Dal 2 aprile al 6 luglio 2025 la GAM apre le sue porte a un artista che non ha mai avuto paura di guardarsi dentro. Terrone è il titolo della prima monografica milanese di Ugo Rondinone, e già da quella parola, piena, scura, difficile, si capisce che non sarà una mostra qualsiasi. È una dichiarazione. Un gesto. Una presa di posizione affettiva e politica. Caroline Corbetta la cura con precisione e sensibilità, costruendo un percorso che è tanto un viaggio estetico quanto una vertigine identitaria. Rondinone, svizzero di nascita, figlio di genitori italiani, residente a New York dagli anni Novanta, è uno di quegli artisti che non si fanno mai etichettare. Cambia forma, cambia tono, ma resta sempre lucido nel dire chi è. E in Terrone lo fa senza filtri, trasformando la sua biografia in un racconto collettivo.
La Galleria d’Arte Moderna diventa una macchina del tempo emotiva. Non c’è nostalgia, ma stratificazione. Non c’è retorica, ma struttura. La memoria è materia da scolpire, da impastare, da lasciar respirare. Le opere — sculture, installazioni, ambienti — si muovono tra la storia della sua famiglia, i paesaggi del Sud, la fatica del distacco e il desiderio di costruire un altrove. E al centro di tutto, come un faro, c’è il dialogo con Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Non è una citazione. È un confronto. Una marcia che diventa doppia: da un lato i braccianti, dall’altro i migranti. I volti cambiano, il senso resta. Camminare per esistere. Camminare per trovare un posto. Camminare per non sparire.
Rondinone è uno scultore dell’interiorità. Anche quando lavora con pietre monumentali nel deserto del Nevada — quelle Seven Magic Mountains diventate icona pop e spirituale — quello che cerca è sempre la soglia tra ciò che siamo e ciò che ricordiamo. E qui, alla GAM, quella soglia si fa fragile, intima, tattile. C’è la voce dei genitori, c’è la luce di Matera, c’è l’eco dei treni che portavano via. Ma c’è anche la Milano che accoglie, che ascolta, che restituisce. Non a caso è proprio in questa città che Rondinone decide di mostrare il suo volto più vulnerabile, più umano. Lontano dalle luci delle fiere, vicino alla terra.
Il titolo, Terrone, è una scelta che spacca. È il recupero affettivo di un insulto, è la trasformazione del trauma in materia poetica. Non è provocazione, è alchimia. Come se l’arte potesse davvero prendere ciò che fa male e farlo risuonare in qualcosa di universale. Rondinone, da sempre maestro nel giocare tra sacro e pop, qui scava in un altrove più profondo. I materiali si fanno poveri e pieni di significato: gesso, legno, piombo. Gli spazi si allargano, si contraggono, respirano. Ogni stanza è un passaggio, ogni opera una tappa.
E poi c’è quella sua estetica silenziosa, apparentemente minimale, che ti entra sotto pelle. Niente urla, solo eco. Rondinone non cerca l’effetto, cerca l’essenza. E questa mostra è un esercizio di onestà radicale. Non ci sono eroi, non ci sono miti. Solo la storia, la sua e quella di tanti. Di chi ha lasciato, di chi ha cercato, di chi non ha mai davvero trovato. Ma ha continuato a camminare.
Milano lo accoglie così, in punta di piedi, senza clamore. Perché Terrone non ha bisogno di effetti speciali. Ha bisogno di occhi aperti, orecchie tese, cuore acceso. Rondinone ha fatto un passo indietro per farci fare un passo avanti. E alla fine, uscendo dalla GAM, ti resta addosso quella parola, Terrone, che ora non è più solo un suono. È una storia. È un corpo. È un’identità che non chiede scusa, ma abbraccia.



