Un murale per Borsellino nella Palermo di oggi: memoria vera o retorica social?

Un nuovo murale dedicato a Paolo Borsellino è sorto a Palermo, ma questa volta a pochi passi dal civico 19 di via D’Amelio, il luogo dove 33 anni fa il giudice moriva assassinato a causa di un vile attentato mafioso. Era una tranquilla domenica estiva, il 19 luglio 1992, e il giudice stava andando a trovare l’anziana madre, quando una fiat 126 imbottita di tritolo venne fatta esplodere. Fu una strage. 57 giorni dopo l’uccisione di Giovanni Falcone veniva assassinato anche Paolo Borsellino, ma stavolta in un normale quartiere cittadino. Con lui morivano cinque agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela  Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), ma non la voglia di conoscere la verità. 

L’autore del murale, inaugurato nei giorni scorsi per l’antivigilia della strage, è lo street artist Andrea Buglisi; l’occasione è data dalla creazione di un nuovo campo sportivo che porterà il nome del giudice assassinato dalla Mafia. 

L’artista sciorina sapientemente diversi elementi simbolici legati alla figura di Paolo Borsellino e alla memoria di quella strage. Al centro vi è lui bambino che stringe tra le mani l’ormai famosa “agenda rossa” – per chi non lo sapesse non è stata ancora ritrovata, ma soprattutto vi è  scritta probabilmente tutta la verità, a partire dal nome dell’amico che lo tradì -; ai lati prendono corpo le figure adulte del giudice con l’inseparabile amico e collega Giovanni Falcone; vi è uno scorcio del palazzo che fu divelto dall’esplosione e, in fine, la maledetta Fiat 126 rossa imbottita di esplosivo. 

La composizione è ben calibrata, le figure emergono con chiarezza  quasi didascalica come fossero ritagli di giornale. Chi passa da lì,  anche velocemente, può comprendere subito di cosa si tratta: ha di fronte un libro aperto con tutti gli elementi essenziali alla narrazione.

Ma ciò che colpisce maggiormente è un’immagine tratta da una foto dell’album di famiglia che ritrae Paolo Borsellino in una posa desueta, ovvero sopra una bicicletta, a torso nudo, mentre rivolge verso l’obiettivo un segno di vittoria. In quell’occasione il giudice andava in  bicicletta con una gamba ingessata che si era rotto andando in “vespa”, lo racconta il figlio commosso, in occasione  dell’inaugurazione, mentre viene ripreso dalle telecamere. Le lacrime  arrivano sempre a tradimento, si sa, e dietro i suoi occhiali scuri scendono dispettose. Con accanto i suoi due figli (Fiammetta e Paolo  junior), e forse per quella circostanza, Manfredi Borsellino non riesce proprio a trattenerle. Sono lacrime sincere, che affondano nel ricordo  di un padre, ma anche di gratitudine, per il modo in cui è stato rappresentato: “con un sorriso e con lo sguardo rivolto al futuro in un  gesto di vittoria”. 

“Borsellino era un inguaribile ottimista”, continua Manfredi, “mio padre la voleva vincere questa guerra e gli è stato impedito”. Sulla sua pagina Instagram Andrea Buglisi ringrazia Manfredi Borsellino per aver “condiviso con generosità ricordi intimi e frammenti preziosi di vita” e dice di aver immaginato “una Palermo diversa”, dove “il coraggio prende forma nei gesti quotidiani” e dove vi sono “uomini normali” che scelgono di fare bene il proprio lavoro, con un cuore  abbastanza grande da trasformare i corvi in gabbiani.” 

In effetti l’immagine di Borsellino che va in bicicletta con una gamba ingessata mentre con una mano lascia il manubrio in segno di vittoria, oltre ad essere inaspettatamente divertente, la dice tutta sul suo spirito semplice ma indomito, capace di sorridere in faccia alla Mafia. 

Ma state tranquilli, non è mia intenzione dilungarmi nell’ennesima “retorica impegnata” antimafia. Piuttosto mi chiedo se la retorica social non stia ormai prendendo il sopravvento su tutto: sull’arte (non solo quella di strada), sui ricordi intimi e persino sui valori di intere  generazioni… 

Nell’era della dittatura dei like, bastano due lacrime per aumentare la visibilità e trasformare cinicamente un sentimento puro in un adverstising

Allora, al di là della bontà o meno dell’opera, che per lo meno ha il merito di non riproporre l’immagine canonica dell’eroe-giudice, concentrandosi piuttosto su quella “normalità” tipica delle persone “per bene”, la domanda che ultimamente in molti si fanno resta: l’arte urbana può ancora essere uno strumento di memoria collettiva e di trasformazione sociale oppure rischia di arenarsi nell’ipocrisia delle strumentalizzazioni furbe e di inquinarsi con un marketing subdolo, che si nasconde dietro quelli che ormai sono diventati i cliché la street  art, fatti di murales antimafia, di eroi, di santi e di icone pop? 

Ai lettori l’ardua sentenza.

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