Un film fatto con l’AI in due settimane: perché Hell Grind è il caso di Cannes

Al Festival di Cannes 2026 non è stato soltanto mostrato un film. È emerso un modello produttivo capace di incrinare l’immaginario industriale del cinema contemporaneo. Hell Grind, il lungometraggio fantascientifico realizzato integralmente con strumenti di intelligenza artificiale generativa, è diventato in pochi giorni un detonatore teorico prima ancora che estetico. L’interesse suscitato dall’opera riguarda soprattutto ciò che dimostra: un film di novantacinque minuti può essere prodotto in due settimane da una squadra di quindici persone, senza troupe tradizionale, senza scenografie fisiche, senza riprese dal vivo.

La pellicola è stata sviluppata dalla startup Higgsfield AI e presentata durante il Marché du Film, l’enorme mercato parallelo che accompagna Cannes. La sua apparizione ha attirato l’attenzione di produttori, distributori e osservatori dell’industria audiovisiva, trasformandosi rapidamente in uno dei casi più discussi dell’edizione 2026. Hell Grind racconta una vicenda fantasy-action popolata da creature demoniache, battaglie e paesaggi distopici. La trama, tuttavia, rimane sullo sfondo perché il cuore del progetto risiede nel processo produttivo. Per ottenere il film sono state generate oltre sedicimila clip video, successivamente selezionate, corrette e montate fino a raggiungere poco più di duecentocinquanta inquadrature definitive. Ogni prompt arrivava a tremila parole e includeva indicazioni dettagliate sulla luce, sui movimenti di macchina, sulla fisica degli oggetti e sulla coerenza visiva dei personaggi. Anche il dato economico rivela una trasformazione significativa. Il budget dichiarato si aggira intorno ai 500 mila dollari e circa l’80% della spesa è stato assorbito dalla potenza di calcolo necessaria per generare le immagini.

L’investimento si sposta così dai set e dalla logistica alle infrastrutture computazionali. Se per oltre un secolo il cinema ha concentrato risorse nel lavoro umano, nelle location e nelle attrezzature, oggi una parte crescente della produzione audiovisiva converge verso server, modelli generativi e processori grafici. Per anni l’intelligenza artificiale è stata introdotta nell’industria cinematografica come strumento di supporto: ringiovanire un attore, ampliare una folla, velocizzare il montaggio, correggere effetti visivi. Hell Grind rappresenta, invece, un passaggio ulteriore. L’intelligenza artificiale coincide con l’intero ambiente produttivo e l’immagine nasce da una sequenza di istruzioni testuali, da un processo continuo di selezione, rigenerazione e raffinamento.

La promessa che accompagna questo scenario è quella dell’accesso ampliato ai mezzi di produzione. Alex Mashrabov, fondatore di Higgsfield AI, immagina un futuro in cui singoli autori o piccoli gruppi possano realizzare lungometraggi senza dipendere dalle strutture economiche che hanno dominato il cinema del Novecento. Una prospettiva che esercita un forte richiamo soprattutto nel settore indipendente, tradizionalmente limitato da costi elevati e da una distribuzione sempre più complessa. Ogni rivoluzione tecnologica, però, ridefinisce anche le forme del potere. L’intelligenza artificiale generativa richiede infrastrutture gigantesche, quindi grandi quantità di dati e capacità computazionale concentrata nelle mani di poche aziende. La riduzione delle barriere d’ingresso per alcuni autori procede parallelamente alla centralizzazione degli strumenti che rendono possibile questa produzione. La questione coinvolge quindi non soltanto la creatività individuale, ma anche la proprietà delle tecnologie che generano immagini. La discussione investe inoltre il linguaggio stesso del cinema. Il set cinematografico è stato storicamente uno spazio fisico e collettivo, attraversato da corpi, imprevisti, attese e incidenti. L’intelligenza artificiale produce invece immagini interamente modificabili, reversibili e potenzialmente infinite. Ogni elemento può essere corretto, sostituito o rigenerato e così l’attrito della materia lascia il posto a un ambiente in cui tutto appare disponibile alla trasformazione permanente. Per questa ragione Hell Grind viene osservato soprattutto come sintomo di una mutazione in corso. Molti commentatori hanno evidenziato limiti narrativi e una certa rigidità espressiva, sottolineando come il film assomigli talvolta a una dimostrazione tecnica di ciò che i nuovi strumenti possono fare. Le innovazioni decisive del cinema, tuttavia, hanno spesso attraversato una fase iniziale caratterizzata da risultati ancora incerti: il sonoro, il digitale e la computer grafica hanno impiegato anni prima di trovare una piena maturità linguistica. La posta in gioco riguarda soprattutto il lavoro culturale. Gli scioperi che hanno attraversato Hollywood negli ultimi anni avevano già portato al centro del dibattito il tema dell’automazione creativa. Hell Grind trasforma quelle discussioni in un caso concreto. Quando quindici persone riescono a produrre un film che avrebbe richiesto centinaia di professionisti, la questione assume immediatamente una dimensione industriale.

Una critica limitata alla contrapposizione tra arte e tecnologia rischia però di restare superficiale in quanto il punto cruciale riguarda le condizioni materiali della produzione culturale: chi controlla gli strumenti, quali professionalità vengono trasformate, quali competenze acquisiscono valore e quali forme estetiche tendono a diventare dominanti all’interno di un ecosistema governato dagli algoritmi. Nel frattempo, il cinema sembra avvicinarsi alla logica della generazione continua. Le opere assumono sempre più spesso la forma di processi composti da versioni successive, variazioni e simulazioni. Anche l’autore assomiglia progressivamente a un coordinatore che orienta e seleziona possibilità prodotte da sistemi automatici. L’aspetto più radicale di Hell Grind riguarda proprio questa trasformazione: la figura del regista si sposta dalla costruzione diretta delle immagini alla progettazione delle condizioni che permettono alle immagini di emergere. Cambia così il rapporto con la tecnica, con il lavoro e con la materia stessa del cinema.

Cannes si è trovato così davanti a un oggetto difficile da classificare. Più che un semplice lungometraggio, Hell Grind appare come un laboratorio in cui viene sperimentata una diversa idea di produzione audiovisiva. Un’opera che suggerisce una prospettiva destinata a incidere ben oltre il dibattito sull’intelligenza artificiale. L’immagine cinematografica entra infatti in una fase storica in cui può essere generata senza alcun contatto diretto con il mondo fisico, ridefinendo alla radice il rapporto tra rappresentazione, lavoro e immaginazione.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

1 commento

  1. L ‘Ai è un invenzione straordinaria che segna l inizio di una terza rivoluzione sociale tecnologica ed industriale su questo non c e dubbio, gli stessi creatori si stupiscono del fatto che il suo sviluppo manifesti sentimenti quasi umani, addirittura crei modelli sinergici simili alle reti neurali dei nostri cervelli, ma aldila delle fondate paure sulla sostituibilità che avrà in moltissimi settori professionali causando ulteriori diseguaglianze economiche e socio psicologiche c’ e da dire che il suo ingresso a pieno titolo nel mondo delle arti visive rende l’artista impotente di fronte alle sue possibilità che superano quelle umane; ma bisogna tenere a mente che dietro i millenni di doloroso travaglio da parte degli artisti per dare al mondo quelle meraviglie che ci circondano quando attraversiamo una città d’arte e che sono la manifestazione dei migliori sentimenti dell’umanità, è nascosto qualcosa che nessuna macchina potra mai eguagliare.

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