Il 2 settembre, alla cerimonia di apertura dell’83. Mostra del Cinema di Venezia, è stato presentato Ink di Danny Boyle, film che racconta l’ascesa del quotidiano The Sun dopo l’acquisto da parte del magnate australiano Rupert Murdoch. Ambientata nel 1969, la vicenda segue la trasformazione di un giornale in difficoltà in un tabloid capace di imporsi sul mercato grazie a una combinazione di scandalo, aggressività e intuizione editoriale. È una storia fatta di ombre, compromessi, ricatti morali e un’ossessione crescente per la fama.
Nel corso del lungometraggio la morale viene mostrata come sempre più labile, discutibile portando inevitabilmente a una riflessione su cosa si sia davvero disposti a fare per il successo. Ink parla di vendite, titoli e racconti costruiti per conquistare il pubblico; parla di chi osa di più, di chi sposta continuamente il limite e di chi accetta di oltrepassarlo. Questa ambiguità morale viene distribuita e personificata nelle diverse figure del racconto: il magnate Rupert Murdoch, il direttore Larry Lamb e i collaboratori della redazione. Si tratta di un’etica che si sfuma nello svolgimento della trama, che ribalta le posizioni e che rende sempre più palese una considerazione su cosa faccia notizia e quanto sia corretto raccontarla. Il film non lascia alcuno spazio al moralismo, non fornisce risposte e non si pone nella posizione di giudicare, al contrario, lascia uno spazio per analizzare il presente. Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, in un sistema mediatico profondamente cambiato, che cosa fa notizia?

Cosa vogliamo leggere?
Non sembra casuale il tempismo della ricerca proposta da Danny Boyle né quello dell’adattamento cinematografico della pièce teatrale scritta da James Graham. Lo scandalo ha sempre attratto il pubblico e il Sun rappresenta uno degli esempi più evidenti di una testata più famigerata che famosa. Larry Lamb, prima nella redazione del Daily Mail, poi direttore del Sun è mosso dal desiderio di rivalsa, da un bisogno quasi accecante di dimostrare – a sé più che agli altri – e un solo obiettivo: essere, almeno per un solo giorno, il giornale più venduto.
Lamb immagina una forma di giornalismo capace di dare ai lettori ciò che desiderano. Il tabloid così si avvicina alla televisione: cambia il linguaggio, accelerano i ritmi, si abbassano i toni e l’interesse primario è orientare l’attenzione del pubblico. Nel film siamo nel 1969, pochi anni dopo la pubblicazione di Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan e nel pieno della diffusione di nuove forme di comunicazione di massa, un momento in cui diventa inevitabile interrogarsi su che cosa significhi comunicare. Ma ancor più, cosa il pubblico voglia vedere, leggere e ascoltare.
Ecco allora come Ink racconta di un’avidità di successo ma anche di scelte limite che non sono solo quelle di responsabilità di chi comunica ma anche di chi quella comunicazione la riceve – e la vuole ricevere. Il giornalismo scandalistico gioca al rialzo, un rilancio continuo che è palpabile nel film e che porta lo spettatore a chiedersi per 116 minuti cosa succederà dopo, quanto lontano ci si potrà spingere, chi stia sbagliando (sempre che qualcuno stia davvero sbagliando).
Per questa e tante altre ragioni, lo spettatore è Larry Lamb, ma anche Rupert Murdoch. Il vero soggetto di Ink non è solo il Sun, né il giornalismo e nemmeno la comunicazione ma siamo noi. Chiunque è contemporaneamente pubblico e spettatore, chiunque vede ed è visto, chiunque è parte di una storia e, in qualche modo, più o meno sensazionalistico, sceglie di raccontarla. Il film ci mette davanti a un dubbio che riguarda anche il presente. Non si tratta soltanto di chiedersi che cosa faccia notizia, ma che cosa desideriamo leggere.

Lo scandalo, la violenza e la disumanizzazione
Nel 1969 il Sun viene rilanciato grazie alla ricerca morbosa dello scandalo ma soprattutto – parafrasando dal film – dalla volontà di essere una finestra e non uno specchio. Leggere le notizie significa guardare oltre ciò che noi stessi potremmo essere, un altro da sé che mostri fin dove l’essere umano possa arrivare. Un principio di morbosità che, proprio come in Ink, sposta il limite sempre un po’ più in là, rendendo ordinario ciò che, fino a poco prima, sarebbe sembrato inaccettabile. Oggi appare tutto un po’ più veloce e un po’ più in là, con titoli scritti sempre peggio, sempre più clickbait, sempre più distratti con articoli sempre più sbagliati, mal raccontati e sensazionalistici al punto da essere disumanizzati e privi di empatia.
È allora necessario riflettere su dove stia la differenza tra critica, giornalismo e cronaca. Non credo dipenda soltanto dal supporto o dal tono, ma anche dalla cura della ricerca e dalla scelta delle parole. Sempre più spesso la precisione terminologica viene sacrificata alla necessità di attirare attenzione. Tutto fa notizia se scritto bene ma fanno ancor più notizia lo scandalo, la violenza, l’eccesso e il limite, per lo stesso principio che spinge a guardare l’incidente dall’altra parte della strada per poi ritrarsi. Georges Bataille definiva la visione della sofferenza come una forma di trasfigurazione, ma nell’eccesso sempre più fuori controllo del giornalismo – e delle notizie in senso lato – di oggi viene meno quel senso di sacrificio e glorificazione lasciando spazio a un’indifferenza, tanto in chi racconta quanto in chi legge.
“Come tutti sanno, il livello di violenza e sadismo accettabili nella cultura di massa è in continua crescita: film, televisione, fumetti, videogiochi. Immagini che quarant’anni fa avrebbero fatto rabbrividire e inorridire il pubblico oggi vengono guardate senza batter ciglio da ogni adolescente che affolla i multisala”.
Così scriveva Susan Sontag in Davanti al Dolore degli altri. Era il 2003 e parlava di fotografie ma oggi quanto è colma la misura del sadismo? Quanto è giusto dare al pubblico ciò che vuole, soprattutto davanti a un cannibalismo sempre più sfrenato di immagini e storie altrui?
Un plauso, in questo deficit giornalistico e sociale, va allora a Danny Boyle che sceglie di raccontare questa storia, di innescare questa riflessione, di mostrare il bombardamento di notizie e di portare al cinema i problemi reali di una comunicazione sempre più vicina a una forma di propaganda nella quale le parole assumono sempre meno peso. E se la storia può insegnare, disumanizzazione, perdita di senso e propaganda non portano mai a un buon finale.




