TvBoy: “Il gesto più rivoluzionario oggi? Tornare ad amare. Per questo uso i baci come icona politica”

Ho conosciuto TvBoy nel 2005. A quel tempo, la street art era un fenomeno ancora marginale e marginalizzato, politici e amministratori consideravano il lavoro dei “graffitari” alla stregua di mero vandalismo, esistevano pochissimi studi e testi sul fenomeno, all’interno del quale quasi nessuno faceva ancora distinzioni tra il classico “writing” e l’allora nascente “street art”, più ironica e giocosa, dove al lettering si sostituivano le immagini, e dove assieme alla classica pittura spray si alternavano altri tipi di linguaggi, come la stencil art e la poster art. A Milano, in particolare, era attiva una scena, che si muoveva tra centri sociali e pratica illegale in strada, che vedeva – oltre a graffitari “storici” come Atomo Tinelli – giovani protagonisti come lo stesso Tv Boy, assieme a Pao, Ozmo, Bros e Ivan il poeta, che scriveva fantastici versi, con una calligrafia raffinata e decorativa, sui muri della città.

Un pomeriggio attirò la mia attenzione, attaccato in alto su un muro nel centro di Miano, un poster con un buffo personaggio, un bambino con al posto del volto un televisore, simbolico e ironico specchio di una società dello spettacolo sempre più invasiva e pervasiva (poco dopo sarebbero arrivati i social, e tutto sarebbe andato a rotta di collo verso una spettacolarizzazione crescente e spaventosa che si sarebbe impadronita di ogni anfratto della nostra vita). In quel buffo ragazzino col volto da televisore, firmato appunto TvBoy (dietro la maschera, avrei scoperto poi, si nascondeva un ragazzo di origine siciliana, Salvatore Benintende, sveglio e prontissimo a captare i segnali di un mondo in rapido cambiamento), vidi il fulcro in di una grande intuizione: quella appunto secondo la quale il mondo stava cambiando radicalmente, la comunicazione era al centro di questo cambiamento, mentre il sistema dell’arte non era più in grado di rappresentare i giovani talenti in crescita, e, per questo motivo, i nuovi artisti si prendevano gli spazi di visibilità là dove potevano trovarli: sui muri, su internet, e in seguito sui social. Era l’inizio di una vera e propria rivoluzione, che stava investendo l’arte come in generale il mondo della comunicazione, e che avrebbe stravolto relazioni sociali, idee, certezze, carriere consolidate, forme e linguaggi artistici. E TvBoy, assieme ad alcuni compagni di cordata di un’epoca che oggi sembra lontanissima, di quella rivoluzione era uno dei protagonisti.

TVBOY Fridas Selfie Pink Mixed Media on Canvas Unique Work cm 65×80 Courtesy Deodato Arte

Come scoprii il lavoro di TvBoy, me ne innamorai all’istante, e cercai subito di contattare Salvatore attraverso il suo sito internet; nel dicembre di quel lontano 2005, lo invitavo già a una prima mostra collettiva, che si intitolava “Miracolo a Milano”, a cui partecipavano molti artisti che all’epoca erano già molto affermati, come Tony Oursler, Mimmo Rotella, Matteo Basilé, Luigi Serafini, Nicola Verlato, Giovanni Frangi. In questa pattuglia eterogenea ma di grande livello, il giovane e brillante TvBoy ci stava ottimamente. Più avanti, lo avrei naturalmente inserito tra i protagonisti di quella che passerà alla storia come la prima grande mostra museale sulla street art italiana, Street Art Sweet Art, al Pac di Milano, da me curata e fortissimamente voluta dall’allora Assessore alla Cultura del Comune Vittorio Sgarbi. Da lì in poi, la storia è andata avanti in maniera vorticosa, e TvBoy si è piano piano conquistato il posto che oggi giustamente si merita, con i suoi nuovi lavori (nei quali non compare più, se non come citazione e “firma” dell’artista, il buffo bambino-televisore) in cui mette di volta in volta il dito nella piaga dell’attualità politica, sempre con un tocco suo, originalissimo, gentile, ottimista, giocoso, ma sempre schierato dalla parte della pace, della tolleranza, dell’inclusione e della giustizia sociale, anche di fronte ai più spaventosi orrori e alle più bieche politiche discriminatorie che negli ultimi anni stanno funestando il mondo.

In occasione della sua mostra “Omnia Vincit Amor” in corso fino al 14 giugno presso la Galleria Deodato Arte di Milano, abbiamo incontrato Salvatore Benintende in arte TvBoy e l’abbiamo intervistato.

l’artista Tv Boy (Salvatore Benintende) all’opera sui Navigli a Milano

Salvatore, la tua nuova mostra ruota attorno al tema dell’amore. Perché oggi, in un mondo frammentato, polarizzato e attraversato da guerre e massacri spaventosi, hai scelto proprio il bacio come gesto simbolico? Cosa significa per te, in questo momento storico, parlare d’amore?

Dopo essere stato in Ucraina (nel 2023, ndr), in mezzo a una guerra che è tutto tranne che astratta, ho capito che l’arte oggi ha una responsabilità: parlare di speranza. Il bacio, per me, è il gesto umano più universale, intimo e rivoluzionario che esista. È la risposta più potente alla violenza, un atto di connessione in un mondo sempre più disconnesso. È il simbolo di ciò che ci rende umani.

Da diversi anni, tu sei diventato noto in tutto il mondo per i tuoi baci “impossibili”, che mettono insieme personaggi diversi e a volte anche opposti. Cosa c’è dietro questa scelta di mettere in contatto corpi, idee, personaggi spesso incompatibili tra loro? Un’utopia, una provocazione, un messaggio di speranza per il futuro, o qualcosa di più articolato complesso?

Sono tutte queste cose insieme. Sono provocazioni, certo, ma anche sogni di riconciliazione. Io unisco leader politici, religiosi, personaggi della cultura pop — figure che nella realtà non si parlerebbero mai — per immaginare un’altra possibilità. È una forma di utopia visiva che cerca di scardinare l’odio attraverso l’ironia e il paradosso. Ma in fondo, è sempre un messaggio di speranza.

TVBOY Love is Blind Mixed Media on Canvas Unique Work cm 80×100 Courtesy Deodato Arte

In qualche occasione hai detto che il bacio è anche un omaggio a Oliviero Toscani, che scandalizzò il mondo con la sua foto storica di un prete e una suora che si baciavano. L’ispirazione è nata lì o in altro modo?

L’immagine del prete e della suora di Toscani mi colpì moltissimo da giovane. Quella foto non era solo provocazione, era poesia sociale. Mi ha insegnato che l’arte può entrare in cortocircuito con la morale, con la religione, con la società. Non è stata l’unica ispirazione, ma sicuramente è stata una scintilla importante. Toscani aveva coraggio. E quello, per un artista, è tutto.

Quanto sei influenzato nel tuo lavoro dalla cronaca e dalla politica, in pratica sei sempre attento a ciò che accade nel mondo per trasformarlo in opera in tempo reale? E ti senti sempre stimolato dalle notizie di attualità o a volte lo senti come un

La cronaca è il mio materiale grezzo. Non posso ignorare cosa accade nel mondo. Ma a volte, sì, è faticoso. C’è il rischio di sentirsi sempre “costretti” a reagire, a dire qualcosa. Però se l’arte non prende posizione, allora cos’è? Io cerco di trasformare ogni notizia in un’immagine che rimanga, anche quando i feed l’hanno già dimenticata.

La comunicazione è importantissima nel tuo lavoro, infatti le tue opere, come accade ormai a quasi tutti gli street artists, appena attaccati in strada vengono comunicati attraverso le tue pagine social e diventano virali. Oggi credi che questo sia inevitabile per un artista? Quale credi che sia oggi il confine tra arte e comunicazione?

Oggi tutto passa dai social, e questo può essere sia un megafono che una trappola. Per me l’opera nasce nella strada, nello spazio pubblico, ma vive e si moltiplica online. Il confine tra arte e comunicazione è sottile, ma se l’opera è sincera, quel confine non la indebolisce. Al contrario, la espande.

TVBOY A New Guernika Lightb lue Mixed Media on Canvas Unique Work cm 100×100 2024 Courtwsy Deodato Arte

In un mondo attraversato da guerre, crisi climatiche, repressioni e polarizzazioni – dall’America di Trump a Gaza, da Kiev a Teheran – che ruolo credi possa ancora avere l’arte? Può essere uno strumento di intervento civile, di presa di posizione attiva?

L’arte può essere una forma di intervento civile, sì. Può non cambiare il mondo, ma può cambiare lo sguardo con cui lo guardiamo. In tempi di guerre e polarizzazioni, l’arte che osa ancora parlare d’amore, di diritti, di memoria, è più necessaria che mai.

Un paio d’anni da sei stato anche in Ucraina, dove hai fatto diversi interventi sui muri di Kiev. Ci vuoi raccontare com’è stata quell’esperienza, e ne faresti delle altre simili in zone “calde” come quella?

In Ucraina ho visto il coraggio e la resistenza, ma anche la vulnerabilità umana. Ho dipinto sui muri di Kiev per dare voce a chi non ce l’ha, per portare un po’ di luce dove c’era buio. Sì, lo rifarei. In ogni luogo dove l’arte può essere un abbraccio, una denuncia, una speranza.

Credi che l’arte possa ancora “scandalizzare” o muovere le coscienze? O credi che il rischio che i media, i social e il sistema neutralizzino tutto ciò che un tempo appariva come “sovversivo” sia ormai un dato inevitabile?

Oggi tutto viene assorbito, metabolizzato, condiviso. Il sistema è veloce, furbo. Ma credo ancora che un’immagine ben piazzata, al momento giusto, possa scuotere coscienze. Forse non scandalizza come una volta, ma può ancora toccare nervi scoperti. E se non lo fa, non è arte.

TVBOY Amor Populi Mixed Media on Canvas Unique Work cm 80×100 Courtesy Deodato Arte

Molti tuoi lavori sono stati censurati, rimossi, oscurati. Ti senti ostacolato o questo fa parte del tuo linguaggio?

La censura fa parte del linguaggio dell’arte urbana. Se non dai fastidio a nessuno, forse non stai dicendo nulla. Ogni volta che un’opera viene rimossa, so che ha colpito nel segno. È una forma di dialogo duro, ma necessario.

Io ti ho conosciuto nel 2005, quando nelle strade di Milano comparivano dappertutto i volti del tuo personaggio-simbolo, il bambino con il volto-televisore. Come ricordi quei tempi? Ti senti in qualche modo ancora legato all’idea di arte “illegale”, e quanto conta per te ancora oggi la libertà di agire nello spazio pubblico?

Certo, erano anni crudi, autentici. L’adrenalina di dipingere un’opera di notte, l’energia collettiva. Oggi il mio lavoro è cambiato, ma quella libertà è ancora dentro di me. Lo spazio pubblico è la mia tela preferita, anche se oggi uso più strumenti per arrivarci.

TVBOY Love has no Boundaries in Madrid Mixed Media on Canvas Unique Work cm 80×100 Courtesy Deodato Arte

Per questo hai scelto di avere una partneship con Urban Vision Group, portando la mostra sui maxi impianti digitali a Milano? Pensi che un’operazione come questa possa essere un corrispettivo contemporaneo alla pratica classica della street art con cui hai iniziato?

Questa collaborazione con Urban Vision nasce dal desiderio di portare l’arte dove la gente vive, cammina, lavora, senza bisogno di entrare in un museo. In fondo, è lo stesso principio con cui ho iniziato: togliere l’arte dai luoghi chiusi e renderla pubblica, diretta, quotidiana. Oggi i maxi impianti digitali sono i nuovi muri delle città. Sono ovunque, parlano a tutti, e hanno un impatto visivo fortissimo. Usarli per mostrare arte anziché pubblicità è un piccolo gesto rivoluzionario, è un modo per ribaltare il linguaggio del sistema e restituirlo alla gente. Non è la stessa cosa che incollare un poster di notte, certo. Ma in un mondo che cambia, anche i linguaggi cambiano. Questa operazione per me non è un compromesso: è un’evoluzione. È un modo per portare la street art nel presente, senza perdere lo spirito con cui è nata.

Però oggi esponi anche nei musei, sei seguito e apprezzato da molti VIP… non hai paura di essere “normalizzato”?

È una tensione che sento, sì. Ma cerco di restare fedele al mio linguaggio. Il sistema può includerti, ma tu puoi continuare a parlare da dentro. Finché riesco a dire cose scomode anche in un contesto istituzionale, va bene così. Il rischio c’è, ma lo combatto restando vero.

TVBOY The Royal Kiss Mixed Media on Canvas Unique Work cm 80×100 Courtesy Deodato Arte

Cosa significa per te fare arte oggi? In un’epoca in cui la AI ntelligenza artificiale crea immagini, la realtà si frammenta nei feed, tutti creano immagini che postano compulsivamente sulla rete e la parola “messaggio” rischia spesso di diventare un puro slogan, quale credi debba essere la specificità dell’artista?

Significa scegliere di fermarsi, riflettere, creare qualcosa che non sia solo un’immagine da scrollare. L’artista oggi deve essere testimone, coscienza critica, non solo creatore di estetica. In mezzo a miliardi di immagini, solo quelle con un’anima resistono. È facile — da dietro un tavolino, davanti a un computer — generare immagini e seguire le notizie. Lo possono fare tutti. Più difficile è prendere un treno, andare in una città che non conosci, preparare qualcosa con le mani, dipingere un muro col rischio che venga cancellato, che non piaccia, o che svanisca il giorno dopo. Ma è proprio lì che l’arte diventa reale. In un’epoca digitale, fare qualcosa di fisico, fatto a mano, che respira e si consuma nel tempo, ha un valore ancora più grande. Perché è umano. Ed è irripetibile.

Un’ultima domanda. Quale credi possa essere il gesto più rivoluzionario che un artista può compiere oggi?

Amare. In un mondo che ci spinge all’odio, all’indifferenza, al cinismo, amare è il gesto più radicale. E trasformare quell’amore in arte è il nostro compito. È questo che cerco di fare, un bacio alla volta.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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