Siamo quasi a fine anno, e questo significa che è quasi tempo di Legge di Bilancio.
E come accade ormai da qualche anno, con maggiore insistenza dall’avvento dell’era PNRR, con la Legge di Bilancio si torna a parlare dell’esigenza di semplificare e accelerare le procedure per la realizzazione delle opere pubbliche e private (!). Il problema è senza dubbio annoso, nel caso italiano mi spingerei a dire cronico, ma come sempre il nostro Paese è esente dall’universale legge del rasoio di Ockham, e le cause e le motivazioni all’apparenza più evidenti non sono mai quelle reali. Ed ecco che magicamente rispunta l’emendamento alla Legge di Bilancio numero 108.0.11.
Questo numero – ovviamente – ai più non dice nulla; agli archeologi, invece, è tristemente noto, perché rappresenta un attacco formale e frontale all’archeologia preventiva. Citando Wikipedia, “l’archeologia preventiva è quell’attività di ricerca specializzata che si effettua con interventi, in aree sensibili, che comportano sondaggi diagnostici del terreno propedeutici ai progetti o ai lavori, scavi veri e propri, misure di salvaguardia, allo scopo di preservare e studiare elementi significativi del patrimonio archeologico minacciati da lavori in corso”. Riassumendo: l’archeologia preventiva è la risposta alla domanda “ma come fanno gli archeologi a sapere dove scavare?” e buona parte del motivo per cui il patrimonio culturale di questo Paese continua a dar lustro a quest’ultimo nel mondo (e non è che abbiamo più tante cose a darci lustro…).
Che cosa propone di modificare l’emendamento 108.0.11? Specificamente il comma 4 dell’articolo 28 del D.Lgs. 42/2004, più felicemente noto come Codice dei Beni Culturali, comma secondo cui “in caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, anche quando per esse non siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, c. 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente”.
Come propone di modificarlo? Riservando al soprintendente la possibilità di richiedere saggi di archeologia preventiva solo in quelle aree in cui siano già intervenute la verifica o la dichiarazione.
Dunque, appare evidente che il principale elemento di discrimine appare questa verifica di cui all’art. 12 e questa dichiarazione di cui all’art.13. Di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando della verifica e della dichiarazione di interesse culturale, che, in buona sostanza, sono quegli istituti che permettono di stabilire cosa è patrimonio culturale e cosa no, ed eventualmente vincolare tale patrimonio a un regime di tutela volto a salvaguardarne l’integrità e la conservazione. La verifica dell’interesse culturale (a cui, eventualmente, segue la dichiarazione di interesse culturale) è il fondamento giuridico della cosiddetta Verifica preventiva dell’interesse archeologico (VPIA), normata dall’art. 41 del Codice dei Contratti Pubblici (D. Lgs. 36/2023) e dall’art. 1 delle Linee Guida per la procedura di verifica dell’interesse archeologico, e definita – proprio da quest’ultimo articolo – come la valutazione dell’impatto della realizzazione di un’opera pubblica o di interesse pubblico rispetto alle esigenze di tutela del patrimonio archeologico, riorientandone eventualmente le scelte progettuali ed esecutive.
Detto in estrema sintesi, la VPIA consente di condurre indagini archeologiche nelle aree interessate da lavori, al fine di preservare il patrimonio culturale. Ma se finora tali indagini potevano essere prescritte anche in aree non espressamente tutelate quali beni culturali, con l’emendamento 108.0.11, queste potranno essere prescritte solo in aree già tutelate.
E poco importa se alla domanda “ma come faccio a capire se un’area che attualmente non è tutelata sia invece da tutelare?” nessuno riuscirà a dare risposta. Non si può mica rallentare il Paese! Ma visto che una domanda così banale comunque non basta a dare idea dell’idiozia della proposta, proverò ad approfondire un po’ la questione.
La VPIA e – in generale – le misure di tutela del patrimonio archeologico in Italia non sono il frutto di un capriccio del nostro Paese, ma sono lo strumento effettivo con cui l’Italia ha dato seguito alla ratifica della Convenzione europea per la protezione del patrimonio archeologico, firmata nel 1992 a La Valletta. Martellarla in modo così deciso significa innanzitutto venir meno a un impegno (anzi a un obbligo) preso con il Consiglio d’Europa e con tutti e 45 gli altri suoi membri. Ma, ultimamente, di quest’Europa importa sempre meno (a meno che non si tratti di dover riceverne fondi, cfr. PNRR), e quindi qualcuno potrebbe dire che tutto sommato in ogni relazione può starci una scappatella, siamo tutti deboli esseri umani.
Se vogliamo, però, spostare il focus sul territorio nazionale, questo emendamento rischia di mettere seriamente a repentaglio il patrimonio archeologico italiano. Nessuno può sapere con certezza che cosa c’è sotto i nostri piedi e non penso che 200 metri oltre il confine di un’area vincolata le probabilità di rinvenire qualcosa di culturalmente significativo si riducano drasticamente. Ci sono imprenditori e costruttori virtuosi, che fermano le loro attività qualora queste portino alla luce tracce del nostro passato (e mi piace sottolineare nostro, non solo mio o degli archeologi, ma di tutti…), ma ci sono anche imprenditori e costruttori un po’ meno virtuosi (oh non tutti possiamo avere gli stessi interessi!) che potrebbero decidere di continuare le loro attività, cancellando, con uno sbadato colpo di ruspa, quelle tracce di cui sopra. Tracce che, essendo di proprietà dello Stato, appartengono a tutti noi.
In tutta onestà, se le opere pubbliche o di interesse pubblico in Italia vanno a rilento non è di certo colpa degli archeologi e delle archeologhe. Mi viene, anzi, da dire che se tali opere vanno avanti è proprio grazie al lavoro infaticabile e attento di questa categoria di professionisti, che in Italia è costantemente bistrattata, ma che fa scuola e invidia in tutto il mondo.
Se le sorveglianze archeologiche diminuissero improvvisamente, immaginate quanti posti di lavoro andrebbero persi. E badate bene che perdere posti di lavoro non è un problema solamente del presente di chi è costretto a farci i conti, ma è un problema che ha riflessi anche nel futuro. Meno posti di lavoro significa meno attrattiva di una disciplina, meno giovani che scelgono di intraprendere un determinato percorso di studi o professionale, meno trasmissione di conoscenze e competenze e sempre meno persone coinvolte nella tutela del patrimonio culturale.
E vi assicuro che non è quest’ultimo il problema dell’Italia.
Lasciamo stare l’archeologia.






Mia figlia Eleonora Iacopini archeologa è rimasta basita anche perché facendo Atcheologia preventiva ha modo di trovare numerosi reperti anche in zone che nn sono a tutela archeologica.La nostra bella Italia che è e sarà invasa da persone alle quali nn credo interessino i nostri beni culturali, sarà ancora più penalizzata se questo emendamento dovesse essere approvato.FDI un partito che insieme alla Presidente del Consuglio sta facendo danni irreversibili al nostro paese