Quando nel 1981 Maria Lai decise di legare con un nastro azzurro case e persone del suo paese natale, Ulassai, non realizzò un’opera “da vedere”: costruì un rito collettivo. La montagna divenne simbolo, le case nodi di una relazione, gli abitanti parte integrante di una trama che ancora oggi raccontiamo come una delle più alte e poetiche azioni dell’arte italiana contemporanea. L’arte, in quel caso, non si limitava a rappresentare: accadeva. Trasformava il paese, rimetteva in circolo le sue memorie e le riconsegnava agli stessi abitanti, con un gesto insieme semplice e irripetibile.
Quella linea, in Italia, è stata rarefatta ma mai interrotta: un’arte che preferisce la dimensione processuale a quella dell’oggetto, che fa delle comunità il suo vero medium e che non ha paura di misurarsi con i riti, i miti, le memorie ancora vive nei territori. È in questa genealogia che si iscrive oggi Maria Giovanna Abbate (Caserta, 1991), giovane artista che ha fatto del rapporto con i luoghi e con le persone la materia stessa della sua pratica. La sua nuova performance, Tutto per esistere deve essere cantato, che si terrà domenica 5 ottobre al Borgo Casamale di Somma Vesuviana (partenza ore 20 dalla Pu-tèca di via Nuova 1), è il culmine di una lunga residenza tra aprile e luglio 2025. Mesi vissuti dentro il borgo vesuviano, non da osservatrice distaccata ma da presenza quotidiana, partecipando ai suoi riti – dalla Festa della Montagna al Sabato dei fuochi – e ascoltando i cunti, i canti, la musica popolare che ancora circola nei vicoli come un sangue sotterraneo.

In questo viaggio, Abbate ha incontrato figure che da sole raccontano un mondo. Una di queste è Raffaella Nocerino, detta Rafilina, custode di una tradizione antica: quella della lavorazione del baccalà. Nei suoi gesti ripetuti, nel ritmo delle mani che tagliano, battono, conservano, l’artista ha riconosciuto una memoria incarnata, un sapere che appartiene tanto al corpo quanto alla parola. Un’altra è la famiglia Fortunio, che con la loro azienda Fish’s King ha saputo trasformare un alimento povero in un prodotto che viaggia oggi in tutta Italia, fino a vincere premi per il loro e-commerce. Dal banco della bottega di quartiere al digitale, i Fortunio hanno continuato a far vivere il legame con il merluzzo e con il mare, in una linea che tiene insieme tradizione e contemporaneità.
E poi c’è Antonio Esposito, meglio conosciuto come Tonino ’o Stocco. Nel suo laboratorio di Mariglianella, tra legni del Vesuvio e pelli di capra essiccate, costruisce da quarant’anni tammorre, tricchebballacche, putipù – ovvero i tamburi a cornice delle tammurriate, i martelletti di legno che battono ritmo secco e ossessivo, e i curiosi tamburi a frizione che emettono un suono gutturale e vibrante. Strumenti poveri e arcaici, ma ancora oggi capaci di tenere insieme danze, feste e comunità. La sua è un’officina che sembra un museo, eppure è viva, attraversata dal suono metallico dei cimbali, dai nastrini rossi che svolazzano dai tamburi, dal sangue lasciato dai musicisti sulle pelli durante le tammurriate. Con lui, Abbate ha toccato con mano un artigianato che non è nostalgia, ma resistenza culturale: strumenti che nascono per continuare a suonare, per reggere le danze collettive, per dare corpo a una musica che è rito e competizione, energia e trance.

Da questi incontri, Abbate ha distillato un simbolo: il baccalà come corpo di morte e rinascita, e la sua traduzione in una serie di sculture-strumento rituali fuse in bronzo alla Fonderia Nolana a partire da lische di merluzzo. Non sculture da contemplare, ma estensioni del corpo, strumenti sonori da attivare, che verranno donati in custodia permanente al borgo e ai suoi custodi simbolici: l’ARS – Archivio Russo Somma, Rafilina e la Paranza Mamma Schiavona. Oggetti che restano nel territorio come segni tangibili, non reliquie ma presenze, non memoria morta ma memoria che genera altra memoria.
La performance di domenica è il momento in cui questa trama si ricompone. Con la guida musicale del compositore Andrea Laudante, che ha lavorato a un laboratorio di ascolto meditativo con la comunità alla Villa Augustea, e con le azioni delle performer Shushan Hyusnunts, Ladifatou Traore e Nare Davtyan, l’opera diventa rito collettivo: un respiro estremo, una bocca aperta che canta il sogno ancestrale di non essere dimenticati.

Il percorso stesso è una processione laica: dalla Pu-tèca al complesso absidale degli scavi della Villa Augustea, fino alla Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore, che guarda alla montagna, dove la video-performance completa il rito. E poi di nuovo giù, tra i vicoli del Casamale, nei luoghi in cui le sculture resteranno custodite, come una costellazione di segni a futura memoria. L’arte, qui, non è un lusso decorativo ma un atto di restituzione. Proprio come in Maria Lai, non conta tanto ciò che si vede quanto ciò che si intreccia: relazioni, memorie, voci che sopravvivono e si rinnovano. È questo il senso del titolo scelto da Abbate: perché davvero, in un tempo che dimentica in fretta, tutto per esistere deve prima di tutto essere cantato.



