L’arte è ancora capace di sorprendere ? É capace di “scuotere dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”? Nel trionfo dell’effimero, della bulimia comunicativa, nel tempo in cui è la velocità a sostituire la profondità, nella dimensione di una bellezza difficile in cui spesso prevale la spettacolarizzazione per cui l’arte si veste di provocazioni e sensazionalismi, nel panorama in cui anche l’arte si affida alla intelligenza artificiale e dialoga con la realtà virtuale, è possibile incontrare un linguaggio che porta con sé il respiro del passato come risultato di una eterna conquista?
Ecco allora comparire sulla scena del contemporaneo Jacopo Scassellati: nipote e figlio d’arte, nato a Sassari nel 1989 la città dove vive e lavora, un giovane capace di farci comprendere che la storia dell’arte è la storia di profezie, come dirà Walter Benjamim, dell’arte che diviene ricognizione, simbolo nel nome di una tradizione figurativa rinascimentale che accoglie i tratti del mito e della storia, che restituisce il riverbero del sublime e incarna il valore della bellezza mentre registra e conserva qualcosa di sotteso e di misterioso, per una narrazione in cui ci si può immergere come si fa con le immagini della storia o con i versi di un poeta.

Scoperto da Vittorio Sgarbi quando Jacopo aveva 19 anni, la sua storia di artista attraverso un percorso espositivo di successo, che comprende anche la mostra alla Besharat Gallery di Atlanta (Georgia) nel 2015, oggi la mostra “Il miele degli abissi” al Castello dei Doria di Castelsardo, in provicina di Sassari, inaugurata il 1 maggio 2025. Una scenografica esposizione nella sala X dell’antico castello medievale accoglie 16 opere tra pittura e scultura per consegnare al visitatore scene e figure femminili che hanno l’ eleganza di un volto del Pollaiolo, sculture ceramiche che hanno i caratteri del classicismo e l’aura del presente. Quando il laboratorio ceramico è stato il teatro delle sue prime esperienze nel laboratorio del nonno in cui ha respirato il l’odore dei colori e plasmato le prime forme.
Tele che restituiscono immagini scaturite dalla memoria degli studi classici dell’artista, dallo spirito e la tradizione di uno sguardo al lavoro di maestri che Jacopo definisce irraggiungibili. Figure che, talora, paiono ricomposizioni pittoriche di frammenti archeologici così da conservare la bellezza, come solo l’arte può fare, consegnandola all’eternità seppure nel solco del divenire, del tempo che corrompe e trasfigura le cose tutte. E si resta affascinati dalla dimensione di una pittura caratterizzata dal colore d’ombra che incontra la luce con il compito di abbracciare e nutrire le figure, e il racconto è quello di un luogo dell’anima, di un viaggio negli abissi del profondo, del sé interiore, un passaggio nelle tenebre fra il buio e la luce.

Metafora di un cammino esistenziale, di una ricerca appassionata che si lega al passato riappropriandosi della libertà espressiva e concettuale del presente. Pensiero che si fa azione, azione che si fa pensiero.Arte del mistero come è un mistero la vita, come è un mistero la morte. Sono passati quasi dieci anni da quando ho incontrato Jacopo Scassellati, allora poco più che 25enne, e il suo lavoro fin da subito si è rivelato come l’espressione di eccezionale capacità tecnica, del talento alimentato da una profondità di pensiero capace di meravigliare e garantire che solo attraverso l’arte tutto quello che appare nel mondo fenomenico non è destinato a tramontare.
Se è vero che l’espressione dell’arte può essere considerata come isola del pensiero, luogo di esplorazione interiore dove l’anima può liberarsi dalle catene della quotidianità, dove l’immaginazione regna sovrana e il pensiero si fa materia forma, colore, è anche vero che l’esperienza dell’arte diviene linguaggio universale capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano.

Ed è proprio nella dimensione universale che il linguaggio di Scassellati stabilisce un rapporto tra territori diversi come punto di connessione con il circostante mentre obbedisce e appartiene al mondo dei visionari che fanno trapelare, come afferma Henry Focillon, ciò che vi è di più ardito e di più libero nella genialità creatrice. Una genialità concepita non come imitazione del reale e della natura, ma creazione di un mondo come ambito di senso. Quando un’opera d’arte è essa stessa un mondo e, per dirla con Heidegger, non è la semplice somma delle cose esistenti: “Là dove cadono le decisioni essenziali della nostra storia colte o lasciate perdere, lì si mondifica il mondo“. Allora è tempo di conoscere Jacopo Scassellati artista dal cuore antico che si esprime nel presente con il linguaggio di un’arte carica di significato per un incontro d’amore che dialoga con l’impossibile e con l’Assoluto.



Artista profondo in continua esplorazione con il mondo circostante. Un orgoglio poter ammirare le sue opere e apprezzare al contempo l’evoluzione senza però poter dimenticare le creazioni che precedono quelle di oggi.