È uscito lo scorso 2 febbraio il primo trailer completo de “Il Diavolo veste prada 2” e in 24 ore, con 222 milioni di visualizzazioni, è divenuto il più visto di sempre nella storia della 20thCentury Studio. In molti lo aspettavano dopo l’ammiccante teaser di novembre: sono questi i numeri con cui il sequel del film di David Frankley si appresta a comparire nelle sale il prossimo primo maggio. Nel trailer ritroviamo gli insostituibili quattro personaggi che hanno fatto la storia di un’opera cinematografica divenuta cult: la protagonista Andrea e le tre colonne portanti del “sistema” Runaway, Emily, Nigel e la leggendaria Miranda Priestley, in un cast che sfrutta il potere della memoria e resta invariato.
Eppure questa anteprima di un minuto e trentanove ha fatto storcere il naso a molti: siamo stati invasi da scene patinate, motoscafi ed elicotteri, vedute mozzafiato della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Battute taglienti ma senza spessore che non hanno un fondamento se non la loro unica e sola contestualizzazione tra i riferimenti della “parte 1”. Certo, è un sequel: ma in che modo ciò impedisce di fornire una preview della sua reale e originale struttura narrativa – ammesso che ce ne sia una?
Già nella breve clip del 12 novembre 2025, Miranda Priestly si portava la mano in vita contorcendosi in una posa goffa e innaturale, per un risultato che non brillava certo per eleganza. D’un tratto insicura ed estremamente lontana dal personaggio iconico che abbiamo conosciuto, tale sensazione è stata poi confermata qualche giorno fa: la direttrice brillante e spietata di una delle più importanti riviste di moda al mondo si è trasformata nella caricatura di se stessa. L’esasperazione dei suoi tratti caratteriali più peculiari l’hanno resa un personaggio da cui lasciarsi intrattenere, piuttosto che lasciarsi ispirare – in positivo o negativo.
E la parola a cui dobbiamo fare riferimento è proprio questa, intrattenimento. Sembra che “Il Diavolo veste Prada 2” abbia puntato ad un effetto glossy-glamour alla Emily in Paris: un diversificato gruppo di persone molto ben vestite che vive una irrealistica fiaba fancy da bava alla bocca. Con uno stipendio da social media manager, la Emily Cooper vive nel suo appartamentino al centro di Parigi – che guarda caso affaccia su Place de l’Estrapade. Indossa tacchi vertiginosi e abiti firmati, ed è ben presto divenuta l’incubo di chi lavora – davvero – nel marketing (ma questo è già stato detto). D’altronde, anche Sex and the City è passata dall’essere una meravigliosa serie d’avanguardia ed educativa sulla libertà sessuale, a film e revival di dubbio gusto, tra gossip e tanto, troppo lusso trash il cui unico fine sembra essere quello di voler suggerire la parola “invidia”.
Peccato però, perché quel primo, vecchio, buondiavolo che vestiva Prada, era stato veramente bello, profondo: non la solita commediola sulla moda. Era nato in un’epoca in cui i millennials cominciavano a farsi largo nel mondo del lavoro e, spinti dalla propria (o suggerita) ambizione verso la più brillante delle carriere, ipotizzavamo che pressione e stress fossero indici del “lavoro ben fatto”. Piccoli germogli sedimentavano mentre Andy Sachs gettava il cellulare aziendale nella fontana a Place de la Concorde. Era il preludio di un’analisi su chi saremmo voluti diventare, cosa ci avrebbe reso veramente felici e quanto saremmo stati disposti a sacrificare – fino a perdere noi stessi – per lavoro. Erano i primi input della questione work-life balance.
E funzionava nel 2006, quando si inseguivano sogni e grattacieli. Vent’anni dopo, però, parliamo di burnout, ambienti tossici e salute mentale: riproporre il ricordo di quello schema potrebbe non bastare più, anche se condito con un pizzico di ironia, quel “prendiamoci meno sul serio” che setta le giuste priorità ma snatura un gioco di ruoli che diviene semplicemente grottesco.
“Il Diavolo veste Prada 2”, dunque, rischia di non essere abbastanza contemporaneo, anche e soprattutto verso se stesso. L’incognita del successo di un contenuto d’avanguardia esclude automaticamente la possibilità di azzardare, prediligendo un effetto nostalgia che non necessita di pensiero critico: si lascia andare al piattume di un prodotto che ha funzionato e di nuovo funzionerà. Una comfort zone per un comfort movie da guardare e riguardare in giornate concitate in cui non ci sarà spazio per molto altro.


