Nel sistema diffuso della Design Week milanese, sempre più simile a una geografia aperta fatta di attraversamenti e contaminazioni, il progetto di Richard Orlinski si muove tra due poli solo apparentemente distanti: da un lato Fidenza Village, dall’altro l’Università degli Studi di Milano, dove prende forma la mostra-evento INTERNI MATERIAE.
Qui, dal 20 al 30 aprile, emerge Wild Kong, una scultura monumentale in resina rossa alta tre metri, capace di catturare lo sguardo con una presenza scenica assoluta. Inserita in un contesto curatoriale che riflette sulle nuove frontiere della progettazione e sul valore dei materiali, l’opera si impone come un corpo teso, compatto, attraversato da un’energia primordiale. Non solo un oggetto, ma un dispositivo visivo che attira, turba e attiva una riflessione sulla natura umana.

La partecipazione al progetto INTERNI — diretto da Gilda Bojardi — segna il quarto anno consecutivo di collaborazione per Fidenza Village, parte di The Bicester Collection. In collaborazione con Galleria Deodato Arte e con il supporto curatoriale di Luca Bravo, il progetto rafforza una direzione chiara: trasformare lo spazio commerciale in un ambiente culturale, dove moda, arte e design convivono in una narrazione fluida.
Ma è proprio nella visione di Orlinski che questa strategia trova coerenza. “È il mio obiettivo fin dall’inizio, quando ho iniziato a scolpire: voglio sempre condividere,anche con le persone che non sono molto appassionate di arte. È importante per me che tutti, compresi i bambini, possano vedere la mia arte”. Un principio che diventa pratica concreta nel momento in cui le sculture escono dai luoghi istituzionali per inserirsi nei flussi quotidiani.

Non è un caso che il percorso dell’artista nasca da una rottura radicale. “Prima di diventare uno degli artisti contemporanei più riconoscibili al mondo, lavoravo nel real estate. Avevo successo, ma non ero davvero felice. Ero esausto, sentivo il bisogno di dare un nuovo significato alla mia esistenza. Così ho lasciato tutto per dedicarmi all’arte”. Una scelta che segna non solo un cambio di carriera, ma una ridefinizione del senso stesso del fare artistico.
Da qui nasce un linguaggio diretto, immediato, costruito per essere percepito prima ancora che interpretato. “Voglio dare un’emozione forte con la mia arte, non ci sono grossi concetti dietro le mie sculture, solo pura emozione”. Una dichiarazione che potrebbe sembrare in controtendenza rispetto alla complessità del sistema dell’arte contemporanea, ma che trova forza proprio nella sua radicalità.
Il Kong, figura iconica della sua ricerca, incarna perfettamente questa tensione. “Penso che il Kong sia l’uomo perfetto (solamente senza peli!): è forte, ha un grande cuore ed è molto protettivo”. Una figura che oscilla tra potenza e vulnerabilità, diventando uno specchio della natura umana.

Questa dimensione si approfondisce ulteriormente nel progetto Born Wild, che attraversa tutta la sua produzione. “Born Wild per me è un promemoria: significa non perdere il contatto con l’istinto. In un mondo sempre più digitale, restare “wild” vuol dire preservare spontaneità, libertà e autenticità”. Un’affermazione netta, che introduce una frattura etica senza però trasformarsi in manifesto.
Eppure, dietro questa apparente semplicità, emerge una visione più complessa. “Wild Kong riflette la dualità della natura umana: la nostra capacità di potere e ambizione, ma anche di vulnerabilità e compassione. La vera forza include la capacità di essere gentili”. È qui che la scultura si trasforma in un dispositivo narrativo, capace di attivare letture diverse a seconda del contesto e dello sguardo.
Il dialogo tra Milano e Fidenza diventa quindi centrale: “Mi entusiasma incontrare l’arte fuori dai luoghi tradizionali. In spazi come Fidenza Village, entra nella vita quotidiana, stimola la curiosità e crea un dialogo spontaneo con il pubblico”.
È una strategia che si lega a una visione più ampia: “Voglio portare il museo al pubblico. Installo le mie opere in tutto il mondo in luoghi accessibili, spesso all’aperto. Le mostre a cielo aperto diventano percorsi culturali aperti a tutti”. Un’idea di arte pubblica che non si limita alla collocazione fisica, ma ridefinisce il rapporto tra opera e spettatore. Anche il digitale gioca un ruolo fondamentale in questo processo. “I social media hanno trasformato il modo di percepire l’arte, rendendola più immediata, globale e accessibile. Permettono un dialogo diretto con il pubblico”. Non più mediazione istituzionale, ma relazione continua, fluida, globale.
Eppure, al centro resta sempre l’esperienza. Wild Kong, nella sua scala monumentale e nella sua superficie riflettente, non si limita a essere osservato: invade lo spazio, lo modifica, lo riscrive. “Se il Wild Kong potesse fare una domanda, chiederebbe ‘perché sono qui?’ e le risposte potrebbero essere molto diverse”.In un momento in cui la Design Week rischia di diventare una sequenza infinita di attivazioni, il lavoro di Orlinski riporta al centro una questione essenziale: chi è oggi il pubblico dell’arte? La risposta, nel suo caso, è radicale: chiunque.



