Turismo dell’assenza: perché silenzio, luoghi remoti e slow travel stanno ridefinendo il viaggio contemporaneo

Le immagini dei luoghi più visitati del mondo tendono ad assomigliarsi sempre di più. Code davanti ai monumenti, piazze trasformate in set fotografici permanenti, punti panoramici occupati da file ordinate di persone in attesa del proprio turno per uno scatto.

L’esperienza del viaggio sembra essersi progressivamente sovrapposta alla sua rappresentazione. Ci si sposta per vedere un luogo, ma anche per documentarne la visita, inserirla all’interno di una narrazione personale, produrre immagini da condividere.

Parallelamente, sta emergendo una tendenza che procede nella direzione opposta. Sempre più viaggiatori scelgono luoghi remoti, paesi quasi disabitati, sentieri poco frequentati, paesaggi dove il silenzio conta più delle attrazioni. Una pratica che alcuni osservatori hanno iniziato a definire “turismo dell’assenza”, espressione che racchiude fenomeni diversi ma collegati tra loro: il silent travel, lo slow travel, la ricerca di destinazioni lontane dai circuiti turistici tradizionali e il desiderio di sottrarsi, almeno temporaneamente, all’eccesso di stimoli che caratterizza la vita contemporanea.

Woman seated on a train by a large window, writing in a notebook with a mug and a book on the table as a green countryside and village with a church spire rolls by outside the window.

L’aspetto interessante del fenomeno riguarda il modo in cui ridefinisce il concetto stesso di destinazione. Per gran parte della storia del turismo moderno, il valore di un luogo è stato associato a ciò che poteva offrire: monumenti, eventi, servizi, esperienze. Oggi cresce l’interesse verso territori che sembrano possedere una qualità opposta. Luoghi che non richiedono attenzione continua, che non impongono programmi serrati, che non chiedono di essere consumati rapidamente.

Le pratiche dello slow travel, nate come critica alla velocità e alla standardizzazione dell’esperienza turistica, hanno preparato il terreno per questa trasformazione. Soggiorni più lunghi, minori spostamenti, attenzione ai ritmi locali e ai dettagli della quotidianità hanno progressivamente sostituito l’idea del viaggio come accumulo di tappe. Il turismo dell’assenza spinge ulteriormente questa logica, arrivando a valorizzare ciò che manca: il rumore, la folla, l’intrattenimento permanente.

La crescita del silent travel conferma questa direzione. Diverse ricerche sul settore turistico mostrano come il silenzio stia diventando una risorsa sempre più richiesta; alcune strutture ricettive promuovono soggiorni privi di stimoli digitali, mentre aree naturali e parchi iniziano a valorizzare il paesaggio sonoro come patrimonio da preservare. In un contesto caratterizzato da notifiche, traffico, musica diffusa e connessione costante, il silenzio acquisisce un valore che supera la semplice dimensione del benessere.

Woman walking along a stone harbor quay at sunset, carrying a woven bag with boats and a coastal village in the background.

Ciò che rende significativo questo cambiamento è il suo rapporto con la cultura contemporanea. Negli ultimi anni il tempo libero ha finito per assorbire molte delle logiche che regolano il lavoro. Le vacanze vengono organizzate come progetti da ottimizzare, le città si attraversano seguendo liste di luoghi da visitare, le esperienze vengono valutate in termini di rendimento emotivo e fotografico. Persino il riposo rischia di trasformarsi in una prestazione.

Il turismo dell’assenza intercetta una crescente stanchezza verso questa impostazione. I luoghi che attraggono chi pratica questo tipo di viaggio non promettono trasformazioni straordinarie. Non garantiscono esperienze irripetibili. Non offrono un racconto immediatamente spendibile sui social network. Spesso si tratta di paesaggi apparentemente ordinari: una valle isolata, un borgo montano, una costa poco frequentata, un sentiero che attraversa territori marginali.

La loro attrattiva risiede proprio nella mancanza di elementi spettacolari.

Una simile sensibilità possiede anche una dimensione estetica. Per oltre un secolo il turismo ha contribuito a costruire un immaginario fondato sulla visibilità in cui le guide selezionavano cosa vedere, la fotografia indicava quali immagini produrre, i social media hanno ulteriormente amplificato questa dinamica. Alcuni luoghi sono diventati celebri perché esistevano già come immagini prima ancora di essere visitati.

I territori associati al turismo dell’assenza sfuggono a questa logica. Non possiedono una singola inquadratura iconica. Non coincidono con un monumento o con un punto preciso. Il loro valore emerge attraverso l’esperienza diretta, l’attenzione ai dettagli, la percezione delle variazioni del paesaggio e delle condizioni atmosferiche.

Da questo punto di vista il fenomeno dialoga con molte ricerche artistiche contemporanee che hanno lavorato sul vuoto, sulla sottrazione e sull’invisibile. Dalle riflessioni sul silenzio di John Cage fino alle pratiche che mettono in discussione la centralità dell’evento e dello spettacolo, una parte significativa della cultura contemporanea ha mostrato interesse per ciò che sfugge all’immediata visibilità.

Anche il turismo sembra attraversare una trasformazione simile. La diffusione dell’overtourism ha reso evidenti i limiti del modello fondato sulla concentrazione delle presenze in poche destinazioni iconiche. Venezia, Barcellona, Amsterdam e molte altre città europee affrontano da anni le conseguenze di un’affluenza sempre più difficile da sostenere. In questo scenario cresce l’attenzione verso aree periferiche, territori rurali e luoghi esclusi dalle principali rotte internazionali.

Ridurre il fenomeno a una semplice moda sarebbe però limitante. Il turismo dell’assenza racconta qualcosa che va oltre il settore dei viaggi, rivelando una trasformazione nel modo in cui viene percepito il valore dell’esperienza.

Il vero lusso contemporaneo coincide con la disponibilità di tempo non programmato, con la possibilità di attraversare un paesaggio senza un obiettivo preciso, con l’esperienza di una giornata che non produce contenuti, risultati o ricordi immediatamente monetizzabili.

I luoghi dell’assenza esercitano il loro fascino proprio perché interrompono, almeno per qualche giorno, il ritmo dominante della contemporaneità. Offrono una pausa all’interno di un sistema che tende a trasformare ogni esperienza in consumo e ogni momento in una prestazione. Il loro successo nasce da qui: dalla crescente consapevolezza che il vuoto, il silenzio e l’attesa non rappresentano una mancanza da colmare, ma una condizione sempre più difficile – e necessaria – da trovare.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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