Qual è il ruolo della cultura nei momenti di difficoltà globali? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dovrebbe fare? Fondazione Merz prova a interrogarsi sull’argomento con il secondo episodio di un progetto, PUSH THE LIMITS, la cultura si sveste e fa apparire la guerra, riprendendo, per questa occasione, un’affermazione di Mario Merz.
Nel primo capitolo del 2020, l’intento era quello di rivalutare il concetto di normalità, dopo il periodo post-pandemico. Oggi, nel contesto storico e geopolitico attuale, 20 artiste, provenienti da realtà anagrafiche e geografiche differenti, forzano il concetto di limite e disegnano un percorso che si snoda già a partire dall’esterno. La mostra, visitabile fino al 1° febbraio 2026 e curata da Claudia Gioia e Beatrice Merz, ospita un dialogo al femminile (ma non femminista) tra dinamiche di potere, conflitto, memoria, storia e identità.

Il campo delle scienze conferma l’importanza del linguaggio nella determinazione della realtà, ma modella anche il modo in cui pensiamo, così come l’uso o l’abuso delle parole ne influenzano la nostra percezione. Intorno alle dinamiche del linguaggio ruota la pratica di Nora Turato (Zagabria, Croazia, 1991), con la frase al neon che campeggia all’esterno della fondazione: Speaking my TRUTH!!!, (2024/2025), invitando a una riflessione sul concetto decisamente fuorviante di verità, tra fatti oggettivi e storici, manipolazioni e propaganda, omissioni e censure.
Zineb Sedira (Gennevilliers, Francia, 1963) scrive citazioni riprese dal cinema impegnato degli anni ’60-’70, nei light box colorati. Un’opera che è parte di un progetto più ampio, Dreams Have No Titles, presentato in occasione della Biennale di Venezia del 2022 per il padiglione francese, in cui l’artista rimette in discussione questioni politiche, sociali e identitarie. Tematiche condivise con l’artista Helina Metaferia (Washington, USA, 1983) che porta due lavori diversi realizzati con la tecnica del collage. Nel primo, utilizza materiali d’archivio in cui racconta le lotte di emancipazione delle comunità appartenenti a etnie diverse. Nel secondo, i manifesti appesi: “Practice Freedom”, “Do the work”, “My body my choice”, “There is unity in community”, sono l’esito di un progetto collaborativo con il pubblico, in cui chiede di scrivere la propria “rivoluzione quotidiana”.

La mostra esplora, in una visione macroscopica, aspetti e dinamiche di potere, quello delle parole e quello delle immagini. Nel mappamondo al neon che brucia di Mona Hatoum (palestinese nata a Beirut, Libano, 1952), non c’è nessuna dissimulazione o mascheramento, solo una palla di fuoco che incombe sullo spettatore, come rappresentazione dei conflitti e del riscaldamento del pianeta. Il trittico di Dominique Gonzalez-Foerster (Strasburgo, Francia, 1965) mostra una dimensione apocalittica tra UFO, architetture, murales, rovine e personaggi che sorreggono un cartello inequivocabile: “STOP THE WAR NOW”. Se l’artista ha abituato il pubblico a una stratificazione di storie, tra citazionismo storico, artistico e politico, nel film di Janis Rafa (Atene, Grecia, 1984) i rapporti di potere sono quelli degli animali chiusi all’interno di un rifugio antiatomico della Seconda guerra mondiale.
Nonostante l’assenza degli umani, si percepisce la relazione tra le specie, così come il richiamo alla performance di Joseph Beuys del 1974, Il Coyote, in cui l’artista rimase chiuso otto ore in una stanza con l’animale selvatico, attuando un processo di domesticazione. L’immaginario visivo futuristico è anche quello di Cécile B. Evans (Cleveland, USA, 1983) che interviene sulle dieci immagini più viste dal 1925 a oggi, e che recupera il passato riprendendo l’opera mai messa in scena Spurt of Blood di Antonin Artaud.

L’opera di Latifa Echakhch (El Khnansa, Marocco, 1974), nella leggerezza della sua rappresentazione, si manifesta tra dolore e speranza, tra memoria e trasformazione. L’installazione monumentale, realizzata con fili di nylon, si conclude con sfere di vetro blu che simboleggiano il movimento e la fragilità dell’acqua e delle lacrime. Medesima levità anche nelle sculture sospese di Monica Bonvicini (Venezia, Italia, 1965), parte della serie Chianswings, che si muovono nel terreno dell’ambiguo, tra origine e funzione, controllo e libertà insiti in quel movimento ondulatorio. Opere che, in altre occasioni, hanno fatto parte di interventi performativi, essendo delle altalene/amache composte da catene di acciaio cromato, che si interrogano sul ruolo della donna all’interno di un territorio fortemente maschilista.
Il potere è interpretato anche dai suoi rappresentanti e dai suoi simboli. Le fotografie mostrano dettagli come la calvizie, la mascella pronunciata, l’elmo e il fregio alato. Immagini degli originali delle teste di Mussolini conservate nei depositi dell’EUR che Rossella Biscotti (Molfetta, Italia, 1978) ha riprodotto con sculture monumentali. Calchi in silicone, tecnicamente pronti per essere replicati, posizionati su pallet di legno, sono sezionati mostrando cavità che, viste da lontano, ne rivelano la tridimensionalità e che giocano con l’idea del fantasma. Il fantasma del passato e dei suoi simboli: cosa resta e cosa scompare? Le sue opere indagano il ritratto come linguaggio visivo, riflettono sulle modalità del vedere artistico e collettivo, guardando alla storia passata e presente.
La visione è messa in discussione nel film di Heba Y. Amin (Cairo, Egitto, 1980) che evoca il fenomeno della “visione cieca”, la capacità dei non vedenti di percepire una presenza. Un lavoro che, considerando le politiche migratorie, i conflitti e le criticità sociali della contemporaneità, si propone di interrogarsi su ciò che è visibile, ma anche sulle tante omissioni. Una procedura non dissimile nei manifesti che mettono in discussione la storia personale di Jasleen Kaur (Pollokshields, Glasgow, Regno Unito, 1986), attraverso immagini che sono memoria, tra presenze e assenze. Immagini d’archivio per yasmine eid-sabbagh (Libano, 1981)/Rozenn Quéré (Francia, 1981) con fotografie nelle cornici e proiezioni su una parete scura, in una stanza-alcova che, attraverso un racconto poetico e intenso, parla delle vicende, tra realtà e immaginazione, di quattro sorelle palestinesi-libanesi, Jocelyne, Frieda, Stella e Graziella (l’unica rimasta a Beirut), esiliate in diverse parti del mondo.

Nella rottura dei rituali quotidiani si manifesta la tragedia, che si tratti della dispensa ricostruita di Mirna Bamieh (Gerusalemme, Palestina, 1983), che diventa un pretesto, tuttavia oggettivo, per evidenziarne l’assenza in tempi di guerra, oppure della tavola apparecchiata di Katerina Kovaleva (Mosca, Russia, 1966). La prima crea un ambiente familiare, con video, sculture, disegni e installazioni, che rievocano la partenza dalla casa di Ramallah a ottobre 2023, con lo svuotamento della dispensa. La seconda prepara una tavola con piatti a specchio e pane nero, che diventano una spietata e poetica immagine delle vittime della guerra, sulle quali incombe un paracadute con angeli che richiamano alla mente dell’artista le suggestioni di Tintoretto. Una sorta di rassicurazione nella bellezza artistica di un passato, come conforto visivo e emotivo al presente.
Conforto restituito anche nel video Pranayama di Fiona Banner, nota anche come The Vanity Press (Merseyside, Regno Unito, 1966) in cui il conflitto si “ammorbidisce” nella danza dei corpi reali (tra cui quello dell’artista) e dei due gonfiabili, che interpretano due aerei da guerra, Typhoon e Falcon, nel tentativo di trasformazione della guerra, tra repulsione e desiderio. Rievoca l’infanzia l’installazione di Maja Bajević (Sarajevo, Bosnia-Erzegovina, 1967) nel cortile di quella che un tempo era la centrale termica Officine Lancia, con biglie luccicanti tra cumuli di ciottoli e testi di canzoni diverse, riadattando l’opera Sous les pavés, les jeux (Under the cobblestones, games).
La normalità di un percorso interrotto è quella raccontata nel coraggioso diario quotidiano al confine israelo-palestinese di Emily Jacir (Betlemme, Palestina, 1970), prodotto durante otto giorni di riprese tra il posto di blocco di Surda e l’Università di Birzeit, nascondendo la telecamera all’interno di una borsa. Nell’installazione sonora Sonidos de la muerte del 2008, di Teresa Margolles (Culiacán, Sinaloa, Messico, 1963), i cubi bianchi sulla parete emettono le registrazioni relative al ritrovamento dei corpi di donne assassinate a Ciudad Juárez, realizzate da Antonio de la Rosa e Leobardo Alvarado. Una denuncia della violenza umana, in particolare quella legata ai crimini del suo paese, tratta di esseri umani e traffico di droga. La mostra si muove attraversando i traumi e le ferite della storia e del presente, in un continuo scambio tra linguaggi e sguardi ora lievi, ora feroci, che non tradiscono la volontà di restituire all’umanità la capacità di andare oltre.





