nodo non riguarda però meramente gli aspetti economici quanto quelli simbolici e narrativi, come colto dal Brookings Institute che, in un appello pubblicato sul proprio sito web lo scorso anno, mette l’accento sul “controllo sempre più stretto sulle libertà e sui contenuti artistici” che, secondo l’ente di ricerca, è un elemento comune “nei regimi autocratici e negli aspiranti leader autoritari , dato che l’arte e la cultura spesso consentono l’opposizione attraverso commenti politici”.

Le politiche anti-DEI hanno inciso direttamente sui contenuti. Allo Smithsonian Institution sono stati ridotti o riformulati percorsi dedicati alla storia afroamericana; al Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive è stato interrotto un progetto di conservazione sulle quilts afroamericane. Anche la partecipazione statunitense alla Biennale di Venezia è stata oggetto di nuove linee guida: le proposte per il padiglione americano non possono promuovere messaggi legati alla diversità o contenuti ritenuti “politici”.

A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento che tocca la dimensione internazionale del sistema artistico. L’amministrazione Trump sta valutando l’estensione dei requisiti di divulgazione dei dati per i viaggiatori provenienti da 42 Paesi aderenti al Visa Waiver Program, includendo informazioni sui social media e dati biometrici. Una misura che, pur inserita nel perimetro della sicurezza, rischia di incidere sulla mobilità di artisti, curatori, collezionisti e operatori culturali. Il tema non è marginale: i viaggi internazionali restano centrali per l’arte statunitense, che nel 2024 ha rappresentato circa il 42% delle vendite del mercato artistico mondiale. La forza globale del sistema americano — tra fiere, gallerie, aste e musei — si fonda anche sulla circolazione fluida di persone e idee. Un irrigidimento dei meccanismi di ingresso potrebbe avere effetti indiretti su scambi culturali, residenze artistiche, collaborazioni accademiche e investimenti.

Non solo tagli: il rischio di una narrazione divisiva

Quando persino la rappresentanza culturale ufficiale di un Paese in un contesto internazionale diventa oggetto di vigilanza ideologica, il segnale è chiaro e, nel caso degli Stati Uniti, apre uno scenario inedito. La storia del Novecento ha mostrato più volte come il primo passo verso l’erosione delle libertà non sia necessariamente la censura plateale. Talvolta è sufficiente intervenire sui meccanismi di legittimazione: condizionare i finanziamenti, ridefinire le priorità, delegittimare la produzione culturale autonoma. “È un segnale pericoloso – continua D’Aponte – e da non sottovalutare di degenerazione del processo democratico. Dove esistono stampa libera, cultura diffusa, libertà di esercizio delle arti e del pensiero nelle sue forme più ampie, lì esiste una democrazia solida. Il tentativo di condizionamento può avvenire in maniera diretta o indiretta, anche attraverso la riduzione dei finanziamenti. Non ritenere il settore culturale strategico per il funzionamento di una società denota una pericolosa caduta verso una riduzione delle garanzie democratiche”.

In questo clima, le parole pronunciate da Guillermo del Toro al Palm Springs International Film Festival hanno risuonato come un monito: quando l’arte viene dichiarata superflua o sostituibile, si apre uno spazio pericoloso. Il regista ha evocato il rischio di una progressiva svalutazione dell’espressione umana, soprattutto in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale viene proposta non come strumento, ma come alternativa alla creatività individuale. E in effetti, l’altro aspetto su cui riflettere è proprio quello della narrazione e dei contenuti, non meno importante di quello finanziario. L’uso sistematico di contenuti generati dall’AI nella comunicazione politica – meme, immagini provocatorie, estetiche volutamente kitsch – è una strategia di saturazione dello spazio visivo. Se l’immaginario collettivo può essere modellato industrialmente da algoritmi al servizio di un’agenda, l’arte come pratica critica rischia di essere marginalizzata o percepita come antagonista. Un elemento superfluo, fuori dal mondo, che ha perso il contatto con quella realtà che pure dovrebbe aiutarci a comprendere. Senza arrivare a rievocare la Repubblica di Weimar, ogni fase di compressione culturale ha storicamente generato controspinte creative: la New York in crisi degli anni Settanta, tra bancarotta e degrado urbano, vide nascere hip-hop, graffiti writing e no wave. La Russia post-sovietica generò forme di dissenso performativo come quelle di Pussy Riot, solo per citare due esempi.

Tuttavia, l’underground non può sostituire il ruolo sistemico delle istituzioni. Musei, archivi, centri di ricerca e spazi educativi non sono semplici contenitori espositivi: custodiscono memorie collettive, garantiscono accesso pubblico alla cultura, offrono strumenti critici alle generazioni future. Quando queste strutture vengono indebolite, le conseguenze non ricadono soltanto sugli artisti, ma sulle comunità più vulnerabili, che difficilmente possono compensare la perdita con alternative private. “Gli investimenti pubblici nell’arte e nella cultura – prosegue D’Aponte – hanno un valore storico e sociale fondamentale. Servono a garantire pluralismo, educazione, memoria collettiva. Se queste risorse vengono drasticamente ridotte o condizionate da obiettivi politici, il rischio è quello di impoverire la società nel suo complesso, riducendo gli spazi di confronto e di crescita critica”.

La questione, dunque, non è se l’arte americana saprà sopravvivere – probabilmente lo farà, come sempre accaduto – ma in quale forma e a quale costo sociale. Se diventerà un privilegio per pochi o resterà un bene condiviso. E soprattutto, quale idea di democrazia emergerà da questo passaggio storico: una democrazia che considera la cultura un orpello ideologico, o una che riconosce nell’arte uno spazio indispensabile di memoria, conflitto e immaginazione critica.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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